Medea diventa Medea: l’assassinio del fratello Apsirto

Quando pensiamo a Giasone e agli Argonauti, la nostra mente corre subito a un’avventura epica: un gruppo di eroi a bordo della nave Argo, guidati dal coraggioso Giasone, in viaggio verso la lontana Colchide, sul Mar Nero, per conquistare il mitico Vello d’Oro. È una delle storie di eroismo e audacia più celebri della mitologia greca, un racconto di mostri sconfitti e imprese impossibili.

Tuttavia, come ogni grande mito, anche quello degli Argonauti nasconde un abisso psicologico, una tragedia di sangue e tradimento che ridefinisce il concetto stesso di eroismo. Uno degli episodi più crudi e rivelatori non riguarda una battaglia contro creature fantastiche, ma un omicidio a tradimento commesso all’interno della famiglia: l’assassinio di Apsirto (Ἄψυρτος), fratello di Medea, per mano di Giasone e con la complicità della stessa sorella.

Nel suo poema “Le Argonautiche”, Apollonio Rodio (III sec. a.C.), narra in 4 libri l’impresa degli Argonauti, ricordando come Giasone, giunto in Colchide alla ricerca del Vello d’oro, abbia trovato un insperato aiuto in Medea, la giovanissima figlia del re Eeta, che si è innamorata di lui grazie all’intervento di Afrodite e Eros.​ Medea, con le sue arti magiche, lo ha aiutato a superare le terribili prove imposte da Eeta per consegnare il Vello, tradendo così il padre. In seguito, per sfuggire all’ira di Eeta, Giasone e Medea sono fuggiti via con gli Argonauti sulla nave Argo.​

Nel IV libro Apollonio Rodio introduce il tragico episodio dell’uccisione di Apsirto, facendolo precedere da una violenta invettiva contro Eros, il dio dell’amore: “Funesto amore, grande sventura, abominio degli uomini: / da te nascono le contese mortali, i gemiti ed i travagli, / e ancora si agitano infiniti dolori. / Sui figli dei miei nemici vieni armato, signore, / quale gettasti nell’animo di Medea l’odiosa rovina” (vv. 445-449, trad. Paduano). Lungi dall’essere una forza benevola, l’amore che lega Medea a Giasone è presentato come un flagello: Eros è una “grande sventura”, una forza distruttiva responsabile di dolore e angoscia. Secondo il poeta, è proprio questa “odiosa rovina” che il dio ha istillato nel cuore di Medea, dando il via ad una catena di eventi sanguinosi: l’amore non è più una scelta, ma una condanna, una forza devastante che porterà solo rovina.

L’invettiva di Apollonio fu ripresa secoli dopo da Virgilio nella sua Eneide con il celebre verso: “Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis?” (“Crudele amore, a cosa non costringi i cuori umani?”, “Eneide” IV 412).

Ne deriva una netta discrepanza tra la Medea del III libro, che era stata descritta come una ragazza ingenua e travolta dall’amore, e la figura spietata che emerge in questo episodio, diventando la mente malefica del delitto. È lei infatti che, per fermare l’inseguimento della sua gente, i Colchi, guidati da Apsirto, con “crudeli promesse” attira il fratello da solo su un’isola sacra, mentre Giasone lo attende nascosto.

Con grande maestria psicologica, Apollonio sottolinea la crudeltà di questo tradimento attraverso una similitudine prolettica: Apsirto, avvicinandosi alla sorella, viene paragonato a un “dolce bambino” (ἀταλὸς πάις) che esita ad attraversare un torrente in piena: “andò solo di fronte alla sorella, e prese a saggiarla con le parole, / come fa un dolce bambino con un torrente / che neppure gli uomini forti si arrischiano ad attraversare” (vv. 460-462). Questa immagine di una vulnerabilità quasi infantile rende la spietatezza di Medea ancora più agghiacciante.

Ma l’uccisione del fratello non è solo un atto crudele: essa coincide con la rottura del “cordone ombelicale” di Medea, che in questo modo “estremo” rompe definitivamente con la sua famiglia, la sua patria e il suo passato: Apsirto rappresenta l’opposizione del padre Eeta, un’opposizione che lei deve annientare per poter iniziare la sua nuova vita al fianco di Giasone.

La descrizione dell’omicidio è un capolavoro di tensione e violenza, raccontata con dettagli quasi cinematografici. Mentre Medea attira il fratello sull’isola sacra, Giasone “si dispose in agguato” (v. 454). L’imboscata avviene in un luogo che ne amplifica l’empietà: proprio vicino a un tempio costruito dagli indigeni Brigi.

La scena, violentissima, si consuma in tre momenti chiave.

1) Anzitutto, mentre Giasone sbuca dal nascondiglio e colpisce a tradimento Apsirto, Medea si copre il volto con un velo per non vedere il fratello morire: “Medea distolse / subito gli occhi, coprendosi con il velo, / per non vedere il fratello colpito ed ucciso” (vv. 465-467). È un gesto che sembra voler negare il delitto mentre viene compiuto, ma in qualche modo risulta quasi empio ed ipocrita.

2) Quanto a Giasone, viene spogliato di ogni aura eroica: non è più un guerriero, ma uccide Apsirto “come fa il macellaio con un toro dalle ampie corna” (v. 468). L’immagine sottolinea la brutalità del delitto: la vittima cade in ginocchio nel vestibolo del tempio, profanando lo spazio sacro.

3) Apsirto, prima di morire, raccoglie con le mani il proprio sangue e lo scaglia contro la sorella: “mentre lei si schermiva, le arrossò il bianco velo ed il peplo” (v. 474). Questo gesto disperato contamina Medea per sempre, marchiandola fisicamente e simbolicamente con il suo tradimento.

A osservare la scena, invisibile, “con occhio acuto ed obliquo”, c’è l’Erinni “spietata, signora del mondo” (v. 475), la divinità della vendetta, a sottolineare che un atto così empio non potrà restare impunito.

Ma l’orrore non è finito con l’omicidio. Dopo averlo compiuto, Giasone compie un rituale apotropaico, volto cioè a scacciare la vendetta del defunto: si tratta del cosiddetto “maschalismòs” (µασχαλισµός), che  consisteva nel tagliare mani, piedi, genitali, naso e orecchie del morto. Le parti recise venivano poi legate con una corda e fatte passare sotto le ascelle del cadavere (in greco “maschàlai”, μασχάλαι, da cui il nome del rito), facendole ricadere dietro il suo collo.

Lo scopo di questa pratica orribile era simbolico: mutilando il morto, si credeva di privarlo della sua forza, impedendogli così di vendicarsi dall’oltretomba. Tuttavia, il macabro rituale risulterà insufficiente: per l’ira di Zeus il ritorno in patria degli Argonauti avverrà dopo la purificazione e dopo lunghe sofferenze.

Questa cupa vicenda (un fratricidio commesso con freddo cinismo, con l’inganno e con la violenza) trasforma la spedizione degli Argonauti da avventura epica a oscuro crimine. Giasone non ha più alcuna connotazione eroica, mentre Medea non è più soltanto un’ingenua fanciulla al primo amore: entrambi diventano complici di un atto spietato che li segnerà per sempre.

La versione di Apollonio Rodio costringe a guardare oltre l’oro del Vello riconquistato, tolto all’oriente per restituirlo all’occidente, considerando invece il sangue versato per ottenerlo, rivelando che le fondamenta di molte leggende eroiche poggiano su atti mostruosi.

Fino a che punto – verrebbe di chiedersi – l’amore o l’ambizione possano giustificare il tradimento, la crudeltà, il superamento di ogni limite etico umano? E una volta superato quel limite, è mai possibile tornare indietro?

P.S.: Anche il filosofo latino Seneca (nei cori della sua tragedia “Medea”) parlerà di un “nefas” argonautico, cioè di un’azione empia compiuta dai Greci in questa spedizione, identificandola però con l’invenzione stessa della navigazione (la loro nave Argo era la prima ad aver solcato i mari). Per colpa della spedizione argonautica erano state violate le leggi naturali e cosmiche, erano stati eliminati i confini tra mari e terre, si era permessa l’introduzione nel mondo civilizzato di forze barbare e distruttive. Seneca, con intuito straordinario, denuncia qui i mali della “globalizzazione” e della distruzione dell’habitat naturale.

Quanto ad Apsirto, nella “Medea” senecana il suo assassinio non è narrato in una scena specifica, ma emerge nei monologhi di Medea come visione ossessiva e rimorso ricorrente, contribuendo alla caratterizzazione della protagonista come figura tormentata dal suo passato violento e preannunciandone i successivi delitti (soprattutto l’assassinio dei due figli avuti da Giasone).

MARIO PINTACUDA

Palermo, 17 gennaio 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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