La bellissima canzone “Se telefonando” compie sessant’anni; infatti fu scritta (appositamente per Mina) nel 1966 da Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara; la musica fu composta da Ennio Morricone.
Il grande Maestro in quel periodo aveva già firmato le colonne sonore della “Trilogia del dollaro” per Sergio Leone e le sue musiche erano già popolari in tutto il mondo; contestualmente però era anche autore di musiche e arrangiamenti nel campo della musica “leggera” (ad es. “C’era un ragazzo…” di Gianni Morandi, “Sapore di sale” di Gino Paoli e “Il mondo” di Jimmy Fontana). “Se telefonando” però era la canzone di cui Morricone era più orgoglioso; una volta ebbe modo di dichiarare che la melodia gli era venuta in mente mentre faceva la fila in ufficio postale: e c’è davvero da rivalutare le snervanti file alla posta, di fronte a risultati come questo.
Il brano, nato originariamente come sigla di apertura del programma radiofonico “Aria condizionata”, fu cantato da Mina per la prima volta in televisione durante la sedicesima puntata di “Studio Uno” il 28 maggio 1966; contestualmente fu edito il 45 giri.
La melodia, l’arrangiamento, il tessuto musicale del brano sono straordinari. L’introduzione di fiati (ispirata, per ammissione dello stesso Morricone, alle sirene bitonali della polizia di Marsiglia) diventa il motivo portante della canzone, che presenta per l’interprete non poche difficoltà: il brano è in un crescendo continuo e si arrampica su note sempre più alte. Mina però aveva uno straordinario talento e un’estensione vocale unica, tanto da reggere alla perfezione l’impegnativo percorso vocale della partitura.
Nello spartito il Maestro utilizza una cellula melodica minima (spesso identificata con le note mi-fa-sol) che ruota su se stessa, creando una tensione psicologica che riflette l’ansia e l’urgenza del testo. A differenza della maggior parte delle canzoni pop degli anni ’60, “Se telefonando” non rimane ferma in una tonalità, ma è costruita su un continuo salire di tono che crea un effetto di climax infinito; ciò serve a sostenere l’estensione vocale di Mina, spingendola verso il registro acuto nel finale. In questa partitura tecnicamente proibitiva, Morricone usa accordi di quarta e passaggi cromatici che danno al brano un sapore quasi “sinfonico” e cinematografico, distaccandosi dai canoni delle canzonette del tempo. Eccezionale è la bravura dell’esecutrice, che compie un’impresa atletica oltre che artistica, sostenendo un climax infinito con un controllo del fiato straordinario, collegando le note in un unico flusso che scivola dai toni bassi e confidenziali del “parlato” iniziale fino a vette acute di una potenza marmorea.

Non meno bello è il testo, che narra la storia di un amore durato lo spazio di una notte, una notte stupita anche lei di quanto sta avvenendo, a due passi dal mare: “Lo stupore della notte spalancata sul mar”. In questa notte avviene l’incontro di due persone fra loro sconosciute, sorprese e contagiate da quello stupore: “Ci sorprese che eravamo sconosciuti io e te”.
Si accende una scintilla, nasce un’improvvisa immediata attrazione fisica: “Poi nel buio le tue mani d’improvviso sulle mie”. Dopo la fiammata della passione, subentra nella donna lo sgomento, la paura per la rapidità fulminea di quello che è successo: “È cresciuto troppo in fretta questo nostro amor”.
Che fare, ora? Il telefono è là, a un passo da lei: basterebbe chiamarlo, parlargli, spiegare quello che lei sta provando. Basterebbe: “se” lei avesse la forza e il coraggio di farlo.
Ma lei sta lì ad analizzarsi, a creare ipotesi, in una serie di incalzanti periodi ipotetici dell’irrealtà: “Se telefonando io potessi dirti addio / ti chiamerei. / Se io rivedendoti fossi certa che non soffri / ti rivedrei. / Se guardandoti negli occhi sapessi dirti basta / ti guarderei”.
C’è in lei il desiderio di chiudere con un’esperienza nuova, inimmaginata e inimmaginabile, che ha sconvolto la sua vita e che non si sente di affrontare: forse ha un altro, forse è sposata, forse ha avuto delle delusioni e non se la sente di affrontare una nuova relazione.
Comunque sia, le mancano le parole per dire quello che prova: “Ma non so spiegarti / che il nostro amore appena nato / è già finito”. E del resto come potrebbe spiegarla, una cosa così incomprensibile, così assurda? Possono essere così brevi le ore di un amore? Può essere amore un sentimento che nasce e muore nell’arco di pochi magici istanti vissuti insieme?
In realtà lei ha paura. Ha paura di parlargli, di rivederlo, di guardarlo negli occhi. Si trincera dietro giustificazioni altruistiche (“se io rivedendoti fossi certa che non soffri”), ma in realtà le spiegazioni razionali le mancano, perché forse non esistono. Esistono solo i proclami categorici, tanto più categorici quanto più tormentati: “il nostro amore appena nato / è già finito”. È così e basta. Punto.
In ultima analisi, la canzone pone una domanda che resta aperta: è davvero possibile che un sentimento potente nasca e muoia nello spazio di una sola notte? O forse, “Se telefonando” ci insegna che è solo la nostra paura a sussurrarci che qualcosa “è già finito”, proprio nel momento in cui siamo più terrorizzati dalla possibilità che sia appena cominciato?
Esiste anche un video in cui Mina, avvolta in un costume che sembra fatto di serpenti neri, canta “Se telefonando” fra le moderne strutture della stazione centrale di Napoli (considerata da Bruno Zevi una delle opere più interessanti di architettura italiana degli anni Cinquanta e Sessanta). Il video era destinato ai “Caroselli” della Barilla e fu girato da Piero Gherardi, scenografo e costumista di Federico Fellini, vincitore di numerosi premi (tra cui due premi Oscar per i costumi di “8 e mezzo” e “La Dolce Vita”).
La canzone ebbe un enorme successo anche all’estero: nello stesso anno 1966 Françoise Hardy ne registrò due versioni, una in francese (“Je changerais d’avis”) e una in inglese (“I will change my life”).
In queste traduzioni il telefono sparisce e il senso del brano viene modificato; di fronte a un nuovo amore, la ragazza qui si dimostra pronta a cambiare il suo precedente atteggiamento, restio alle grandi passioni, e a lasciare alle spalle il suo passato per ricominciare tutto da capo (“Si tu m’aimais aussi / je sais que je pourrais tout laisser / et tout recommencer!”). Pur avendo una voce assai meno potente di quella di Mina, più sussurrata e suadente, la cantante francese riesce a conferire sensualità e sincerità alla sua esecuzione, ottenendo un risultato sicuramente efficace.
Non sono mancate ulteriori reinterpretazioni della canzone, con risultati vari, come quelle di Franco Battiato, Claudio Baglioni, Orietta Berti, Delta V e Giorgia; ci fu anche un dimenticabile remake della cover di Françoise Hardy da parte di Vanessa and the O’s (2009).
In particolare, una versione elettropop/rock fu eseguita da Nek nel 2015; il cantante emiliano sostituisce gli archi di Morricone con sintetizzatori e chitarre elettriche; il ritmo è più scandito (e compresso) da una batteria elettronica e un basso synth, “aggiornando” il brano in modo efficace. La voce di Nek è graffiante e leggermente roca (in stile pop-rock), mantenendo una pressione sonora “più energica” e restando sempre sui toni alti, con un approccio più diretto e “aggressivo”. Quanto al modulo di tre note ispirato alle sirene di Marsiglia, in Nek viene riproposto dai sintetizzatori con un suono pulito e ritmato, diventando un orecchiabile elemento “dance”.
In definitiva, mentre la versione di Mina è un’opera d’arte senza tempo che punta sull’eleganza e sulla tensione psicologica, quella di Nek è un’intelligente operazione di restauro che ha saputo ridare vita a un classico rendendolo ballabile e “muscolare”, confermando che le composizioni di Morricone sono così solide da resistere a qualsiasi cambio di genere.
P.S.: l’esecuzione di Mina a “Studio Uno” (28 maggio 1966) si trova per ora su YouTube al link https://www.youtube.com/watch?v=3LOSrvtCegY.
TESTO DELLA CANZONE
Lo stupore della notte / spalancata sul mar / ci sorprese che eravamo / sconosciuti io e te.
Poi nel buio le tue mani / d’improvviso sulle mie: / è cresciuto troppo in fretta / questo nostro amor.
Se telefonando io / potessi dirti addio / ti chiamerei, / se io rivedendoti / fossi certa che non soffri / ti rivedrei, /
se guardandoti negli occhi / sapessi dirti basta / ti guarderei.
Ma non so spiegarti / che il nostro amore appena nato / è già finito.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 22 febbraio 2026