L’amico di più lunga data che ho è genovese e si chiama Paolo Romei. Siamo stati compagni di banco per tredici anni: cinque anni di scuola elementare, tre di scuola media, cinque di liceo classico.


Quando ho lasciato Genova, dopo la laurea, ci siamo persi di vista per anni. Ma ero io a voler “rimuovere”, a cancellare quello che potevo del mio legame con la mia città, perché starle lontano all’inizio mi pesava molto. E per moltissimi anni non avevo osato tornarci, tranne che col pensiero.
Nel 2016 è stato mio figlio a chiedermi di portarlo in quella Genova di cui mi aveva sentito sempre parlare. Ho vinto il “blocco” emotivo e sono tornato. Esperienza meravigliosa e commovente. In quell’occasione ho ritrovato Paolo, oggi sposato con Marta, con una bella figlia di nome Anna, un genero e due bellissimi nipotini (Sophia e Simone). Da allora ci sentiamo regolarmente e ci vediamo quando torno a Genova (cosa che è negli ultimi anni è accaduta più volte).


Paolo abitava in corso Sardegna, di fronte casa mia, con i genitori, un fratello più piccolo e un vecchio zio. Suo padre Ermete era un meccanico, sua madre aveva fatto solo le elementari. Persone rette e oneste, di una dignità esemplare, che andavano avanti con grandi sacrifici per fare studiare i figli.


Io e Paolo andavamo a scuola insieme, spesso parlando della nostra squadra del cuore, il Genoa, la più antica e gloriosa società italiana, sempre uniti contro lo strapotere doriano nelle nostre classi (e nei campionati). La domenica ci ritrovavamo spesso nella Gradinata Nord a tifare ardentemente per i colori rossoblù.

Insieme io e Paolo abbiamo condiviso gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, il duro lavoro scolastico, la preparazione per le interrogazioni e i compiti in classe (lui ha avuto sempre un rapporto arduo con la Matematica e a volte mia madre, che insegnava questa materia, gli dava qualche lezione per consentirgli di non affogare fra cateti e ipotenuse), le manifestazioni di creatività (io scrivevo “tragedie greche” parafrasando la quotidianità scolastica e diffondendo fra i compagni il quotidiano della classe, cui lui dava contributi preziosi). C’erano ovviamente anche le gite, le partite a pallone nel prato Casarìle sopra Molassana, le partite a carte, le passeggiate in giro per la città, ecc. ecc. ecc.
Era l’epoca delle amicizie “reali” e non virtuali, senza telefonini, senza computer, senza PS 4, senza Whatsapp, Zoom e Skype. Tutt’al più una veloce telefonata per dire: vengo da te, usciamo, facciamo questo o quest’altro.

Ama leggere e ama il buon cinema. Ha pure un suo talento poetico: trascrivo qui una sua poesia sul Genoa perché (checché ne possano dire i nostri “cugini” doriani) offre un’attendibile ricostruzione storico-filologica sulle due squadre genovesi (per chiarezza, preciso preliminarmente che i doriani sono definiti “ciclisti” sia per una storica foto di Fausto Coppi in maglia blucerchiata sia perché le strisce colorate ricordano le maglie dei ciclisti): “Alto nel cielo il Grifone volava / mentre giù a terra qualcuno strisciava. / Eran squadrette senza pretese, / Andrea Doria e Sampierdarenese. / Poiché assai poco capivan di pallone / decisero di fare una fusione. / Misero insieme un sacco di colori / e si vantaron di essere calciatori. / Da parte nostra furono risate / nel vedere le maglie blucerchiate. / A Genova mai si erano visti / dei calciatori vestiti da ciclisti! / E ancora adesso con gran soddisfazione / loro pedalan, noi siamo il Grifone”.

Nonostante gli acciacchi dell’età, Paolo è ancora combattivo e volitivo; non sono riuscito ancora a fargli prendere un aereo per venirmi a trovare in Sicilia, ma mai dire mai; alla peggio “salirò” ancora io a trovarlo…
MARIO PINTACUDA
Palermo, 24 gennaio 2026

