Una recente riscrittura del mito di Narciso

Lidia Ferrigno, originaria di Vittoria (RG), ove risiede e ove ha insegnato, è una delle presenze culturali più importanti non solo della sua città natale, ma dell’intera Sicilia. Poetessa sensibile e ispirata, ha pubblicato diverse raccolte, partecipando a concorsi nazionali e conseguendo importanti riconoscimenti; diverse sue poesie sono state inserite in antologie e riviste.

Qualche anno fa ha curato un libro sulla memoria del suo paese natale, La lunga scia di zagare lontane. Storie di vita nella Sicilia del Novecento all’ombra della Casa Grande (Armando Siciliano ed., Messina 2017); vi sono presentate storie di vita vissuta nel piccolo centro marinaro di Scoglitti. Del 2019 è invece Il mio paese è Macondo – Racconti, miti, poesie, caratterizzato principalmente da ricordi d’infanzia. L’ultima sua raccolta di poesie, Miti mediterranei (ed. Le Fate, Ragusa 2025), è ispirata dai miti classici, rielaborati con sensibilità moderna e antica al tempo stesso (“Io sono antica / come antico è il mare”, scrive di sé l’autrice).

Da tutta questa produzione non emerge mai un’erudizione fine a se stessa, bensì uno strumento critico che trasforma l’archetipo in vissuto quotidiano, “umanizzando” il mito e sottraendolo alla freddezza del simulacro accademico.

Il più recente componimento di Lidia Ferrigno, da lei gentilmente inviatomi “in anteprima”, si intitola Narciso – Il viaggio e narra il percorso di un io lirico (identificabile con il mitico Narciso) che, partendo da una condizione di isolamento e rabbia, giunge alla scoperta della bellezza interiore, in linea con il pensiero di Sant’Agostino citato come epigrafe iniziale: “Ti ho amato bellezza, tanto antica e tanto nuova. Alla fine ho scoperto che eri dentro di me e non fuori”.

Il protagonista vive una giovinezza inquieta e solitaria, caratterizzata da una profonda rabbia e da un vagabondaggio senza meta; si muove in una natura selvaggia e ostile, avendo abbandonato i legami familiari e sociali per chiudersi in un isolamento assoluto: “Vivevo la mia inquieta giovinezza / solo con la mia rabbia / andando per sperdute lande, / per boscaglie e convalli dove traccia / o impronta a me consimile non fosse, / né mai la meta quale fosse / chiesi a me stesso del vagabondare, / o chi io fossi”.

Un’efficace similitudine (“in me racchiuso / come mollusco dentro la conchiglia”) suggerisce una vulnerabilità estrema e una “nudità” biologica che viene difesa da un guscio impenetrabile; il rifiuto di “sentire”, in questa fase, non è rivolto soltanto verso l’esterno, ma soprattutto verso la propria interiorità.

Il viaggio di Narciso è segnato dal conflitto tra il corpo (percepito come un fardello alieno) e la mente (che anela a una libertà assoluta e alla dissoluzione nell’oscurità): “Soffrivo la mancata sinfonia / tra l’inciampo di braccia, gambe, ventre / […] e il ritmo leggero della mente”.  Emerge qui un tema ricorrente nella riflessione esistenziale della poetessa, cioè il conflitto tra la materia e l’astrazione: il corpo rallenta il viaggio verso l’assoluto, agisce come una zavorra che impedisce all’anima di inabissarsi nel proprio “cuore di tenebra inviolato”; è la sofferenza di chi si sente prigioniero della propria biologia mentre cerca di esplorare le “caverne buie” del proprio io.

Dopo aver attraversato un simbolico “cuore di tenebra” fatto di ombre mostruose, il protagonista giunge a uno specchio d’acqua.

Qui, bevendo avidamente, sperimenta una dolcezza che scioglie la durezza del suo cuore: “Le ginocchia piegai per la stanchezza / sull’orlo di uno specchio d’acqua chiara / che per l’arsura avido / io bevvi, / e bevendo sentivo in petto sciogliersi / il duro sasso / che l’anima teneva in una stretta, / e più bevevo più ne avevo voglia / invaso da dolcezza tutta nuova / che acquietava i miei sensi / alla fine placati, / non più in guerra”.

Riflesso nell’acqua, scorge un volto segnato dal dolore che inizialmente non riconosce: “dallo specchio dell’acqua / un volto vidi emergere proteso / verso di me a guardarmi, / un’ombra frammentata che la brezza / a fior d’acqua increspava”. Si avvicina quindi a quel volto, ma il tentativo di un contatto fisico fa svanire l’immagine: “un impulso mai provato prima / d’imprimere le mie sulle sue labbra / mi spinse irrefrenabile: / ma appena le sfiorai, / in un gorgo si infranse quel bel volto / nel fondo della pozza / all’improvviso diventata buia, / ad immagine simile che sfuma / come al risveglio sogno evanescente”.

Ne deriva una folgorazione intellettuale e Narciso comprende che quel riflesso è l’io che aveva sempre rifiutato; in quell’attimo lo “ri-conosce”, cioè “torna a conoscerlo” dopo averlo dimenticato e “rimosso”: “Uno squarcio s’aprì in quel momento / che schiarì come lampo zona d’ombra / la mia sconvolta mente, / luce nel cuor di tenebra portando: / quell’immagine vana ero io, / l’io che non conoscevo / ri-conobbi, / l’io che gettato, rifiutato avevo / m’era venuto amoroso incontro / per esser ritrovato, essere amato”.

Il volto che emerge dall’acqua è increspato dalla brezza, frammentato, ma autentico: “lo vidi bello / di bellezza segnata dal dolore”. La bellezza è tale perché porta i segni del vissuto: riconoscere l’io rifiutato in quel volto sofferente è l’atto di amore supremo, il momento in cui l’immagine smette di essere un miraggio e diventa una riconciliazione.

La folgorante epifania trasforma la percezione del mondo di Narciso; da quel momento il giovane è legato alle cose da un afflato vitale: “mi scoprii creatura / non più spatriata, sola, / ma da afflato legata ad esse / stretta”.

Il viaggio si conclude con il ritorno dei ricordi d’infanzia e la riscoperta del “bambino” interiore, che guarda il mondo (e la luna) con occhi colmi di meraviglia e amore: “E fu allora che il senso percepii / di quel mio lungo e faticoso andare: / il me stesso smarrito era il bambino, / dentro di me in silenzio accovacciato; / era la culla, il ventre caldo era, / il dolce mio riparo / di cui sentivo forte la mancanza; / era il bambino / che di sé s’innamora / e a dito mostrandola / ‘la lliuna!’ / esclama … e spalanca gli occhi”. In questo recupero di uno stupore primordiale, lo “spalancare gli occhi” rappresenta il superamento definitivo degli “occhi bassi e pensiero spento” dell’inizio.

L’esclamazione infantile, con tanto di errore fonetico (“la lliuna”), indica il recupero di un “ri-trovato” linguaggio originario, spontaneo e autentico, libero dalle sovrastrutture del “pensiero spento”. Il mondo viene guardato con occhi nuovi, non per possederlo, ma per abitarlo con stupore. Si ha qui la scoperta che la bellezza cercata fuori, come suggeriva Sant’Agostino in apertura, era sempre stata “dentro”; ed il ritorno alla dimensione infantile, sancito dal grido primordiale, segna il superamento dell’alienazione e il recupero dello stupore.

In questo bellissimo componimento, in linea con la sua ultima produzione (soprattutto con Miti mediterranei), l’autrice umanizza la figura mitologica, rendendo il viaggio di Narciso una metafora universale della ricerca di autenticità e della riconciliazione con le proprie radici.

Il testo, come si è visto, propone alcuni temi-cardine:

a) lo “specchio di vita”, per cui il riflesso nell’acqua diventa lo strumento per cristallizzare l’esperienza umana nel momento esatto del suo verificarsi, sottraendo l’esistenza all’oblio;

b) il senso del limite, per cui il vagabondaggio del protagonista tra “sperdute lande” e “caverne buie” rappresenta l’ostacolo (di ascendenza leopardiana) che stimola lo sguardo interiore, attivando una memoria collettiva che recupera colori e suoni stratificati nel tempo;

c) il silenzio, inizialmente cercato come fuga, è inteso come uno “spazio fertile”, una soglia ontologica necessaria allo scavo introspettivo;

d) la memoria è mezzo prezioso per riacquistare un senso delle cose: “zampillando riemersero i ricordi / di me bambino”; qui il gerundio “zampillando” trasforma il ricordo in una sorgente vitale che riconnette l’uomo alle sue radici; il “forziere” dei ricordi d’infanzia è ciò che permette al protagonista di dare un senso al “faticoso andare” e di riconnettersi con il mondo.

In questa rilettura, il mito di Narciso diventa una metafora universale della ricerca di autenticità e della riconciliazione con le proprie zone d’ombra; questa riconciliazione individuale non costituisce però un atto solipsistico: il “re-incontro” con se stessi è, nella visione dell’autrice, il prerequisito necessario per accedere alla memoria collettiva e a quel “canto di appartenenza” che caratterizza la sua produzione più matura.

Non a caso, la traiettoria individuale di Narciso trova il suo naturale corrispettivo nei Miti mediterranei della stessa autrice: anche qui, infatti, il riferimento ai singoli miti si espande spesso in un canto di appartenenza collettiva; in questa prospettiva, il percorso di Narciso diventa il percorso di un intero popolo che cerca di riconoscere il proprio volto tormentato e bellissimo nelle acque del Mediterraneo.

Altro merito del componimento è il superamento del trito cliché del “narcisismo”, che nel mondo di oggi è diventato una sorta di etichetta usurata, una caricatura da “social media” che evoca immagini di vuota auto-celebrazione e specchi digitali. Siamo abituati a deridere Narciso come il martire della propria vanità, l’uomo che annega in un’immagine riflessa per eccesso di superbia; invece questa riscrittura stimolante ci induce a un’interpretazione più profonda, facendoci cogliere nel vagabondare di Narciso non un atto di arroganza, ma la testimonianza di una disperata ricerca di sé.

La poetessa trasforma il mito classico in una fenomenologia dell’identità, facendoci riflettere su due punti cruciali: qual è il senso profondo del nostro vagabondare interiore? quando smetteremo di fuggire dagli altri per fuggire in realtà da noi stessi?

MARIO PINTACUDA

17 marzo 2026

N.B.: Per gentile concessione dell’autrice, riporto qui il testo integrale del componimento.

LIDIA FERRIGNO

“Narciso – Il viaggio”

 “Ti ho amato bellezza, tanto antica e tanto nuova.

Alla fine ho scoperto

che eri dentro di me e non fuori.”

(S. Agostino)

Vivevo la mia inquieta giovinezza

solo con la mia rabbia

andando per sperdute lande,

per boscaglie e convalli dove traccia

o impronta a me consimile non fosse,

né mai la meta quale fosse

chiesi a me stesso del vagabondare,

o chi io fossi.

Arco e faretra in spalla

e sasso in cuore,

occhi puntati a un orizzonte incerto

slavato di caligine fumosa,

tetto paterno, raduni amicali

e giovanili còri con fastidio 

abbandonato avevo,

ai richiami bramosi indifferente

di driadi e nereidi boscose

avviluppate ai nodosi rami

di querce del Pentelico

da raffiche sferzato

che gelano germogli ancora in boccio,

o da vampe aggredito

che un sudario di riarse foglie

stendono a terra.

Libero e senza peso di ricordi

andavo.

Né mai lo sguardo alzavo a contemplare

il palpitìo di infinite stelle

o della luna il suo cangiante volto

che tutta intera palesato avrebbe

la sua insostenibile bellezza

che dentro me per me avrei voluto;

a occhi bassi e pensiero spento

andavo,

nel vuoto della notte che man mano

di ombre si infittiva,

di presenze e di voci sconosciute

che in me racchiuso

come mollusco dentro la conchiglia,

non volevo sentire,

del mio silenzio acquietato,

 pago.

Soffrivo la mancata sinfonia

tra l’inciampo di braccia, gambe, ventre

che il viaggio rallentavano, tardavano,

e il ritmo leggero della mente

che altro voleva,

in fretta,

né ascolto diedi o passo fermai

alla richiesta supplice d’amore

che m’inseguiva dovunque io fossi,

finché affievolito

l’eco si sperse e spense

lungo crinali e cime di montagne.

Il passar di stagioni mi sfuggiva

sempre portando

arco e faretra in spalla

e quel mio corpo addosso,

a me alieno,

che a terra disteso avrei voluto

come le fiere che lungo il passare

il mio arco lasciava,

o come foglie inutili e stanche

che l’albero rimuove

per rimanere finalmente nudo,

senza impacci per l’anima

a inabissarsi tesa

nel suo cuore di tenebra inviolato,

dentro caverne buie

inesplorate.

 E fu una notte buia senza stelle

che in esse penetrai e vidi fuoco

dal fondo sprigionarsi a rischiarare 

ombre mostruose come di fantasmi

che dai rugosi anfratti

in cui annidate come serpi s’erano,

s’allungavano su per le pareti

a sopraffarmi pronte, minacciose.

Come cervo impazzito che già sente

i morsi e il fiato addosso

dei cani che l’inseguono rabbiosi,

la scia seguendo d’un filo di luce

mi ritrovai, senza sapere come,

nell’abbraccio del cielo

che mi si apriva tutto nell’albore

di latte con un’ultima sua stella

lenta a spegnersi

tremula.

Le ginocchia piegai per la stanchezza

sull’orlo di uno specchio d’acqua chiara

che per l’arsura avido

io bevvi,

e bevendo sentivo in petto sciogliersi

il duro sasso

che l’anima teneva in una stretta,

e più bevevo più ne avevo voglia

invaso da dolcezza tutta nuova

che acquietava i miei sensi

alla fine placati,

non più in guerra.

Rialzandomi, e un tremito mi colse,

dallo specchio dell’acqua

un volto vidi emergere proteso

verso di me a guardarmi,

un’ombra frammentata che la brezza

 a fior d’acqua increspava.

Avvicinando al suo il volto mio

lo vidi bello

di bellezza segnata dal dolore,

e il suo intenso sguardo

che i miei sensi svegliava

un invito a conoscermi lanciava

a trattenermi,

a non fuggire via.

 E ancor più da vicino

un sorriso accennai,

a cui rispose con timore incerto,

la mano allora sporsi

a incrociare la sua che si tendeva,

e un impulso mai provato prima

d’imprimere le mie sulle sue labbra

mi spinse irrefrenabile:

ma appena le sfiorai,

in un gorgo si infranse quel bel volto

nel fondo della pozza

all’improvviso diventata buia,

ad immagine simile che sfuma

come al risveglio sogno evanescente.

Uno squarcio s’aprì in quel momento

che schiarì come lampo zona d’ombra

la mia sconvolta mente,

luce nel cuor di tenebra portando:

quell’immagine vana ero io,

l’io che non conoscevo

ri-conobbi,

l’io che gettato, rifiutato avevo

m’era venuto amoroso incontro

per esser ritrovato, essere amato.

 S’era svegliato dopo l’alba il giorno

nel suo fascio di luce sopra foglie

che abbrividite dal lungo torpore

della notte nebbiosa

docili si piegavano alla brezza

sopra felci e licheni rilasciando

l’umidore rappreso,

a goccia, a goccia.

 Mi rialzai

e volsi gli occhi liberi da ombre

a contemplare

le forme delle cose a me dintorno,

e mi scoprii creatura

non più spatriata, sola,

ma da afflato legata ad esse

stretta.

Come da un forziere

a lungo seppellito e arrugginito,

zampillando riemersero i ricordi

di me bambino

che il padre lancia in alto

a riprendermi pronto

con le sue forti braccia,

e io rido

felice d’esser io,

l’unico amato.

 Di mia madre che parole inventa

e per mano mi porta

sulla soglia impalpabile dei sogni

dove i pensieri scivolano

e favole diventano

possibili.

Dei giochi che infinito fanno il giorno

a comporre e scomporre sulla sabbia

le cifre del mio essere

nel mondo.

 E fu allora che il senso percepii

di quel mio lungo e faticoso andare:

il me stesso smarrito era il bambino,

dentro di me in silenzio accovacciato;

era la culla, il ventre caldo era,

il dolce mio riparo

di cui sentivo forte la mancanza;

era il bambino

che di sé s’innamora

e a dito mostrandola

“la lliuna!”

esclama … e spalanca gli occhi.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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