Lingua e dialetto nel film “Baarìa” di Giuseppe Tornatore

 “Baarìa” è un film del 2009, scritto e diretto dal regista bagherese Giuseppe Tornatore. Il film racconta la vita a Bagheria (“Baarìa” in siciliano), grosso centro della provincia di Palermo, fra gli anni ’30 e gli anni ’80 del secolo scorso, seguendo per tre generazioni la storia della famiglia Torrenuova (che allude alla famiglia del regista stesso).

Il film ha avuto un ottimo successo di critica: Paolo Mieli lo definisce “un atto d’amore e di poesia”, mentre Paolo Mereghetti lo giudica “un mosaico complesso e a volte un po’ dispersivo, che però non cede mai alla nostalgia e che riesce a restituire con bella sincerità il quadro di un mondo e di una cultura dove si mescolano impegno politico e superstizione, storia nazionale e cronaca, volti conosciuti (Guttuso e Buttitta) e facce anonime. […] La forza dei 157 minuti di spettacolo è nella complessità delle angolazioni e dei personaggi, a cui prestano le loro facce una miriade di attori utilizzati per pochi, indimenticabili minuti”. Nel film infatti, protagonisti a parte, si trova una serie straordinaria di “cammei”: Michele Placido, Leo Gullotta, Raoul Bova, Monica Bellucci, Gabriele Lavia, Vincenzo Salemme, Nino Frassica, Laura Chiatti, Tony Sperandeo, Sebastiano Lo Monaco, Enrico Lo Verso, ecc.

Il film fu presentato nelle sale in due diverse versioni: una in lingua italiana (sia pure infarcita di forme di “italiano regionale di Sicilia”), l’altra – destinata al pubblico siciliano – in stretto dialetto “baarioto” e davvero straordinaria per la capacità lessicale del regista di ricostruire espressioni, cadenze e movenze del dialetto locale. A mio parere, la scelta della produzione si è rivelata sbagliata: la versione “italiana” infatti (quella che passa ora in TV) risulta infinitamente più povera a livello espressivo; e sarebbe stato meglio, anziché riproporre l’abusatissimo “italo-siciliano” delle fiction, corredare con sottotitoli la versione originale. Per dimostrare la ricchezza espressiva del testo originale, citerò alcuni esempi, tratti dalla sceneggiatura di Tornatore (pubblicata da Sellerio nel 2009), che attestano l’uso di espressioni vivacissime della lingua parlata:

1) “A ttìa ricu, veni ccà” (“Dico a te, vieni qui!”) [il giocatore di carte al piccolo Pietro, che sta giocando con la trottola, a inizio film]

2) “Rispondi! Chi ti carìu, ‘a lingua?” (“Rispondi! Ti è caduta la lingua?”) [la severissima maestra a Peppino]

3) “A cu’ appartieni?” (“A quale famiglia appartieni?”) [Don Giacinto a Nino; in Sicilia alla famiglia “si appartiene”, occorre dichiarare la propria “appartenenza”]

4) “Va vùscati u pani” (“Vai a guadagnarti il pane”) [Cicco a suo figlio Peppino; la stessa cosa dirà molti anni dopo Peppino a suo figlio Pietro; nel film Pietro rappresenta il regista Tornatore]

5) “Vàgnati ‘u mussu” (“Bagnati le labbra”) [il fotografo a Peppino, che si deve fare una foto-tessera; alla domanda del ragazzo su come se le debba bagnare, la risposta è ovvia: “Ca sputazza… Comu t’u vo’ vagnari?”]

6) “V’accattu i dollari! Vi scanciu i dollari!” (“Vi compro i dollari, vi scambio i dollari”) [Questo personaggio, interpretato nel film da Beppe Fiorello, me lo ricordo benissimo: stava all’angolo di piazza Madrice negli anni ’50 e proponeva ai passanti di scambiare i dollari americani, a un tasso di cambio per lo meno discutibile… Quando la guerra divenne un ricordo lontano e di dollari se ne trovavano ormai in giro pochi, riciclò il suo grido trasformandolo in “Tutti scrivono!” e passando a vendere penne biro].

7) “Comu s’impignò, vossìa si spigna!” (“Come si è impegnato, così vossignoria si disimpegna!”) [Mannina dice così a suo padre Luigi, interpretato nel film da Valentino Picone, per invitarlo a restituire al suo fidanzato l’anello e la promessa di matrimonio; tra l’altro l’anello “gghiè puru fàvusu” (“è pure falso”).

8) “Cu’ sa cu ci murìu a chissi” (“Chissà chi gli è morto a questi”) [una bottegaia vende tutti i bottoncini neri della sua merceria a Onofrio e Peppino, che li comprano per farli indossare ai dimostranti nel corteo di protesta per la strage di Portella della Ginestra].

9) “Zu Ciccu, ‘u Signuri ci ‘u paja” (“Zio Cicco, il Signore glielo paga”) [Sarina ringrazia così Don Cicco, che viene a porre riparo alla “fuitìna” di suo figlio Peppino e Mannina).

10) “Ciccu Turrinova, truvàsti ‘a Mìerica ‘nto mè tirrenu?” (“Cicco Torrenuova, hai trovato l’America nel mio terreno?”) [il boss mafioso Don Giacinto a Cicco, le cui pecore hanno sconfinato nel suo terreno]

11) “Ti finiu c’a sassa” (lett. “Ti è finita con la salsa”, cioè “ti è finita bene”) [Onofrio a Peppino]

12) “A zita bbùona è” “Sé, bbùona è, mascaràtu!” (“La fidanzata è bella” “Sì, è bella, birbante!”) [il figlio della mendicante ripete sempre una frase priva di senso, cui Sarina replica sorridendogli e chiamandolo amichevolmente “birbante”].

13) “’Na bella rumìnica certi amici so’ ‘u immitàru ‘ncampagna a fari schitìcchiu. ‘U ficiru manciàri e bbìviri a tignitè” (“Una bella domenica certi suoi amici lo invitarono in campagna a fare una mangiata. Lo fecero mangiare e bere a volontà”) [Sarina che racconta al nipote Pietro l’uccisione di suo padre]

14) “Allongacìlla sei ìrita” “Miiii, paru mè nanna!” (“Allungale la gonna di sei dita” “Miii, sembro mia nonna!”) [Peppino dice a Mannina di allungare la minigonna della figlia Angela, che replica stizzita].

Gli esempi sarebbero ancora tanti, ma già che ci siamo vorrei ricordare, come piccolo capolavoro di “mescolanza” fra italiano e dialetto, un paio di lettere che i due protagonisti, Mannina (l’attrice Margareth Madè) e Peppino (l’attore Francesco Scianna), si scambiano. I due ragazzi si sono innamorati, ma la famiglia di lei non vuole darla a un ragazzo senza arte né parte come Peppino, che per giunta è comunista; il giovane dunque scrive alla ragazza delle lettere in un italiano approssimativo contaminato dal dialetto siciliano: “Carissima Mannina, spero che questa mia ti trova bene. Sono giorni che mi capita di viaggiare per certi affari. Questa è la causanza che ci siamo visti pochi… Prima di tutto c’è una cosa che tu devi sapere. Io sono comunista e di noialtri comunisti si dice tante cose. Per esempio che ci mangiamo i bambini… Carissima Mannina, credimi che non è vero. Sono solo malignità. E pure quando…ti do la mia parola d’onore che io non ne ho mangiati mai neanche uno… È bene che tu sei informata nel merito di tutte queste sparlerìe”.

La replica di Mannina non è da meno: “Carissimo Peppino, io sto bene e spero pure di te, anche se ieri allo stratonello t’ho visto un poco smagrito… Tu dici che guadagni. Ma i miei parenti hanno preso informazioni da persone assai fiduciose che dicono che sei uno senza arte né parte… e che la tua famiglia è in disgrazia […] Ma questo è niente. Certi miei ziàni hanno appurato che voialtri comunisti, pure quando non mangiate bambini, siete peggio della malattia che ha spopolato la tua stalla… Io non ci credo amore mio… Però i miei genitori, per non sapere né leggere né scrivere, hanno deciso di farmi fidanzata ufficiale con uno che ci ha tanti tùmuli di terra all’Accia. Aiutami, Peppino, non so che debbo fare”.

Chiudo con la citazione di due scene esilaranti e vivacissime per l’uso del linguaggio.

1) Il nuovo fidanzato ufficiale di Mannina viene accolto dalla ragazza con freddezza e antipatia. Una sera, durante una cena a casa di lei, il fidanzato chiede a Mannina perché non si sia messa l’anello di fidanzamento; lei, freddissima, risponde in dialetto: “Mi vèni strittu” (“Mi viene stretto”). A questo punto la nonna della ragazza, Tana, commenta: “Affettivamente, risicato è” (dove “affettivamente” è deformazione di “effettivamente”, mentre “risicato” allude alla “pochezza” materiale ed economica dell’anello…).

2) Quando finalmente Peppino e Mannina celebrano il loro matrimonio nella chiesa di Aspra, tutto sta per andare a monte quando lo sposo (di fede comunista) risponde piccato ad alcune provocazioni del parroco; ma Sarina, la madre della sposa, ricorda al sacerdote che Peppino è stato ritratto (da Renato Guttuso) nell’abside della chiesa, per cui “già stampatu ‘mmìenz’ i santi è” (“è già stampato in mezzo ai santi”). A quel punto, esacerbato e rassegnato, il parroco chiede a Mannina: “Allùra t’u pigghi o ‘un t’u pigghi?” (“Allora, te lo sposi o no?”). La risposta della ragazza è splendida e intraducibile: “Ca pecciò!” (lett. “e perciò”, ma equivale grosso modo a “ma certamente!”).

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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