L’infanzia violata: l’assassinio di Astianatte

Un dolore antico, una rabbia attuale: ci sono storie che attraversano i secoli per colpirci con una forza inaspettata, come se fossero state scritte ieri. Una di queste è la tragica fine del piccolo Astianatte nelle “Troiane”, la tragedia che Euripide mise in scena ad Atene nel 415 a.C., in un clima politico avvelenato dalla guerra.

Nel II episodio l’araldo Taltibio deve comunicare ad Andromaca la decisione degli Achei di uccidere il suo unico figlio, il piccolo Astianatte, ma è turbato, impacciato, esitante. Il suo imbarazzo è il primo segnale che l’ordine che porta è così disumano da incrinare persino la burocrazia della violenza.

Di fronte a lui c’è Andromaca, vedova dell’eroe Ettore, che stringe al seno il suo bambino. È a lei che Taltibio deve comunicare l’inimmaginabile. Da questo abisso di dolore, annunciato da un messaggero che si vergogna del suo stesso messaggio, emergono cinque verità sconvolgenti sulla natura della guerra e del potere, dimostrando un’attualità che fa rabbrividire.

1. I “buoni” possono essere i veri barbari – Noi siamo abituati a pensare ai Greci come al faro della civiltà, in opposizione ai “barbari”; ebbene, Euripide rovescia radicalmente questo stereotipo: nella sua tragedia, sono proprio i civilizzati Elleni a rendersi colpevoli di una crudeltà calcolata, di una logica spietata che non si ferma nemmeno di fronte a un bambino. L’attualità di questa prospettiva è lancinante: non stiamo anche oggi meravigliandoci dei livelli cui possono scendere certi Paesi che si dicono “civili” e democratici?

In Euripide è la stessa Andromaca a gridare questa accusa, in un’invettiva che sradica ogni pretesa di superiorità morale da parte dei vincitori. Le sue parole sono una condanna senza appello: “O Elleni, che avete inventato crudeltà barbariche, / perché uccidete questo bambino, che non è responsabile di niente?” (vv. 764-765).

Per il pubblico ateniese del 415 a.C., nel pieno della brutale guerra del Peloponneso, questo non era un semplice lamento mitologico: era un’accusa feroce alla propria politica imperialista che, nel celebre dialogo tucidideo tra Meli e Ateniesi, veniva proclamata senza mezzi termini come la “legge del più forte”.

2. In guerra, l’innocenza è una minaccia – Ecco uno dei punti più gelidi e disturbanti della tragedia: Astianatte non viene ucciso per un capriccio; la sua esecuzione è il risultato di un calcolo politico freddo e spietato, attribuito allo stratega più astuto dei Greci, Odisseo, presentato come un “sofista spregiudicato e ambizioso”.

Il paradosso è terribile: la “colpa” del bambino non è un’azione, ma la sua stessa esistenza: è il figlio di Ettore. La sua nobile discendenza, che in un mondo giusto sarebbe stata la sua salvezza, diventa la sua condanna. Come gli dice la madre in un addio straziante, “è la nobiltà di tuo padre che ti ucciderà“. Il bambino, sentendo il terrore della madre, le si aggrappa disperatamente (“Perché ti sei attaccato a me con le tue mani, e mi afferri le mie vesti, / come un uccelletto gettandoti sotto le mie ali?”, vv. 749-751). Questa immagine potentissima dell’uccellino che cerca un rifugio che non esiste più, svela la logica perversa della guerra: i bambini, benché indifesi come “pulcini”, rappresentano una minaccia futura, un seme di possibile vendetta che i vincitori decidono di “estirpare sul nascere”.

3. La vittima è costretta ad accettare la logica del carnefice – Oltre alla violenza fisica, Euripide mette in scena una forma di violenza psicologica ancora più sottile e perversa. L’araldo Taltibio non si limita a imporre un ordine, ma obbliga Andromaca a sopprimere ogni istinto di ribellione, a diventare complice del proprio annientamento emotivo. Il ricatto è atroce: solo se si comporterà “bene”, se reprimerà la sua rabbia e le sue maledizioni, potrà garantire una sepoltura a suo figlio: “Se tu dirai qualche cosa per cui l’esercito si irriterà, / questo bambino non può essere sepolto, e non può trovare pietà. / Ma silenziosa, tenendoti bene la tua sorte, / puoi lasciare il suo cadavere non privo di sepoltura…” (vv. 735-738)

In questa dinamica, la logica del più forte costringe l’oppresso non solo a subire passivamente, ma a interiorizzare le regole del carnefice per salvare un’ultima, misera briciola di dignità per i morti.

4. La colpevole non solo resta impunita, ma trionfa – Mentre l’innocente Astianatte viene sacrificato, che cosa ne è di Elena, della vera responsabile della guerra? Più avanti nella tragedia, Elena di Troia appare in scena “radiosa ed elegantemente vestita”, un vero e proprio “insulto spudorato” al lutto delle donne troiane. La bellissima donna non ammette colpe, scarica le responsabilità sugli dèi e alla fine seduce nuovamente suo marito Menelao, ottenendo il perdono.

Prima di essere portata via, Andromaca scaglia un’ultima maledizione proprio contro Elena, negandole la sua parentela divina e definendola figlia di ogni male, “generata da molti padri” che sono la personificazione della vendetta, dell’invidia e del massacro.

Ma le parole dell’infelice donna sono inutili: il suo lamento si conclude in un’esplosione di dolore così totale da diventare agghiacciante. Distrutta, si rivolge ai Greci e, quasi collaborando alla profanazione finale, urla: “Ma prendetelo, dunque, e portàtelo via, e gettàtelo, se si deve gettarlo: / e banchettate con le sue carni…” (vv. 774-775)

La conclusione di Euripide è tra le più amare: la guerra è un assurdo meccanismo in cui la colpa trionfa e l’innocenza non solo viene punita, ma diventa oggetto dell’estrema violenza.

5. La fede sopravvive anche quando gli dèi tacciono – E gli dèi? Dove sono in questo abisso di sofferenza? Nelle “Troiane”, Atena e Poseidone appaiono solo all’inizio per tramare la distruzione dei Greci e poi si allontanano, lasciando l’umanità sola con il suo dolore. Gli dèi si rivelano distanti, inaffidabili, incomprensibili.

Eppure, proprio nel momento più buio, accade qualcosa di sconcertante. L’anziana regina Ecuba, che ha perso tutto, eleva una preghiera a Zeus. In una preghiera che riecheggia un passo dell’“Agamennone” di Eschilo e la concezione anassagorea del νοῦς (la Mente cosmica), Ecuba si rivolge a un’entità quasi astratta: “necessità della natura oppure mente dei mortali“. Nonostante tutto, afferma una fede ostinata in una giustizia superiore che guida le cose umane “per sentiero silente”.

È un paradosso vertiginoso: la fede in un ordine giusto sopravvive proprio nel momento in cui il mondo sembra la prova definitiva della sua assenza.

“Le Troiane” di Euripide non è un semplice racconto mitologico. È un’indagine spietata sulla natura del potere, sulla brutalità della guerra e sul mistero dell’ingiustizia, che risuona oggi con una forza dolorosa. Questo dramma ci ripropone una domanda che, dopo 2500 anni, non ha ancora trovato risposta: di fronte all’assurdità del male e al silenzio del cielo, dove può l’essere umano trovare ancora la forza di credere nella giustizia?

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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