Il cireneo

Dal Vangelo di oggi (Luca XXIII, 26): «E mentre lo conducevano presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli imposero la croce da portare dietro a Gesù».

Immaginiamocelo, questo sfortunato personaggio.

Sta tornando da una giornata di lavoro, la sera della parasceve (il venerdì), contento perché domani è sabato e potrà riposarsi. È sudato, stanco, affaticato.

Sulla via del Calvario (ma non poteva andare da un’altra strada?) vede arrivare una folla di soldati, un giovane schiacciato sotto il peso di una croce; alle sue spalle «gli veniva dietro gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e lo piangevano».

Il condannato non riesce a reggere il peso della croce: poco prima, come precisa Matteo, dopo essere stato al cospetto di Pilato, ha subìto le violenze dei soldati del governatore: «Lo spogliarono, e lo rivestirono di una clamide scarlatta e, intrecciata una corona di spine, gliela posero in capo, e gli misero una canna nella mano destra; poi, piegando il ginocchio, gli dicevano: “Salve, re dei giudei!”. Gli sputavano addosso e, toltagli la canna di mano, con quella lo percuotevano sul capo. Quando così l’ebbero schernito lo spogliarono della clamide, lo rivestirono dei suoi panni e lo menarono via per crocifiggerlo».

Provateci voi, a portare una croce dopo aver ricevuto dei colpi di canna sulla testa martoriata da una corona di spine, dopo essere stati derisi e sfottuti. Nulla di strano, dunque, che Gesù non riesca a procedere se non arrancando e cadendo a ogni passo. Ed ecco che un soldato, vedendo che il corteo procede troppo lentamente, avvista il contadino, lo chiama e gli dice: “Porta tu questa croce”.

Che poteva fare il cireneo?

Simone di Cirene avrà ventilato le stesse possibilità di Don Abbondio davanti ai bravi che lo aspettavano: “Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perché i momenti di quell’incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d’abbreviarli”.

Gli altri Vangeli che cosa dicono in proposito?

Matteo conferma: «Appena usciti, incontrarono uno di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la croce di Gesù» (XXVII, 32).

Marco aggiunge un dettaglio: «Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio» (XV, 21-22).

Evidentemente Marco presumeva che i suoi lettori conoscessero questi due personaggi, sconosciuti agli altri due evangelisti; forse si trattava di persone che frequentavano gli ambienti della comunità cristiana di Roma, perché a questa comunità era spesso indirizzato il Vangelo di Marco. Un certo Rufo, insieme alla madre, è nominato con parole elogiative da Paolo tra i personaggi salutati al termine della “Lettera ai Romani”: «Salutate Rufo, prescelto dal Signore, e sua madre, che è madre anche per me» (Rm. 16, 13).

Comunque sia, possiamo dedurre che qualcuno stesse aspettando a casa il cireneo: due figli, Alessandro e Rufo, che si saranno chiesti che fine avesse fatto il padre invano atteso per cena. Forse c’era anche una moglie che aveva preparato il pasto e che guardava ansiosa sulla strada per vedere se il marito tornasse.

Ma lui stava portando la croce di un altro, aggiungendo alla fatica della sua giornata questo supplementare e grave tormento.

Questa è la sorte dei cirenei di ogni tempo. Si addossano i pesi degli altri senza protestare, fanno proprie le fatiche e gli affanni altrui, si sobbarcano un carico che non spetterebbe loro e lo fanno con devota rassegnazione.

E il bello è che le loro fatiche vengono quasi sempre misconosciute. Addirittura, uno dei Vangeli, quello di Giovanni, ne cancella la memoria: «Presero dunque Gesù, ed egli portando da se stesso la croce (βαστάζων ἑαυτῷ τὸν σταυρόν) si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgothà».

Gli esegeti curatori del cattolico Nuovo Grande Commentario Biblico spiegano la discrepanza supponendo che Giovanni non fosse a conoscenza di tale tradizione o che, a livello teologico, «scelse di far portare la croce a Gesù per significare che egli aveva ancora il pieno controllo del proprio destino».

Durante la scalata al Calvario, Simone reggendo la croce avrà spesso guardato il giovane condannato insanguinato, che arrancava accanto a lui diretto al luogo della sua morte… Magari dapprima lo avrà preso per un criminale e avrà recriminato fra sé e sé (“mi tocca portare la croce per questo delinquente”), poi forse – vedendone lo sguardo –  ne avrà anche avuto, umanamente, pietà.

Lui quella croce la portava per il tempo di quell’aspra salita, il condannato su quella croce avrebbe dovuto passare, fra tormenti atroci, le ultime ore della sua vita.

Comunque sia, del povero cireneo, arrivati sul Calvario, non c’è più traccia. Che avrà fatto?

I soldatacci avevano il loro da fare: «Diedero a Gesù vino misto a fiele; ma assaggiato che l’ebbe non volle bere. Dopo che fu crocifisso tirarono a sorte le sue vesti; e sedutisi gli facevano la guardia» (Matteo XXVII 34-36).

Simone, sudato, stanco, affranto, sarà stato bruscamente congedato («Ora vattene»). E forse incuriosito avrà rivolto un’ultima occhiata al giovane profeta che veniva martirizzato davanti a una folla che alternava pianti a imprecazioni, grida di pietà e urla di odio rabbioso.

Destino del mondo, quello di spaccarsi in due: né / né, né questo né quello, questo mi piace e questo a te no, questo va bene quello no. Un mondo diviso abitato da persone destinate – tutte – a morire, che godono o piangono per la morte di un’altra persona.

Poi Simone si dovette caracollare giù dal Calvario, correndo per quanto la sua età matura e la sua stanchezza gli consentiva, per riabbracciare i suoi figli Alessandro e Rufo e sua moglie. Gli avranno chiesto allora il motivo del ritardo, alternando la soddisfazione del momento a quella piccola intonazione di rimprovero che inevitabilmente accompagna chi ci ha fatto preoccupare. E Simone, con il fiatone, avrà detto: «Ho portato la croce di un altro».

Nel 1941 nella valle del Cedron, a Gerusalemme, è stato ritrovato un ossario risalente al I secolo d.C., che contiene le spoglie di una famiglia originaria di Cirene. È citato, in particolare, il nome di «Alessandro di Cirene, figlio di Simone». Poiché Cirene è una località molto distante da Gerusalemme ed Alessandro è un nome relativamente poco diffuso nella comunità ebraica del tempo, alcuni studiosi ritengono plausibile l’ipotesi che l’ossario ospiti i resti della famiglia di Simone il Cireneo. Un’urna reca la scritta: «Sara (figlia) di Simon, di Tolemaide” (un centro della Cirenaica); c’era dunque stata anche una figlia femmina del cireneo.

Va detto che la presenza di molti ebrei provenienti da Cirene, che avevano fatto ritorno a Gerusalemme in quel periodo, è attestata anche da altri passi neotestamentari, nei quali è ricordata una sinagoga abitualmente frequentata da questi gruppi (cfr. “Atti degli Apostoli” 6, 9).

La famiglia di Simone sembra in particolare, a giudicare dai nomi personali, un nucleo multietnico: il nome del cireneo (Šimʽōn), peraltro abbastanza comune nella tradizione ebraica, si collega alla radice ebraica šmʽ “ascoltare”, mentre i suoi figli hanno un nome greco (Alessandro) e un nome romano (Rufo), o meglio osco, perché nell’esercito romano si mescolavano normalmente etnie e lingue. Del resto la Palestina del tempo era abitata da stirpi diverse che parlavano differenti lingue.

Leggo in un sito del Vaticano (www.vatican.va): «Il Cireneo ci ricorda pure i tanti volti di persone che ci sono state vicine nei momenti in cui una croce pesante si è abbattuta su di noi o sulla nostra famiglia. Ci fa pensare ai tanti volontari che in molte parti del mondo si dedicano generosamente a confortare e aiutare chi è nella sofferenza e nel disagio. Ci insegna a lasciarci aiutare con umiltà, se ne abbiamo bisogno, e anche a essere cirenei per gli altri».

Non si direbbe però che Simone sia stato un “volontario”. I soldati lo hanno visto, l’hanno “acchiappato” (ἐπιλαβόμενοι Σίμωνά τινα) e gli hanno dato lì per lì l’incarico di portare la croce. Lui l’ha fatto e presumibilmente non avrebbe potuto rifiutarsi (pena come minimo una manganellata). Cirenei non si nasce; lo si diventa, magari per caso, magari senza che noi vogliamo. Ci troviamo, di colpo, senza poterlo prevedere prima, a ricoprire un ruolo inatteso e spesso sgradevole. Ci càpita, inopinatamente, di fare qualcosa per gli altri; e ci rendiamo conto, magari, in quel momento, di contare qualcosa.

E può anche darsi che questa esperienza, masochisticamente, possa risultare anche appagante, ci possa fare inorgoglire per un attimo, ci faccia sentire – magari fugacemente – importanti. Le buone azioni, volontarie o involontarie, hanno comunque un prezzo; e a volte vale la pena di pagarlo.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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