Alcuni scioglilingua latini

Gli scioglilingua sono, come è noto, delle frasi che intendono mettere in difficoltà la nostra capacità di pronunciarle. Quando proviamo a dirli affrontiamo una sfida, che risulta comunque divertente anche se ci aggrovigliamo con le parole e anche se non riusciamo a snocciolarli per intero; anzi, in tal caso la situazione risulta più divertente.

Già i Latini crearono alcuni celebri scioglingua; ne presento qui alcuni, piuttosto noti agli addetti ai lavori.

1) «Cane decane, cane! Sed ne cane, cane decane, de cane: de canis, cane decane, cane!»

«Canuto decano, canta! Ma non cantare, canuto decano, di un cane: canta, o canuto decano, della canizie!»

Il termine “decanus” in latino è di uso tardo: indicava o il “decurione” (capo di una decuria di dieci soldati) o – in ambito cristiano – il “decano” (il capo di un gruppo di dieci monaci). Lo scioglilingua gioca sull’assonanza di questo termine con l’aggettivo “canus” (bianco, canuto, antico”) e con il verbo “canĕre” (“cantare”).

La lingua è diversa dall’uso classico (“non cantare” in latino classico non si direbbe “ne cane”, ma “noli canĕre” o “ne cecinĕris”).

Lo scioglilingua ha pure una parvenza di logica, dato che si invita l’anziano decano a non inseguire la gloria poetica cantando le gesta di un cane, bensì trattando il ben più serio tema della vecchiaia (“de canis”, ove con “cani” si allude ai “capelli bianchi”). Ma a me fa un po’ pena quel “canus decanus” costretto a poetare non su un frivolo argomento scacciapensieri (magari il suo fedele cane), ma su un argomento palesemente odioso per lui, quello relativo alla sua mesta vecchiaia…

2) «In mari meri miri mori muri accidit»

«In un mare di meraviglioso vino accadde a un topo di morire»

Si gioca qui su cinque parole assonanti: “mari” (ablativo da “mare/maris”, “mare”), “meri” (genitivo da “merum”, cioè “vino puro”), “miri” (genitivo dall’aggettivo “mirus”, cioè “meraviglioso”), “mori” (infinito presente del verbo “morior”, “morire”), “muri” (dativo singolare da “mus/muris”, cioè “topo”).

Il motto si riferisce a un topo che cade in una botte di vino prelibato e vi affoga; non escluderei l’origine da qualche favola. In campo enologico, con “topo nel vino” si allude a un difetto rilevato in vini realizzati senza anidride solforosa, o con una bassa quantità di essa, definiti “vini naturali”.

3) «O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti!»

«O re Tito Tazio, proprio tu ti attirasti disgrazie tanto grandi!»

Si tratta di un famigerato verso del poeta Ennio, tratto dai suoi “Annales”, che mira in realtà ad un effetto enfatico e retorico; vi si nota in particolare la martellante allitterazione della “t” iniziale. Tito Tazio era il re sabino che governò per cinque anni con Romolo.

Il verso, tratto dal poema epico-storico “Annales”, a noi giunto frammentario, fa capire come, di certe opere antiche, a volte siano sopravvissute (grazie alla “tradizione indiretta” basata sulle citazioni occasionali) solo le “curiosità”, i versi più cervellotici o comunque più “interessanti” per i grammatici che li studiavano. Se gli “Annales” fossero stati tutti così, certo non sarebbero state una delle principali fonti latine dell’Eneide virgiliana…

4) «Si procul a Proculo Proculi campana fuisset, nunc procul a Proculo Proculus ipse foret

«Se la campana di Procolo fosse stata lontana da Procolo, ora Procolo stesso sarebbe lontano da (San) Procolo»

A Bologna una chiesa (oggi in via Massimo D’Azeglio) è dedicata a San Procolo, uno dei tre protomartiri compatroni di Bologna. L’iscrizione del 1393 si trova in una piccola lapide all’esterno della chiesa e presenta un gioco di parole che si basa sull’avverbio “procul” (cioè “lontano”) e su due persone di nome “Proculus”, cioè il santo cui è dedicata la chiesa e un altro personaggio variamente identificato.

Secondo alcuni il Procolo “umano” sarebbe uno studente che abitava presso il convento della chiesa di S. Procolo (all’epoca i frati erano soliti affittare alcune stanze agli studenti) e sarebbe morto per il troppo studio, venendo poi sepolto nel cimitero del Monastero di San Procolo; si coglierebbe qui una certa ironia goliardica verso il troppo studio imposto agli allievi dell’Università di Bologna.

Una spiegazione alternativa identifica invece Procolo con il campanaro della chiesa (tale Procolo Dalla Maglia) il quale, andando a suonare le campane per richiamare il popolo alle funzioni, sarebbe stato ucciso dalla caduta della campana staccatasi dal campanile.

Un’ulteriore interpretazione ipotizza un’allusione al centurione romano Procolo, che fu decapitato sulle colline limitrofe alla città di Bologna e la cui testa sarebbe rotolata verso il basso, fino alla posizione della lapide.

5) «Malo malo malo quam fìdĕre càrbăsa palo».

«Preferisco che le vele abbiano fiducia in un cattivo melo piuttosto che in un palo»

Le “vele” sono definite, con termine poetico già ovidiano, “càrbăsa”; ma il gioco di parole sta tutto nelle prime tre parole, che indicano tre cose diverse: il verbo “malo” = “preferire”, l’aggettivo “malus” = “cattivo” e il sostantivo “malum” che (nelle intenzioni di chi ha inventato lo scioglilingua) dovrebbe indicare il “melo”, preferito – come materiale di costruzione per la barca – a un semplice palo di legno meno robusto.

Peccato però che il sostantivo “malus”, che indica l’albero del melo, in latino è – come tutti i nomi di alberi – femminile, quindi richiederebbe davanti a sé l’aggettivo femminile “malae”. I casi sono due: o l’autore ha fatto affidamento sull’ignoranza di chi ascolta pur di realizzare la triplice ripetizione “malo malo malo”, oppure (e c’è da temere che sia così) aveva una conoscenza approssimativa della lingua latina e ha concordato a casaccio.

6) «Ave, ave; aves esse aves?

«Salve, nonno; desideri mangiare degli uccelli?»

Scioglilingua decisamente banale, che gioca sui termini “ave” (“statti bene”, il celebre saluto latino) “avus” (“nonno”), “avis” (“uccello”) e “aveo” (altro verbo, che significa “bramare, desiderare”).

Una precisazione: “esse” non è l’infinito del verbo “essere”, ma significa “mangiare” (forma alternativa a “edĕre”, dal verbo “edo”, da cui deriva ad es. l’attuale termine spagnolo “comida” che indica il pasto).

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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