Sanremo 1966 e Sanremo 2026

Sessant’anni fa il festival di Sanremo, giunto alla sua XVI edizione, si svolse in tre giornate alla fine di gennaio, da giovedì 27 a sabato 29 gennaio, presso il Salone delle feste del Casinò di Sanremo. Il presentatore era Mike Bongiorno, affiancato da Paola Penni e Carla MARIA Puccini (ma non si poteva parlare di “co-conduttrici” perché erano oscurate dal presenzialismo di Mike).

Nel n. 4 del “Radiocorriere TV” (23-29 gennaio 1966) erano presentati i 26 motivi in gara, ognuno dei quali era eseguito (secondo la formula del tempo) da due diversi esecutori.

Una cosa che oggi può sorprendere è che le prime due serate del festival furono trasmesse sul secondo canale RAI (unica emittente allora esistente) dalle 21,15 alle 22,55; contemporaneamente il giovedì sul canale Nazionale (attuale Rai Uno) andava in onda un telefilm della serie “La parola alla difesa” (con E. G. Marshall).

Soltanto la serata finale fu trasmessa sul I canale, con inizio alle 21 e conclusione (eccezionale per quei tempi) dopo il Telegiornale della notte delle 23. Dunque niente serate-fiume della durata di cinque ore (tanto in questo Paese si dorme poco, almeno fisicamente), niente valanga di ospiti destinati ad apparizioni-lampo, soprattutto nessuna sovraesposizione dell’evento, che era uno fra i tanti eventi del momento, limitato nel suo significato e nell’importanza ad esso attribuita.

La canzone vincitrice fu una lagna abissale intitolata “Dio, come ti amo”, interpretata da Domenico Modugno (alla sua quarta vittoria nel festival) e Gigliola Cinquetti (ancora minorenne e vincitrice per la seconda volta dopo l’exploit di due anni prima con “Non ho l’età”).

Molto più significative furono altre canzoni: la seconda classificata fu “Nessuno mi può giudicare”, eseguita da Caterina Caselli e Gene Pitney, che fece scalpore per il testo “rivoluzionario” (“ognuno ha il diritto di vivere come può, / per questo una cosa mi piace e quell’altra no”); Ornella Vanoni, in coppia con Orietta Berti, si piazzò al sesto posto con “Io ti darò di più” (di Testa e Remigi); Sergio Endrigo eseguì la sua canzone “Adesso sì” in coppia con il duo folk-rock inglese Chad & Jeremy. Va ricordata poi la clamorosa eliminazione di “Il ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano e di “Pafff… bum” di Lucio Dalla, che non arrivarono in finale.

Dal “Radiocorriere TV” n. 4 del gennaio 1966

La caratteristica principale di quell’edizione fu però l’avvento della generazione beat pre-sessantottina, che si realizzò soprattutto con la partecipazione di alcuni “complessi” composti da cantanti etichettati come “capelloni”. In un articolo su “L’Unità” del 27 gennaio 1966 il giornalista Daniele Ionio testimoniava appunto «un certo affollamento provocato dai “capelloni” dei vari complessini, anche perché marciano per le strade sanremesi tutti assieme, e già questo crea confusione». Come scrivono Serena Facci e Paolo Soddu in un bel volume  edito da Carocci, «l’immagine dei “capelloni”, che “marciano per le strade sanremesi tutti assieme”», creando “confusione”, è la descrizione più efficace dell’ostentazione pubblica di quell’etica di coesione, costruita intorno a istanze anticonformiste e sicura del fatto suo, che animava come un fuoco appassionato i musicisti uniti in un progetto di vita e non solo di lavoro» (“Il festival di Sanremo – Parole e suoni raccontano la nazione”, Roma 2011, p. 137).

I complessi musicali proliferavano sempre più basandosi sulle esperienze inglesi (soprattutto i Beatles): a Sanremo si esibirono dunque due complessi stranieri (The Yardbirds e The Renegades) e due italiani (i Ribelli e l’Équipe 84). Ovviamente le giurie li fecero a pezzi: solo i Ribelli con la canzone “A la buena de Dios” furono ammessi alla serata finale (e arrivarono ultimi al 14° posto).

In quei giorni alla segreteria del festival arrivarono molti telegrammi che protestavano contro i “capelloni”, costringendo gli organizzatori a “giustificarsi” dicendo che questi ragazzi in Inghilterra, in America e altrove “facevano tendenza” e che comunque le giurie avevano “fatto giustizia” eliminando “i più spinti” (cfr. op. cit., pp. 137-138).

Oltre al problema “etico” la presenza dei complessi poneva problemi tecnici, perché le nuove sonorità musicali mal si conciliavano con il paludato assetto dell’orchestra tradizionale, supportata da otto coristi (i 4+4 di Nora Orlandi); i complessi erano invece autosufficienti con la loro dotazione di chitarre, basso e batteria, cui si aggiungevano talvolta le tastiere. A Sanremo la convivenza fra l’orchestra e i gruppi «non fu una palestra di creatività e sperimentazione, e probabilmente non poteva essere altrimenti»; infatti, «gli organizzatori aprirono al mondo dei complessi perché il fenomeno non era più evitabile. Le dirigenze del Festival, in questo come in diversi altri casi, più che farsi promotrici delle novità musicali si limitarono a prenderne atto» (op. cit., p. 139).

In definitiva, dunque, nell’edizione del 1966 i “capelloni” furono più “sopportati” che “supportati”; le loro esibizioni furono penalizzate dalla resa sonora inadeguata sul palco di Sanremo, tanto che nell’edizione successiva i complessi furono dirottati in una saletta attigua adibita prima a locale tecnico. L’unica alternativa era rinunciare ai propri strumenti e accettare di farsi accompagnare dall’orchestra: fu quello che fecero nel ’67 i Giganti, gruppo peraltro essenzialmente vocale, con la loro “Proposta” (“mettete dei fiori nei vostri cannoni…”).

Ho risentito in questi giorni alcune delle canzoni dell’edizione del 1966, che ricordo benissimo; le immagini (ovviamente in bianco e nero) di quel festival sono reperibili su YouTube e promanano minimalismo, con un palco striminzito, arrangiamenti caratterizzati dalla ritmica del periodo, i cantanti quasi sempre in giacca e cravatta, le cantanti di un’eleganza sobria e mesta al tempo stesso. Quanto ai (pochi) “capelloni”, erano presentati da Mike Bongiorno come fenomeni da baraccone: lo storico conduttore presentava il gruppo de “I Ribelli”, descrivendone i componenti come «tipi di questo genere con queste chiome così lunghe», ammettendo che molti spettatori erano rimasti «mal impressionati» e che c’erano state critiche pesanti. Bongiorno difendeva questi giovani, spiegando che la musica e le mode si evolvono ogni anno, ma – rispondendo a lettere ricevute dal pubblico – si sentiva in dovere di precisare che si trattava di ragazzi di sesso maschile (!) e che alcuni indossano parrucche per esigenze di scena legate al loro genere musicale.

Non so, francamente, cosa direbbe oggi Bongiorno vedendo esibirsi, nel fantasmagorico palco odierno di Sanremo, interpreti dal look molto più trasgressivo e aggressivo: arazzi umani istoriati dalla faccia agli alluci, fluidità genderless ed eccesso consapevole, provocazioni nel look associate paradossalmente al contributo di designer di alta (?) moda.

Quanto alla musica, quasi tutte le canzoni dell’edizione “venti-ventisei” (ormai si deve dire così) partono con un sussurrato-recitato pressoché incomprensibile, con un effetto “biascicato” che serve forse a dare un’aria più sofferta (anche se costringe il pubblico a casa a consultare i testi delle canzoni in rete o su “Sorrisi e Canzoni”); segue in genere un’intensificazione urlata, nell’assenza di un vero ritornello, per arrivare a un brusco finale “ex abrupto” (il che è tipico dell’era dello streaming, dato che le  canzoni devono essere brevi e “loopabili”: se finiscono all’improvviso, l’ascoltatore è più propenso a farle ripartire o a passare subito alla traccia successiva senza cali di tensione). Insomma, oggi non si cerca più la “bella melodia” in senso tradizionale, ma il contrasto tra il minimo (il sussurro) e il massimo (l’urlo), lasciando spesso l’ascoltatore con un senso di incompiutezza.

Ora mi chiederete qual è la mia canzone preferita. Premetto che non ho sentito tutte le canzoni: io, a quasi 72 anni di età, essendo “vicchiareddu”, non resisto di certo fino all’una di notte né mi metto l’indomani a cercare su RaiPlay le canzoni perdute (ho ben altro da fare, per fortuna).

Posso solo dire che, fra quelle che ho sentito, una che mi è piaciuta per la musica e il testo è “Magica favola” di Arisa: la brava cantante lucana nel testo (da lei scritto insieme ad altri) racconta le stagioni della sua vita, procedendo per decenni: si parte dai 10 anni (le bambole e il gioco dell’amore), si attraversa la tempesta dei 14 anni (il primo bacio, la scoperta che la passione spesso “si confonde col dolore”), fino ad arrivare ai 40 anni, dove il desiderio non è più lo struggimento amoroso, ma la ricerca della pace e il ritorno simbolico tra le braccia della madre.

Tema prioritario è dunque il ritrovamento della propria “bambina interiore”: l’immagine dell’arcobaleno che nasce dal “romantico disordine” della vita adulta rappresenta la capacità di integrare le proprie fragilità senza più averne paura (“C’era una volta l’oceano / io navigavo con te. / Non c’è più bianco né nero / ma l’arcobaleno più grande che c’è. / C’è l’arcobaleno qui dentro di me”).

Dal punto di vista musicale, il brano è una “ballad” molto intensa, in cui la cantante sfrutta sapientemente tutto il suo registro canoro: la prima parte mette in luce il suo celebre timbro “fanciullesco” e cristallino, perfetto per il tema dell’infanzia; poi la voce si fa più scura e corposa, a riflettere l’età della consapevolezza; l’acuto finale nel ritornello non è un semplice sfoggio tecnico, ma una sorta di liberazione emotiva che chiude il brano con una nota di speranza.

Vero sarà che, come hanno annotato alcuni osservatori, c’è qualcosa di “pop disneyano” o una sorta di riedizione delle atmosfere di “Frozen”, ma il fatto è che la partitura musicale resta in mente (cosa che non avviene nell’80% dei motivi in gara), ha un’ariosità luminosa e – soprattutto – appare ben radicata nel vissuto reale dell’artista. Non a caso, per rafforzare il messaggio del brano, nella serata di domani Arisa ha scelto di interpretare “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia insieme al Coro del Teatro Regio di Parma.

MARIO PINTACUDA

Palermo, 26 febbraio 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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