“La califfa” di Ennio Morricone

A volte mi basta un breve intervallo di tempo libero, che mi impongo fra i mille impegni quotidiani. Allora vado a cercare le musiche che porto nel cuore, per il desiderio di risentire le melodie che mi sono rimaste dentro per sempre.

Oggi è facile trovare quello che si cerca: il nostro prolungamento fisico, lo smartphone, ci consente di sapere, vedere, ascoltare tutto quello che vogliamo, quando vogliamo e come vogliamo.

Così, poco fa, sono andato a risentire su YouTube il tema conduttore del film “La Califfa”, diretto nel 1970 da Alberto Bevilacqua (autore anche del romanzo omonimo); a mio parere, si tratta uno dei capolavori più lirici e struggenti del grande Maestro Ennio Morricone.

Il film, interpretato da Romy Schneider e Ugo Tognazzi, ambientato a Parma, racconta di una donna forte e passionale, Irene Corsini (detta la “Califfa”, termine emiliano per indicare una donna autoritaria) che, dopo la morte del marito operaio durante uno sciopero, inizia una relazione complessa con un potente industriale, Annibale Doberdò.

Ebbene, la musica di Morricone riesce a catturare perfettamente questo contrasto tra la durezza delle lotte sociali e l’intensità della passione amorosa.

Dal punto di vista tecnico, il brano è un esempio magistrale dell’uso degli strumenti solisti tipico di Morricone. Il tema principale è affidato inizialmente all’oboe, che con il suo timbro malinconico ma penetrante conferisce al brano un afflato struggente. Nella seconda parte, il tema viene ripreso e allargato da una sezione di archi che amplia la portata emotiva della melodia, rendendola quasi epica. La composizione si muove su un tappeto di pianoforte con accordi spezzati (arpeggi in ottavi) che funge da motore ritmico e costante per tutto il pezzo, garantendo fluidità alla melodia.

Nonostante il film fosse ambientato nel contesto delle tensioni sindacali nelle fabbriche degli anni ’60/’70, Morricone scelse di non utilizzare suoni industriali o sperimentali (come fece in altre opere dello stesso periodo, ad es. “La classe operaia va in paradiso”), ma puntò su una melodia purissima di stampo classica. Questa scelta voleva sottolineare la nobiltà d’animo della protagonista e la dimensione universale del suo amore, elevandola sopra la cronaca politica del tempo. Il brano parla di dignità, bellezza e malinconia, diventando un vero e proprio inno alla resilienza femminile.

Oggi “La Califfa” è considerato uno dei temi più amati di Morricone, eseguito regolarmente in concerto e reinterpretato da numerosi artisti (basti ricordare Milva, Amii Stewart, la soprano britannica Sarah Brightman, la mezzosoprano gallese Katherine Jenkins, la neozelandese Hayley Westenra).

Lo si può riascoltare al link https://www.youtube.com/watch?v=J-c63mPIjPE: fa bene al cuore.

La copertina del vinile che acquistai nel 1970

Una doverosa aggiunta: non tutti sanno che questo tema conduttore aveva anche un testo, composto dallo stesso Alberto Bevilacqua. I suoi versi erano una vera e propria sfida all’arroganza del potere e un inno alla libertà individuale, riflettendo perfettamente la personalità della protagonista del film, una donna che non si piega alle convenzioni né alla crudeltà dei padroni.

Il testo consiste infatti in una forte affermazione di dignità femminile e sociale: la metafora della “cagna alla catena” descrive il modo in cui il potere vede chi sta in basso, assimilandolo ad un oggetto da possedere o sfruttare. Il corpo della donna che cammina per la sua città “ipocrita” diventa un atto politico, un’accusa vivente contro la viltà di chi non ha il coraggio di amare o di lottare. Il finale sposta l’attenzione dalla lotta sociale a quella interiore: la vera “proprietà” non sono le fabbriche o il denaro, ma la riconquista di se stessi (“un attimo di sole”) e dell’umanità perduta.

    Tu non credere perché

    questa crudeltà di padroni

    ha visto in me

    solo una cagna che

   mi metto anch’io alla tua catena.

    Se attraverso la città,

    questa ipocrita tua città,

    il corpo mio

    che passa tra di voi

    è un’invettiva contro la viltà.

    Tu ritroverai con me

    la più splendida proprietà:

    un attimo di sole sopra noi,

    alla ricerca di te.

MARIO PINTACUDA

Palermo, 26 marzo 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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