Andromaca e Astianatte

Nel II episodio delle “Troiane” di Euripide (415 a.C.) l’araldo Taltibio deve comunicare ad Andromaca la decisione degli Achei di uccidere il piccolo Astianatte, ma è turbato, impacciato, esitante. L’incertezza del messo costituisce un’insolita forma di approfondimento psicologico di un personaggio in genere “burocratico” e asettico.

L’esitazione di Taltibio produce un equivoco: Andromaca formula infatti delle speranzose ipotesi. Ipotizza che Astianatte sarà separato da lei e inviato ad un altro padrone; oppure che il bambino resterà a Troia, come una sorta di reliquia. Come potrebbe immaginare l’inimmaginabile?

Ma la spaventosa verità viene infine proclamata da Taltibio: «Lo uccideranno, il tuo bambino, e così tu la sai, la grande disgrazia» (v. 719; uso qui la bella traduzione di Edoardo Sanguineti).

La crudele decisione viene attribuita ad Odisseo (v. 721), che ha voluto evitare che potesse sopravvivere un figlio di Ettore; il Laerziade è presentato come un sofista spregiudicato e ambizioso.

Un simile spietato cinismo, che non indietreggia neanche alla morte di vittime innocenti, incarna pienamente il clima che si viveva nel 415 ad Atene, documentato anche dal celebre discorso tucidideo dei Meli e degli Ateniesi (V 85-111), nel quale viene proclamata cinicamente la legge del più forte.

Taltibio impone ad Andromaca di non ribellarsi all’ordine ricevuto, di accettare in silenzio la volontà dei vincitori; solo così potrà evitare che i Greci si accaniscano sul cadavere del bambino:

«Non cercare il combattimento, / non fare niente di sconveniente, niente di odioso: / e non voglio che tu scagli imprecazioni contro gli Achei. / Se tu dirai qualche cosa per cui l’esercito si irriterà, / questo bambino non può essere sepolto, e non può trovare pietà. / Ma silenziosa, tenendoti bene la tua sorte, / puoi lasciare il suo cadavere non privo di sepoltura, / e tu, poi, gli Achei, te li puoi trovare più favorevoli» (vv. 732-739).

La vittima deve accettare la logica del carnefice, cedere all’evidenza di un pauroso divario di forze.

I versi in cui Andromaca si congeda da Astianatte sono intensamente patetici, evidenziando l’amore disperato di una madre che si vede strappare crudelmente l’unico figlio, ancora piccolo:

«O mio carissimo, o figlio straordinariamente venerato, / tu morirai per mano dei nemici, lasciando la tua madre sventurata: / è la nobiltà di tuo padre che ti ucciderà, / quella che per gli altri diventa la salvezza: / non ti ha portato vantaggio il valore di tuo padre» (vv. 740-744).

La donna maledice poi il proprio sfortunato matrimonio, che gli ha fatto partorire una vittima da sacrificare. A questo punto il bambino si avvinghia alla madre: «Tu piangi, bambino: le senti, tu, le tue disgrazie? / Perché ti sei attaccato a me con le tue mani, e mi afferri le mie vesti, / come un uccelletto gettandoti sotto le mie ali?» (vv. 749-751). Il pianto di Astianatte esaspera il pathos, gioca sulla commozione degli spettatori.

Non si hanno notizie sicure sull’effettiva presenza dei bambini sulla scena: in genere sono comparse mute e solo nei contesti lirici prendono la parola. Qui però la presenza del bambino appare indubbia, come dimostra anche il pronome deittico τοῦδε al v. 738 (“questo bambino”).

Con una mesta fantasia visionaria, Andromaca immagina i più atroci particolari della morte del figlio e pronuncia un’eclatante invettiva contro la crudeltà dei Greci. Euripide sradica gli stereotipi, attribuendo alla Grecia stessa connotazioni di inciviltà e barbarie, sicuramente per influsso della terribile esperienza bellica contemporanea: «O Elleni, che avete inventato crudeltà barbariche, / perché uccidete questo bambino, che non è responsabile di niente?» (vv. 764-765).

Altro obiettivo delle imprecazioni dell’infelice madre è Elena, di cui viene negata la paternità divina (“tu non sei figlia di Zeus”, v. 766), considerandola invece “generata da molti padri”, che sono tutte personificazioni del male (vv. 768-769).

La conclusione del lamento di Andromaca è segnata da immagini sconvolgenti, che esprimono l’esasperazione della donna: invita i Greci a cibarsi delle carni di suo figlio, diventa quasi collaboratrice della fine del bambino:

«Ma prendetelo, dunque, e portàtelo via, e gettàtelo, se si deve gettarlo: / e banchettate con le sue carni perché dagli dèi / noi siamo distrutti, e non possiamo, da questo bambino, / tenerla lontana, la morte. E nascondete il mio povero corpo, / e gettàtelo dentro le navi» (vv. 774-778).

Dopo di che, l’infelice si allontana, pronunciando un’ultima frase amaramente ironica: «verso le belle nozze / io vado, io che ho perduto il mio figlio» (vv. 778-779).

Nella scena successiva, Elena si presenterà radiosa ed elegantemente vestita; il suo look seducente sarà un insulto spudorato alle vesti luttuose ed ai capelli rasati delle donne troiane. Per di più (a differenza dell’Elena dell’Iliade) la bellissima donna non ammetterà alcuna sua colpa, anzi scaricherà su altri le sue responsabilità, mentendo spudoratamente e chiedendo comprensione.

E alla fine si intuisce che Elena riuscirà a sedurre ancora una volta Menelao, a ottenerne il perdono (come del resto tramandavano tutte le fonti mitiche).

In questa tragedia, dunque, la grande colpevole, dunque, non paga le sue colpe; e a morire è invece un povero bimbo indifeso, Astianatte. Ma così è la guerra: un assurdo meccanismo in cui a pagare sono solo gli innocenti.

In questo cupo contesto, dove sono gli dèi? Dov’è la giustizia divina?

Nelle “Troiane” le divinità comparivano (insolitamente) nel prologo; ma in quel momento Poseidone e Atena cooperavano nel tramare rovina e distruzione ai danni dei Greci vincitori. E, soprattutto, se ne andavano via, si allontanavano dopo aver concordato fra loro il destino umano.

Era finito il tempo in cui l’uomo greco (Omero, Saffo, Solone, Pindaro, Eschilo) sentiva la divinità vicina, presente, cooperante (σύμμαχος, diceva Saffo; cfr. fr. 1 V., 22). Al tempo di Euripide gli dèi appaiono ormai distanti, inaffidabili, incomprensibili.

E tuttavia appare sconcertante, nelle “Troiane”, la preghiera di Ecuba a Zeus, nella quale sono stati colti echi dell’Agamennone eschileo (vv. 160 ss.) e della concezione anassagorea del νοῦς:

«O sostegno della terra, tu che sulla terra hai sede, chiunque tu sia, indecifrabile a conoscersi, Zeus, necessità della natura oppure mente dei mortali (νοῦς βροτῶν), io ti prego. Per sentiero silente incedendo, tutte le cose umane tu guidi secondo giustizia» (vv. 884-888).

La fede ostinata nella giustizia divina coesiste qui con la constatazione dell’impossibilità di comprendere gli dèi.

PS: Le immagini sono tratte dall’allestimento delle “Troiane” a Siracusa nel 2019. L’attrice che interpreta Andromaca è Elena Arvigo; la regia era della francese Muriel Mayette-Holtz.

Il quadro che rappresenta Elena è un olio su tavola di Dante Gabriel Rossetti (1863) e si trova alla Kunsthalle di Amburgo.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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