Altre tre espressioni italo-sicule

Riprendiamo la rassegna di vocaboli ed espressioni del dialetto siciliano che vengono compresi e utilizzati anche nell’italiano regionale dell’isola e quindi nella conversazione quotidiana. Ecco altri tre esempi.

1) “Prìo” – Il termine indica una gioia intensa ed impagabile, ma anche una compiaciuta soddisfazione, non senza una punta di autocompiacimento e vanagloria. “Sentire prìo” in qualcosa significa “godere, rallegrarsi”, mentre dicendo “Manco prìo ci ho provato” si indica un’amara disillusione.

“Essere priati” è una sensazione bellissima: come scrive Eva Luna Mascolino, “superare un colloquio di lavoro, o un esame importante, riabbracciare un amico dopo tanto tempo, visitare una nuova città, ricevere un complimento o un regalo, ascoltare una canzone commovente, sono tutti validissimi motivi per i quali, se qualcuno in Sicilia dovesse osservare la vostra reazione, direbbe che vi siete priàti” (www.sicilianpost.it, 3/11/2021).

Analogamente, “fare prìo” vuol dire “accogliere lietamente”, “compiacersi”: ad esempio, un cane che scodinzola davanti al padrone “gli fa prìo”, mentre qualcuno che delude le nostre aspettative mostrandosi freddo “non fa proprio prìo”. Molto opportuna è a questo proposito l’annotazione di Roberto Alajmo: “Fare prio a qualcuno significa esternargli la propria contentezza per un risultato da lui ottenuto. […] È rara espressione di una contentezza che riguarda una persona diversa da noi stessi” (Abbecedario siciliano, Sellerio, Palermo 2023, p. 199).

In dialetto si dice, secondo le zone, “prìu” o “prèju”, con verosimile derivazione da “pregio” e dal latino “pretium”; molto simile è il catalano “prearse” (“essere soddisfatto, compiacersi”).

La parola è entrata anche nei proverbi: “A puvirtà unn’ è virgogna, ma mancu preju” (“La povertà non è una vergogna, ma neanche un piacere”). Il detto indica che essere poveri non è una colpa né un motivo per sentirsi inferiori o vergognarsi, specialmente se la condizione è dovuta a sfortuna o cause di forza maggiore; al tempo stesso, con amaro realismo, si sottolinea che la povertà non è una condizione desiderabile, non è un vanto e non porta con sé alcun vantaggio o felicità, ma è una condizione difficile che comporta sacrifici e dolore. In definitiva, il proverbio invita a vivere la povertà con dignità, riconoscendone la durezza e la necessità di superarla, senza idealizzarla.

Esiste un vino bianco siciliano prodotto dall’azienda Donnafugata, il Prio Sicilia DOC; è un Catarratto che evoca freschezza e vivacità, come si legge in un sito specializzato: “Al naso offre un bouquet fragrante con spiccati sentori agrumati di cedro e limone verde uniti a note floreali di sambuco” (è proprio cosa di “priàrsene…).

C’è pure un liquore all’arancia, chiamato appunto Prio, ottenuto da arance siciliane.

2 – “Schifìi” – Parlare di qualcuno con astio, livore e rabbia, equivale in Sicilia a “dirne schifìi”. Il carattere permaloso dei siciliani fa sì che si offendano sempre e per sempre, anche per colpe che altrove potrebbero sembrare veniali; la conseguenza è il diluvio di improperi rivolto al “reo” di turno, al quale è indirizzata, “a bello cuore” (altra bella espressione tipica), una valanga di “schifìi”.

Non a caso, è fin troppo nota la frase “qua finisce a schifìu”, che indica qualcosa che ha conseguenze gravi e spesso irreparabili. Dal canto suo, il vocabolario del Traina spiega il termine “schifiusu” con “uomo sleale e capace di ogni mala azione”.

Tornando all’espressione “dire schifii”, considerando la già ricordata frequenza di litigi e “sciarriatine” da queste parti, è facilissimo sentire qualcuno lamentarsi perché gli hanno rivolto “un sacco di schifìi” o, viceversa, rivendicare il proprio diritto a riversare su qualche “colpevole” la meritata dose di “schifìi”.

A questo proposito, va detto che i peggiori “schifìi” i siciliani, e in particolar modo i palermitani, li gridano nel traffico apocalittico (“tentacolare”, come diceva in un famoso film) della città, allorché ogni altro automobilista diventa un nemico che – se si potesse – si farebbe sparire dalla faccia della terra. Di porgere l’altra guancia, ovviamente, manco a parlarne: sarebbe grave prova di debolezza, come dare la precedenza ad un’altra auto ad un incrocio.

3 – “Fissiàrsela” – Ma siccome avevamo cominciato col “prìo”, concludiamo altrettanto allegramente, andando “a fissiarcela” a Mondello. L’espressione indica il prendersela comoda, il girare a vuoto, passando il tempo piacevolmente e passeggiando senza una meta precisa.

Ne dà un divertente esempio Andrea Camilleri nel suo Birraio di Preston: “D’estate si tiene addrumato fino a tardo, perché alla gente piace tambasiàre e fissiarsela in giro dato che fa càvudo, d’inverno invece s’astuta prima” (ed. Sellerio 1995, p. 109).

Il vocabolario di Mortillaro dà al verbo “fissiàrisi” un valore più negativo: “fare il bravo male a proposito, ostentare la bravura, sovente coi meno prodi, e senza ragione; braveggiare”. In realtà i giovani e meno giovani che “se la fissìano” nella “movida” cittadina andando “locali locali” o recandosi a Mondello (eterni lavori in corso permettendo), non sempre “maramaldeggiano” né necessariamente si pavoneggiano, ma semplicemente girano spensierati, accantonando provvisoriamente le mille preoccupazioni quotidiane.

Ma da dove deriva il verbo “fissiarsela”? C’è chi dice che derivi dall’idea di avere una “fissa”, ovvero un pensiero fisso o un capriccio; altri preferiscono un’interpretazione più osé, con riferimento all’anatomia femminile ed all’“andare a donne”; altri ancora ricordano che in varie zone della Sicilia “fissiari” significa “prendere in giro” o “scherzare” (collegandolo magari a “prendere per fessi”).

Sia come sia, “fissiarsela” dà un “prìo” impagabile, prima di tornare agli “schifìi” della vita di ogni giorno.

MARIO PINTACUDA

28 marzo 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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