Ho trovato nell’archivio di mio padre una copia de “L’eco di Bagheria”, un numero unico di 4 pagine pubblicato il 24-25-26 luglio 1965 in occasione della festa di S. Giuseppe, patrono del paese. Direttore del giornale era Giuseppe Pintacuda, detto “Pippinieddu”, ingegnoso poeta dialettale bagherese.

Venduto per sole 50 lire, questo giornale non era un semplice notiziario di provincia, ma un manifesto culturale: attraverso gli articoli in esso contenuti, ci appare una Bagheria sospesa in un equilibrio magico, una “principessa arabo-normanna” che osserva con sospetto l’avanzata della “civiltà meccanicistica”. Oggi, in un’epoca di saturazione digitale, rileggere quelle pagine significa ritrovare un’identità perduta, sospesa tra l’incanto barocco e il fragore del boom economico.

Attraverso gli articoli del giornale, in particolare quelli scritti da Castrense Civello, emerge il ritratto di una Bagheria sospesa tra il fascino delle sue ville barocche e la necessità di preservare tradizioni artigianali, come quella del carretto siciliano, minacciate dal progresso industriale. I testi descrivono con toni lirici la vivacità delle corse ippiche lungo Corso Butera, l’etimologia araba del territorio e le leggende romantiche legate alla Certosa dei Butera.

Il materiale include inoltre il programma ufficiale delle celebrazioni, che spazia da processioni religiose a concerti di musica leggera, riflettendo il fermento culturale e sociale dell’epoca. Una poesia in dialetto di Giuseppe Pintacuda chiude questa rassegna, celebrando l’orgoglio e l’ingegno del popolo bagherese nel mondo.

In prima pagina campeggia un articolo di Castrense Civello, intitolato “Anima antica e nuova di Bagheria, se ci sei batti un colpo!”.

In questo scritto, l’autore non si limita a descrivere il suo paese, ma cerca di evocarne l’anima segreta attraverso un dialogo ideale con la sua gente. Bagheria viene vista come sintesi della Sicilia: Civello osserva la piazza (definita “salotto settecentesco e garibaldino”) come uno specchio della Sicilia vera, dove convivono il mito, la storia e il dramma quotidiano. Viene poi spiegata l’origine del nome “Bagheria”, fatta derivare dall’arabo «Bab-el-gherid» (Porta del vento) e motivata con i venti tiepidi che scendono dalle selle di Giancaldo e Mongerbino per fecondare i campi. L’autore elenca con nostalgia i luoghi della sua infanzia: dall’Aspra a Capo Zafferano, fino a Solunto, definita la città più antica di Sicilia. Bagheria viene poi definita “la Versaglia di Sicilia” e viene celebrata per le sue ville settecentesche (come Villa Palagonia), che nel corso dei secoli hanno ospitato personalità insigni come Goethe, Meli, D’Annunzio, Marinetti e Jean Cocteau.
L’anima della città viene poi colta sia nei suoi grandi uomini (il medico Cirincione, il pittore Guttuso, gli scultori come Pellitteri) sia nella “generosa fatica” della gente umile (contadini, pescatori e carrettieri). Civello chiude ricordando come la bellezza di Bagheria sia un “incantesimo” che continua a vivere nei profumi delle zagare e negli occhi delle sue donne. Una nota di colore: l’autore cita un curioso aneddoto su Gabriele D’Annunzio, il quale, dopo aver visitato i “mostri” di Villa Palagonia, scrisse ai siciliani desiderando di tornare a mangiare con loro la “pasta ‘cu li sardi” e il “ficatu cu l’acitu”.
Cito qui di seguito alcune sezioni di questo lungo articolo, caratterizzato da una prosa piuttosto enfatica e a tratti “torrenziale”:
«Ma che cosa è questa Bagheria? Questa Bagheria […] non è soltanto il paese dove son cresciuto e dove son sepolti i miei avi, dove il mare cambia colore ogni momento, e i giardini della costa, le contrade di agrumi e di ulivi mi mostrano i sentieri che percorrevo bambino in carretto con mio padre e coi miei amici poeti e pittori, ma è anche la più policroma tavolozza di luoghi che prendono nomi vivi ed esaltati nel ricordo, come “l’Accia”, “Cefalà”, “Torretta”, “Spicchialib”, “Scannicchia”, “Lorenzo”, “Scalidda”, “Giancaldo”, “le rocce dell’Aspra”, “Saurello”, “Capo Zafferano”, “Porticello”, “Sant’Elia”, e anche Solunto, fondata dai Fenici, la città più antica di Sicilia, itinerari spesso preferiti delle passeggiate scolastiche ai tempi del ginnasio, che deliziavano il nostro sguardo di panorami stregoni fino alle cime di S. Calogero del Cuccio, delle Madonne e di Rocca Busambra, questo strano brontosauro pietrificato di quarzo a colori che ha dato sorgenti di poesia al pastore Giacomo Giardina.

Bagheria non è soltanto la terra che ti avvince il cuore e la fantasia con la bellezza dei suoi scenari e la magia suggestiva delle sue storiche Ville settecentesche, fra cui primeggia Villa Palagonia, già visitata ed ammirata da Goethe, Houel, Brydone, l’Abate Meli, D’Annunzio, Marinetti (il mio Maestro), Aldous Houxley, Jean Cocteau; non è soltanto l’incomparabile meta dei turisti d’ogni nazione, prescelta come luogo di villeggiatura fino al secolo XVIII, per la sua prossimità a Palermo. […] Bagheria non è solo la Versaglia di Sicilia o la principessa arabo-normanna e delle sue mille gemme di natura, dei suoi verdelli e dei suoi limoni, brulicante d’infiniti balconi e di terrazze: la terra, dove non sai se più ammirare le corse dei cavalli o le bardature dei destrieri purosangue, i cocomeri rossi o i “babbaluciara”, lo sparo dei mortaretti o le cantilene arabesche dei venditori strilloni (ed è da notare che qui, a Bagheria l’urlo dei venditori è pure poesia), le cornamuse natalizie o le serenate sentimentali, lo spettacolo dei giganteschi fuochi artificiali che invadono i firmamenti stellati più il giallo dei limoni e delle cave di pietra, le zuffe dei gialli a mezzogiorno o le statue barocche, grottesche della surrealista Villa Palagonia; dove non sai se più elogiare i famosi carretti siciliani dipinti da Ducato e Murdolo o la Certosa dei Butera, l’opera dei pupi o i carrettieri che cantano, l’esaltazione estrosa e cantata di polpi, melloni, melenzane, pesce e verdura o piccoli casali sperduti nelle sue ubertose contrade, i contadini tristi e bruciati che cesellano la terra dissodata come Benvenuto Cellini per coprirla in giro di lussureggianti altari di fruttificazioni o i pescatori sorridenti che salutati ti rispondono in coro: “Baciamu li mani “, mentre il mare a sera si accende di una grande fiabesca metropoli mediterranea tutta accesa come una allucinante gioielleria.
Bagheria artigiana, marinara contadina, industre e terragna regina delle zagare, che hai aperto sempre al nostro cuore le più solari pagine delle tue campagne, non sei soltanto agricoltura sana e viva o paesaggio seducente; sei la Madre generosa e amorosa, propagatrice di amore e di bellezza nel mondo, un amore tanto materno e insieme filiale, così colmo di tesori splendenti, che pare non voglia avere alcun merito nell’averli generati ed offerti all’Italia: i suoi poeti originali ed appassionati, i suoi medici scienziati come Giuseppe Cirincione guaritore degli occhi di Gabriele D’Annunzio, i suoi eroi come l’ardito dell’Asolone Ciro Scianna caduto fra le braccia del Generale Messe, i suoi scultori come Aiello, Cuffaro, Balistreri, Pellitteri; i suoi pittori come Tomaselli, Quattrociocchi, Gattuso [sic!] […].
Sempre in prima pagina, si legge il programma del “Festino” in onore di San Giuseppe:

24 LUGLIO 1965 – FESTA RELIGIOSA
- Ore 6: Alborata
- Ore 9: Messa solenne con panegirico
- Ore 8: Entrata della rinomata Banda Musicale S. Angelo (Messina)
- Ore 19: Processione solenne del simulacro di San Giuseppe
- Ore 22: Concerto musicale in Piazza Matrice diretto dal M.C. Castronovo
25 LUGLIO 1965 – FESTA COMUNALE
- Ore 6: Alborata
- Ore 8: Giro del complesso bandistico per le vie principali
- Ore 17: Corse di cavalli con fantini
- Ore 21: Concerto bandistico
- Ore 22: Concerto di musica con la partecipazione del Soprano Luisa Sario, del Tenore Franco Cotogno e del Baritono Di Benedetto, sotto la direzione del maestro Luigi Alessi.
26 LUGLIO 1965 – FESTA COMUNALE
Ore 8: Alborata
Ore 9: Giro della Banda Musicale per le vie del paese
Ore 17: Corse dei cavalli con fantini
Ore 21: Rassegna di canzoni con i cantanti di Radio Napoli: Gianni Pecoraro – Patrizia Lena – Ernesto Battaglia, Gilda e i cantanti della RAI TV: Franco Cotogno – Maria Longo – Aura D’Angelo – Maria Paris.
Ore 24: Fuochi artificiali
Presentatore: Carlo Di Salvo
Il Sindaco: dott. Tommaso Di Leonardo
Il Parroco: mons. F. Arena

Alle pagine 1-3 si trova un altro articolo di Castrense Civello, intitolato “Le corse dei cavalli aristocrazia dello sport”; vi si celebra la tradizionale corsa di cavalli che si svolgeva lungo il Corso Butera (definito un “lombrico brulicante”) in occasione della festa di San Giuseppe. Questo articolo è un buon esempio di prosa d’arte: Civello non scrive una semplice cronaca sportiva, ma eleva un evento popolare a momento di alta cultura.
L’autore traccia un’ampia (fin troppo…) storia del legame tra uomo e cavallo, partendo dalle origini preistoriche (le pitture rupestri di Lascaux) fino al mito greco, citando Pegaso, i Centauri e le corse omeriche. Per quanto riguarda l’evento locale, l’autore descrive il Corso Butera come una pista “classica” e difficile, che richiede ai fantini equilibrio, riflessi pronti e coraggio per affrontare la “storica volata” tra le ali di folla che grida in dialetto “Partièru!” (“Sono partiti”). La gara viene presentata come un momento in cui Bagheria ritrova la sua anima più autentica e popolare.

Il commento più significativo riguarda il contrasto tra tradizione e modernità: in un 1965 in pieno boom economico e motorizzazione, l’autore vede nel cavallo un simbolo di nobiltà che resiste all’avanzata della “civiltà meccanicistica”; la corsa non è solo agonismo, ma una “sagra” che unisce il sacro (la festa del Patrono) al profano (le scommesse, le grida dei venditori, il tifo dei “barberi”). Inoltre, emerge un anelito all’universalità: collegando i cavalli di Bagheria a quelli di San Marco a Venezia o ai miti omerici, Civello cerca di dare dignità universale e storica a una realtà locale, nobilitando le radici della propria gente.
Da questo articolo cito la parte relativa alla descrizione della gara che si svolge nel corso Butera: «Ma ciò che più ci piace nei tre giorni di scorribande è la scenografia di questo Corso, con il suo insieme complesso e vario di aspetti policromi, con la fusione di grazia e leggiadria di volti e abbigliamenti in cui i colori fanno arguta fantasia e vivente battaglia. Il pubblico ne è quasi estasiato e vi respira e gode quasi il fiato eroico delle Canzoni di gesta. Una folla si rinnova e si moltiplica lietamente fino a farci sentire come questa rivalità dei cavalli, questo spirito di emulazione assetato di vittoria ippica fa sì che la Sagra di San Giuseppe riesca sempre più pittoresca e animata. […] Scopriamo gruppi di visitatori stranieri mescolarsi alla folla variopinta, quando tre spari di mortaio dalla Punta Aguglia avvertono di sgombrare il Corso, dove fra pochi minuti i «barberi» faranno la loro storica volata. Mormorii d’impazienza percorrono il pubblico che vuol vedere ad ogni costo i barberi che passeranno come una freccia, in un lampo. Non mancano i retorici e contradditori commenti sopra la “barbarie” di quest’uso a cui, fino ad un istante prima s’è applaudito. Ieri come oggi si svolgono appassionanti gare di giannetti e di “vardalora”; e gli spettatori, uomini e signorine, dalle terrazze e dai balconi s’inebriano dell’impeto dei cavalli in: corsa, seguendoli dalla partenza al traguardo, avvisati dal “fauriddaru” che dà fuoco ad un robusto “bummu” (mortaio) rituale. […] Quando i cavalli partono di carriera, gli uomini, armati di binoccoli, per seguire le corse in ogni fase, annunziano a gran voce: «Partièru!… Avanti c’è u Mirrinu di Castiddazzu! Sfirrò! Dànnu fici… “Aquila nera” o “Giubba bianca a palle nere” ha trovato la sua gran giornata nel finale strabiliante… U baiu di Villabati! S’u mancia! S’u manciò! Trasìu… friscu come na rosa, ammaistratu di l’Onnipotenti, truvò la biada della vittoria!» Intanto la folla sgombra di quel tanto che può bastare ai corridori, ché, di star dietro le transenne, nessuno lo intende».
In seguito, la corsa dei cavalli è stata abolita per due motivi: era troppo pericolosa per la pubblica incolumità ed aveva dato la stura a un giro di scommesse gestite, magari, da personaggi di dubbia onestà.

Per una ricostruzione della storia della festa di San Giuseppe a Bagheria e per altre notizie sulla corsa dei cavalli, rinvio a un articolo pubblicato da Giuseppe Martorana su “La voce di Bagheria” in data 5 agosto 1917 (cfr. https://www.lavocedibagheria.it/2017/08/la-festa-di-san-giuseppe-a-bagheria-negli-anni/).

Di grande interesse è un articolo a pag. 3, non firmato e intitolato “Una tradizione che non deve scomparire – Salviamo il carretto siciliano – Incontro con i fratelli Ducato di Bagheria”.
L’articolo si presenta come un accorato appello per la salvaguardia di un’arte che, già nel 1965, rischiava di scomparire sotto i colpi della “civiltà meccanicistica”. Il carretto non viene visto come un semplice mezzo di trasporto, ma come un “libro di favole e di leggende su due ruote”, un oggetto d’arte dove pittura e scultura si fondono per raccontare le gesta dei Paladini di Francia, episodi biblici o fatti storici recenti come El Alamein.
L’articolista visita la bottega dei Fratelli Ducato a Bagheria, definendoli artisti di fama internazionale capaci di trasformare il legno in “tavolozze a due ruote”.

Nonostante il prestigio – testimoniato da citazioni su riviste estere come il “National Geographic” – l’articolo denuncia una crisi profonda: molti maestri intagliatori, fabbri e pittori sono costretti a cambiare mestiere, diventando manovali, infermieri o venditori ambulanti per sopravvivere. I Fratelli Ducato sono presentati non solo come custodi del passato, ma come innovatori che, per necessità, inventano il moderno “souvenir” d’arte (i vasi in terracotta dipinti) per mantenere viva la propria identità creativa.
Vengono amaramente elencati i nomi dei “vinti” dalla civiltà meccanicistica: i fratelli Paladino, titolari della più antica bottega di Bagheria, sono ridotti a vendere ortaggi per sopravvivere; Pietro Giglio, Maestro del ferro battuto, è costretto a fare il manovale; Francesco Paolo Cardinale, Vecchio maestro pittore, è finito a fare l’infermiere in un manicomio.

Per resistere, i Ducato ebbero un’intuizione geniale e disperata: trasferire le gesta dei Paladini di Francia e le scene di El Alamein dal legno alla terracotta, creando i primi souvenir d’arte per il mercato turistico e l’esportazione oltremare.

Cito qui di seguito uno stralcio di questo articolo:
«Incontrarsi con questi artigiani, il cui lavoro confina con l’opera d’arte, è un sereno approdo alle più celebrate quote della storia, e dei miti viventi. Visitiamo il loro laboratorio ed osserviamo tutto ciò che nella fantasiosa immagine del Sud simboleggia la vita che emana dalla luce e dal calore del sole; su numerosi pannelli le mani degli artisti hanno illustrato con abile ed accurato impiego del pennello scene di favole e di gesta eroiche di cui l’Isola è tanto ricca ed hanno decritto in un vivace racconto policromo quelle storie dei Paladini di Francia: lotte tra cristiani e pagani, paladini e maganzesi, tra eroi puri e saracini infedeli, che ancor oggi le mamme siciliane narrano ai loro bambini.
I quattro fratelli Ducato hanno continuato per lungo tempo ad interpretare sui pannelli i motivi del passato: scene dell’epopea cavalleresca, delle Crociate, delle vite dei Santi, parabole del Vangelo; si sono ispirati anche alla recente epopea di El Alamein; e tutti sanno che la maggior parte di questi preziosi strumenti di lavoro, da loro abbelliti nella scultura in rilievo con i dipinti in ogni centimetro della struttura, proviene da Bagheria: in ogni tavolozza a due ruote, pittura e scultura si formano come storia e cronaca in unico armonioso tessuto. […]
I fratelli Ducato, che hanno meritatamente raggiunto fama internazionale, naturalmente non ne hanno alcun bisogno, ma noi vogliamo ringraziarli per quello che abbiamo appreso durante un’ora trascorsa insieme, perché nei loro pannelli affrescati abbiamo riconosciuto l’impeto culminante della nostra gente verso l’invenzione artistica, verso l’epica, verso la poesia. E li abbiamo ascoltato col più vivo interesse, quando, anche a nome di tutte le Maestranze artigiane, ci hanno rappresentato il dramma della crisi che minaccia il loro artigianato artistico, ed hanno rilevato con patetico accento la penosa realtà di decadenza e di abbandono, determinatasi a causa della incalzante avanzata della civiltà meccanicistica. […] È questo un grave problema che merita pronta risoluzione, concreti e chiari provvedimenti da parte del Ministero del Turismo e della Pubblica Istruzione in difesa delle botteghe che chiudono per mancanza di lavoro e degli artigiani che cambiano mestiere, costretti dalla necessità a provvedere ai bisogni esistenziali. Anche i vecchi “maestri”, onusti di un glorioso fardello artistico, sono condannati, dopo una intera vita spesa attorno al carro, ad adattarsi a lavori di accomodo. Per non muoversi su un terreno di vaghe affermazioni, diciamo subito che il maestro Giuseppe Gagliardo, esperto d’intaglio, non fa più il mestiere per mancanza di lavoro; e così pure Giuseppe Carollo da Palermo, costruttore di carrettini piccoli che si dà da fare come carpentiere; Pietro Giglio, maestro del ferro battuto ridottosi a fare il manovale; Rosario Castronovo, intagliatore, emigrato in Venezuela; il vecchio maestro pittore Francesco Paolo Cardinale, da Palermo, oggi infermiere al manicomio; i fratelli Paladino da Bagheria che avevano a Bagheria la più antica bottega, uno dei quali per vivere si arrangia a vendere ortaggi; il maestro Emilio Mùrdolo, di cui tutti conoscono le tristi vicende della sua meschina pena di vivere, il poeta sellaio Paolo Aiello. […].
Va qui notato intanto che i Fratelli Ducato, che sono i più bravi pittori di carri della zona, nel tentativo di non chiudere bottega, hanno trasferito i motivi del carretto siciliano sui piccoli vasi di terracotta; hanno staccato dal carro i pezzi più lavorati e li hanno presentati a Mostre, raduni folcloristici, nelle Gallerie alla moda, di Milano e di Roma, in esposizioni dedicate al folclore del carro, per non lasciare nulla d’intentato, come sono all’arte cui li lega il ricordo del padre. Essi anche hanno inventato nuovi soggetti, immaginato nuove scene, e legate altre storie e leggende della nostra gente al carretto siciliano, soprattutto per non condannare alla fine questa nobile tradizione di cui sono valorosi epigoni ed apprezzati interpreti.
Occorre valorizzare con un’accorta propaganda la loro opera, con la istituzione di una Bottega artigiana del carretto, che assuma una sua precisa fisionomia di Mostra-mercato permanente dei pannelli e della ceramica: occorre intervenire, con la apertura di Mostre selezionate, come si è fatto in campo nazionale per gli arazzi, i tappeti, cestini di palma nana e filati preziosamente in tessuti, legni scolpiti e panneggi. Bisogna dare inizio ad una feconda stagione di serie iniziative per proiettare in luce le espressioni assolutamente originali di questo nostro insidiato lavoro artigianale, consentendo che esso possa esprimere la più intensa carica di vitalità creativa. Bisogna tutelare la tradizione del carretto: qui è infatti il segreto della sua perenne vita, del suo continuo rinascere: solo così non sarà un’arte decaduta e inferiore del nostro migliore patrimonio folcloristico».
Per altre preziose notizie sul carretto siciliano, ricordo il bel volume di Lisa Sciortino, “L’antiquariato del carretto siciliano nella collezione Daneu Tschinke”, pubblicato nel 2025 dalla casa editrice “Plumelia”.
A pag. 3 si legge anche il testo della poesia “Sarvi, Baarìa” (“Salve, Bagheria!”) di Giuseppe Pintacuda:
SARVI, BAARIA!
Sarvi Baaria, matri d’Eroi / cruggiolu unni si funni arti e scienza / unni la civirtà sempri s’avanza / funnennusi rispettu e rivirenza.
Ti ‘nfamanu, ma è senza ragiuni / e spissu ca t’assaianu li cani / mperò Bagnera e Cirrinciuni / foru lu sciuri di li cristiani.
Matri di Ciru Scianna e di Ristivu / lu primu fici onuri a Baaria / e l’autru ca ‘nta la tirannia / cu li So bummi li cacciau via.
Cu fu Peppi Scurdatu nun lu sai / maistru di sparari lu trummuni / sutta Catolica cu lu So squatruni / cacciàu li surdati di Burbuni!
Unni un figghiu tò metti li peri / criscinu ‘nta ddi luchi rosi e ciuri / giri lu munnu e timpistusi mari / ma di fami è sicuru ca nun mori.
Capaci di ‘mparari ogni misteri / e tuttu li so manu sannu fari / lu medicu ti fa e lu dutturi / e sapi li campagni curtivari.
Ajuta lu so simili a li peni / nun distinguennu razza o discindenza, / ‘zoccu havi lu duna puru a ttia, / ma nun supporta la supricchiaria.

Di un certo interesse è, sempre a pag. 3, un articoletto intitolato “La certosa dei Butera – La storia di due poveri amanti: Adelaide e Comincio”. Vi si descrive la Certosa situata all’interno della Villa del Principe di Butera a Bagheria; questa struttura è definita una “certosa in miniatura” dove i religiosi sono rappresentati da statue di cera a grandezza naturale poste all’interno di celle.
Il testo si sofferma sulla tragica storia d’amore tra due amanti, Adelaide e Comincio. Essendo parenti troppo stretti, non ottennero il permesso di sposarsi. Lui allora, per la disperazione, si fece monaco certosino; lei, rimasta vedova del marito che era stata costretta a sposare, riuscì a entrare nello stesso monastero travestita da uomo per vivere accanto a lui senza essere riconosciuta. Il segreto venne svelato solo alla loro morte, avvenuta a breve distanza l’uno dall’altra.

Oltre a questa leggenda, l’articolo riporta un fatto di cronaca nobiliare riguardante la vedova del Principe di Butera, la quale si risposò segretamente con il figlio di un lord inglese. Il padre del giovane, contrario all’unione, ottenne dal Governo napoletano l’incarcerazione del figlio e la reclusione della principessa in convento, portando infine alla separazione della coppia dopo alterchi legali in Inghilterra.
Questo articolo rivela il gusto per il gotico siciliano e il romanticismo tragico; vi si trova il fascino dell’eccentrico: la descrizione della Certosa con i monaci di cera evidenzia come Bagheria fosse un luogo di “meraviglie” barocche, dove l’architettura serviva a mettere in scena storie morali o fantastiche.
Quanto alla storia di Adelaide e Comincio, essa è un classico esempio di narrativa popolare che celebra l’amore eterno capace di sfidare le leggi della Chiesa e del sangue, un tema molto caro alla sensibilità dell’epoca. Il contrasto tra la leggenda dei due amanti e il fatto di cronaca del matrimonio anglo-siciliano mostra come le ville di Bagheria non fossero solo monumenti, ma teatri di intrighi internazionali e passioni che coinvolgevano l’alta aristocrazia europea.
Chiudono la pubblicazione, a pag. 4, due articoli sulle ville Palagonia e Valguarnera; si leggono anche notizie varie di radio e Tv (apparentemente decontestualizzate).



Molto interessanti gli inserti pubblicitari, che testimoniano attività commerciali allora assai note a Bagheria: la Taverna Azzurra di Giuseppe Maggiore in corso Umberto 553; il negozio di “elettrodomestici per la casa moderna” di Cosimo Mineo in via Baiardi 13; l’agenzia di viaggi di F. Ficano in c. Umberto 124; l’auto-officina meccanica “specializzata per macchine italiane e straniere” di La Bianca e Tomasello, in Prolungamento di via S. Onofrio; il fioraio Giovanni Moncada (con “esportazioni da e per tutto il mondo”) in Piazza Vittorio Emanuele 13; la pizzeria-bar di Giovanni Aiello nella litoranea di Mongerbino; la ditta di “lavori in pittura, decorazioni in gesso e indoratura” di Alberto Giammanco in via La Corte 34; l’officina di Nino Urzì in corso Butera 43 con “motori (leonardini) per tutte le applicazioni agricole”; l’officina di riparazioni di biciclette “da Macaluso” in corso Butera; lo stabilimento balneare “Lido Fondachello” con il ristorante “La navicella”; il negozio di calzature e abbigliamenti “Varese Sport” di Paladino in corso Umberto 80; la pasticceria-gelateria “Petit Bar” di Giuseppe Tomasello in p. Vittorio Emanuele.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 21 marzo 2026
