“Il re di Asìne” di Seferis

“Il re di Asine” è la più famosa e la più tradotta fra le liriche del poeta greco Yorgos Seferis (Γιώργος Σεφέρης), Premio Nobel per la letteratura nel 1963, nato a Smirne nel 1900.

Yorgos Seferis (1900-1971)

La poesia ha una duplice data: “Asine, estate 1938 – Atene, gennaio 1940”.

Asine (Ἀσίνη) era un’antica città greca sulla costa occidentale del golfo di Messenia, fondata secondo la tradizione da Driopi venuti dalla Tessaglia o dalla zona del Parnaso; è nominata fugacemente nel catalogo delle navi omerico: Οἳ δ’ Ἄργός τ’ εἶχον Τίρυνθά τε τειχιόεσσαν / Ἑρμιόνην Ἀσίνην τε, βαθὺν κατὰ κόλπον ἐχούσας, “Quelli che avevano Argo e Tirinto murata, / Ermione e Asine sul golfo profondo…” (II 559-560).

I versi omerici che citano Asine

Come si vede, ad Asine c’è solo un riferimento sfuggente, istantaneo, un nome che appare e dilegua in un attimo. La sua posizione fu precisata dalle notizie di Strabone e di Pausania e fu poi identificata sull’attuale colle di Kastrakì; gli scavi degli archeologi svedesi, alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, hanno portato alla luce l’acropoli e torri monumentali, dal periodo elladico più antico all’età romana. In epoca storica la città fu rasa al suolo dagli Argivi per aver favorito il re di Sparta Nicandro durante la prima guerra messenica (fine VIII sec. a. C.).

Il Peloponneso: Asine si trova a sud-ovest, nella Messenia meridionale

Il poeta visita le rovine della cittadella di Asine; esplorando l’acropoli, il poeta cerca ossessivamente qualche indizio, una traccia concreta lasciata dal re di Asine. Il mare è vicino, ma non appare “nessun essere vivente” (v. 12); in particolare è svanito nel nulla “il re di Asine” (v. 13), ignorato da tutti e ricordato di sfuggita solo da Omero: “Nessun essere vivente, le colombe selvatiche volate via / e il re di Asine, che cerchiamo ormai da due anni / ignorato dimenticato da tutti e anche da Omero / una sola parola nell’Iliade e pure incerta / gettata qui come la maschera d’oro nella tomba” (uso in queste righe di commento la traduzione di Mario Vitti).

L’acropoli di Asine

Il poeta però ha “toccato” la maschera d’oro del re, ne ha sentito il suono, ma ha avvertito “sotto la maschera un vuoto” (v. 26): “Il re di Asine, un vuoto sotto la maschera / ovunque con noi, ovunque con noi, sotto un nome: / Ἀσίνην τε… Ἀσίνην τε… e i suoi figli statue / e le sue brame un batter d’ali / e il vento negli intervalli dei suoi pensieri / e le sue navi approdate nel porto sparito. / Sotto la maschera un vuoto (κάτω απ’ την προσωπίδα ένα κενό)”.

In effetti si ha qui una licenza poetica (nel luogo non fu ritrovata alcuna maschera); essa consente però a Seferis di esprimere il disperato tentativo di “recuperare” l’assenza del sovrano.

Il vuoto è “ovunque” (v. 31), agli antichi monumenti si affianca “la tristezza di oggi” (v. 39). Particolarmente intensa ed appassionata è la penultima strofa. Il poeta esita, annaspa, “indugia” (ο ποιητής αργοπορεί, v. 40), fissa “le pietre” dell’antica città.

Ne nasce una serie di domande angoscianti, sul senso e la possibilità dell’esistere: se tutto svanisce, se delle civiltà di un tempo restano solo i ruderi, può ancora sussistere “il movimento del volto, la forma dell’affetto” (v. 45) di quanti ci sono stati vicini e che ora sono “ridotti a ombre di onde e pensieri” (v. 47)?

Oppure “forse no” (v. 48), non resta altro che “la nostalgia del peso di una viva esistenza” (v. 49) ed il poeta esprime il suo vuoto esistenziale (“Il poeta un vuoto”, Ο ποιητής ένα κενό, v. 54).

Nell’ultima immagine l’antico re si materializza, in modo quanto mai improbabile, in un “pipistrello spaventato”: “dal fondo della grotta un pipistrello spaventato (μιά νυχτερίδα τρομαγμένη)/ uscì a colpire la luce quale saetta lo scudo: / Ἀσίνην τε Ἀσίνην τε. Sarà forse lui il re di Asine / che noi cerchiamo scrupolosamente su questa acropoli, / sfiorando di tanto in tanto con le dita le sue impronte sopra le pietre”.

La scrittura del poeta è, come sempre in lui, complessa, sfuggente, oscillante fra i dati realistici (molto evanescenti) e il flusso del pensiero, le associazioni ardite, i collegamenti sottintesi. Il tono è elevato e solenne; numerose sono le similitudini e le metafore.

Questa lirica evidenzia da un lato l’ansia potente degli autori neogreci di rivivere il loro passato esaltante, di ritrovarne le tracce con affannosa dedizione, dall’altro la constatazione dello iato ineludibile con il presente, con il peso dei secoli trascorsi. Del passato resta solo un miraggio lontano, difficile anche da sognare.

Ecco il testo integrale della poesia nella traduzione di Filippo Maria Pontani:

IL RE DI ASINE

Tutto il mattino scrutammo d’intorno la rocca,

cominciando dal lato dell’ombra, dove il mare verde

senza barbagli, petto di pavone ucciso,

ci accolse come il tempo senza vuoti.

Le vene della rupe calavano dall’alto,

torti vigneti nudi, tutti sarmenti, ravvivati al tatto

dell’acqua, come l’occhio seguace contrastava

al logorante dondolio

perdendo forza sempre.

Dalla parte del sole un lungo litorale spalancato,

e la luce forbiva diamanti alle muraglie.

Non v’era creatura viva, fuggiaschi i palombacci

e il re d’Asìne, che cerchiamo da due anni,

sconosciuto e scordato da tutti, anche da Omero

– una parola sola nell’Iliade e mal certa –

gettata qua come la funebre maschera d’oro.

La toccasti, ricordi il suo rimbombo? vuoto nella luce,

un doglio secco nel suolo scavato;

eguale era il rimbombo del mare ai nostri remi.

Il re d’Asìne, un vuoto sotto la maschera, sempre

con noi, sempre con noi dovunque, dietro un nome:

“Ὰσίνην τε… Ὰσίνην τε”

I suoi figli

statue, battiti d’ali le sue brame e il vento

nei vuoti dei suoi pensieri, e le sue navi

attraccate in un porto sparito.

Sotto la maschera un vuoto.

Di là dai grandi occhi, delle curve labbra, dai riccioli,

rilievi sul coperchio d’oro del nostro esistere,

un punto tenebroso che viaggia come il pesce

nella bonaccia mattinale del mare, e tu lo scorgi:

sempre un vuoto, dovunque, con noi.

E’ l’uccello svolato l’altro inverno

con l’ala rotta,

riparo di vita,

e la giovane donna fuggita per giocare

con i denti canini dell’estate,

l’anima che frugò il mondo di sotterra pigolando,

e il paese, una larga foglia di platano a deriva

nel torrente del sole,

con le reliquie antiche e con la pena d’ora.

Il poeta s’attarda a mirare le pietre e si domanda:

esiste

in mezzo a queste linee smozzicate,

apici, punte, curve, cavità

esiste

quassù dove si incontra il passo della pioggia

e del vento e del guasto,

esiste il moto del viso, la figura dell’affetto

di coloro che vennero meno

sì stranamente nella nostra vita

e degli altri, rimasti ombre di flutti,

pensieri nell’infinità del mare?

O forse no, forse non resta, se non il peso, nulla,

la nostalgia del peso d’un’esistenza viva,

qui dove stiamo senza consistenza, chini

come i rami del salice agghiacciante,

traboccati in un tempo costante e disperato?

(lenta la gialla corrente cala

sradicati giunchi nel fango,

parvenza d’impietrita forma, risoluzione

d’amarezza perenne). Il poeta,

un vuoto.

Scudato il sole saliva pugnando, e dal profondo

della caverna un pipistrello spaventato

picchiò sopra la luce come freccia allo scudo:

“Ὰσίνην τε… Ὰσίνην τε”

Forse era quello il re d’Asìne

che così attentamente cercavamo su questa

acropoli, sfiorando con le dita

forse il tatto di lui sopra le pietre.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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