Bagheria anni ’60: la spesa in paese

Nei primi anni Sessanta, quando ero “picciriddu” e trascorrevo l’estate a Bagheria dai nonni, spesso la mattina mio padre mi portava in giro per il paese per fare la spesa, che allora si faceva giornalmente, prendendo quello che serviva nella giornata.

Corso Umberto era animatissimo fin dalle prime ore del mattino; la strada era a doppio senso, da e verso la Madrice, ma il traffico automobilistico (pur crescendo di anno in anno in quel periodo del “boom”) era ancora lontano dagli eccessi di oggi.

Estate 1961: mio padre ed io in giro per la spesa in corso Umberto

La prima tappa obbligata, venendo dalla zona di Villa Palagonia, era la salumeria di don Paliddu Morreale, a metà di corso Umberto di fronte alla via Ciro Scianna. Don Paliddu abitava nella vicina via Pirrone; ebbe due figli, uno dei quali purtroppo morì giovane durante un’immersione subacquea. 

La salumeria sorgeva accanto al Bar Favorita in Corso Umberto I a Bagheria; si tratta della porta e della finestra subito a destra del bar.

Questa salumeria era una festa per gli occhi e per l’olfatto: festoni di prosciutti, salami e mortadelle (inesistenti, allora, bresaola e salumi esotici come lo speck); formaggi di tutti i tipi, più o meno stagionati, appesi ad olezzare o esposti nel bancone a vetri; olive bianche e nere; scatole di conserva di pomodoro; bilance grandi e piccole (una era “ad orologio”).

Una salumeria bagherese negli anni Sessanta (Antonio Ventimiglia nella salumeria di Ignazio Buttitta)

C’erano anche, e mi piacevano tantissimo, coloratissimi manifesti pubblicitari, che a volte riempivano mezza parete: in particolare ricordo quelli del formaggino Milione Invernizzi (“Il formaggino che piace a me, piace a voi, piace a tutti”) e del formaggino Mio Locatelli, che rappresentavano entrambi dei bambini come me che si leccavano le dita gustando il ghiotto alimento; non mancava un quadretto con l’immagine di san Giuseppe e del bambino Gesù, emblema di Bagheria. I prezzi erano chiaramente leggibili, stampati a caratteri cubitali a scanso di equivoci e di viste più o meno falsamente annebbiate.

I salumi erano affettati a mano e spesso don Paliddu mi dava una fettina di salame in omaggio, che io degustavo con grande piacere.

La tappa successiva era dai miei nonni materni in via Ciro Scianna; ma prima di salire, immancabilmente, papà comprava due “mafalde” (pani tradizionali locali) con quattro panelle ciascuna dal sottostante panellaro (che aveva i capelli rossi e io avevo soprannominato “Jim il Rosso”); poi le consumavamo nel soggiorno, innaffiandole con un bel bicchiere di acqua con “zammù” (l’anice).

La “mafalda” con panelle

Riprendevamo poi la spesa nel corso: e immancabilmente sostavamo dal “carnezziere” don Luigi Zarcone, accanto al bar Aurora.

Le macellerie (ma qui si chiamano “carnezzerie”) all’epoca appendevano, davanti al negozio, capretti, quarti di bue, budellame vario, in un’esibizione squartatoria che oggi si può ricostruire guardando il quadro “La Vuccirìa” di Renato Guttuso.

Renato Guttuso, “La Vuccirìa”, 1974

La salsiccia in estate non c’era; la si trovava solo a settembre, in occasione della festa della Milicia; ma purtroppo noi eravamo già ripartiti. Solo quando venivamo a Natale (non ogni anno) potevamo gustarla, dimenticando così temporaneamente le “lugàneghe” liguri.

Da Luigi si faceva anche conversazione; l’acquisto della carne si dilatava in ampie discussioni in fitto dialetto “baarioto”, cui io – piccolo genovese – assistevo con grande curiosità (ho imparato bene questa lingua, che ha una potenza espressiva davvero rara).

Si era ormai arrivati a piazza Madrice; qui anzitutto facevamo un salto al “salone” da barba di mio zio Masino, proprio accanto alla Chiesa Madre.

Il “salone” di mio zio Masino Pintacuda a Piazza Madrice (Bagheria)

C’era lo zio, aiutato dal suo assistente Bàrtolo Prestigiacomo, e da almeno un paio di “picciriddi” (più o meno miei coetanei), in qualità di assistenti e “spirugghiafacènni” (addetti cioè all’espletamento di incombenze varie nel salone e al di fuori). Lo zio, se non ci tagliava i capelli (cosa che avveniva almeno ogni due settimane), ci faceva sedere, mi dava una caramella o un giornalino e mi spruzzava “n’anticchia” di profumo.

Sulla via del ritorno, altre soste obbligate: anzitutto l’edicola delle sorelle Viscuso, all’angolo della piazza, dove mio padre acquistava il “Giornale di Sicilia” e, solo dopo le 11 (prima non arrivava), il “Corriere della Sera”, oltre a riviste varie; poi il famoso bar Aurora di Cuffaro, dove ci scappava sempre una pastarella, un’inimitabile brioche con gelato o un cono da 10 lire.

Vorrei infine ricordare una tappa particolarmente “storica”, anche se non quotidiana: quella al pastificio-negozio di Provvidenza Giammanco, dove acquistavamo (specie per la domenica) la famosa “pasta di Pruverienza”.

Erano due stanze di fronte alla posta di corso Umberto: in una si produceva artigianalmente la pasta, nell’altra si vendeva. La pasta, dopo l’impastatura, era esposta al sole per l’asciugatura (a cavalcioni di alcune canne di bambù); infine era venduta al dettaglio.

Cosimo Giammanco, fratello di Provvidenza “‘a pastaia”

E io ricordo l’odore di quella pasta, pungente, acutissimo, intenso, che a me dava un enorme fastidio. Ricordo anche la signora “Pruverienza”, che ci confezionava i pacchetti di pasta richiesti.

A questo punto, carichi di spesa (ma non si usavano ancora i sacchetti di plastica e mio padre usava la sua capace borsa), scendevamo verso piazza Indipendenza e tornavamo verso la casa di mia nonna paterna, in via Leonforte.

Qui iniziava poi la fase preparatoria del pranzo: ma io a quel punto me ne salivo in terrazza a giocare.

Quasi sempre, però, verso le 12 arrivava da giù l’attesissima chiamata della zia Ciccina (“Ma-a-riooooooooooooooo!”) e io scendevo a valanga per gustare lo splendido piatto di patate fritte che la zia mi cucinava a mo’ di antipasto.

Lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno.

Infine, mi toccava una fondamentale mansione: verso le 14 mi trasformavo in piccola vedetta siculo-ligure e dal terrazzo fissavo la vicina piazza Indipendenza in attesa di veder spuntare zio Masino di ritorno dal salone; appena lo vedevo spuntare in fondo alla piazza, davo – come Rodrigo de Triana a Cristoforo Colombo – il trionfale annuncio: “Arriva zio Masino!”.

Estate 1963: io, di vedetta sul balcone.

E finalmente la pasta di Pruverienza veniva calata.

P.S. n. 1: Come qualcuno avrà notato, non ho parlato di acquisto di frutta o di pesce. C’è un motivo: la frutta era portata dalla campagna o era acquistata a casa da ambulanti che passavano con il carretto “abbanniannu” (cioè pubblicizzandola) ad alta voce: “Beeeedddu pi sassa ‘u pumaruoru!”. Di alcune di queste “abbanniatine” possiedo, in un nastro Geloso che devo ancora riversare, testimonianze acustiche preziose; spero di poterle riesumare prima o poi. Quanto al pesce, si preferiva acquistarlo ad Aspra o a Porticello, dove (almeno allora) si era sicuri di trovarlo freschissimo.

P.S. n. 2: Ringrazio ancora di cuore Mimmo Sciortino per avere aiutato la mia memoria e per avermi anche fornito diverse foto e informazioni preziose che non conoscevo.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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