Ieri, 10 febbraio 2026, si celebrava il quarantesimo anniversario dell’inizio del maxiprocesso di Palermo: fu un processo di proporzioni enormi, con 475 imputati, 200 avvocati difensori e un numero elevatissimo di capi d’accusa (associazione mafiosa, traffico di droga, rapine, estorsioni, 120 omicidi e altro ancora). Per permettere lo svolgimento del maxiprocesso fu costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone di Palermo un’apposita aula bunker. Le sentenze di primo grado (16 dicembre 1987) comminarono 19 ergastoli ai boss, tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Giuseppe Calò, oltre a 346 condanne.
Le commemorazioni si sono concentrate sul binomio tra memoria storica e nuove tecnologie, con l’obiettivo di coinvolgere le generazioni che non hanno vissuto quegli anni. Una delle novità principali è stato il lancio di un progetto che utilizza visori VR per permettere ai visitatori (soprattutto studenti) di “entrare” virtualmente nell’Aula Bunker dell’Ucciardone durante le udienze storiche. A Palazzo Bonocore è stata presentata l’anteprima nazionale del documentario “Il maxiprocesso raccontato ai ragazzi di oggi”, diretto da Pasquale Scimeca. All’evento hanno partecipato figure chiave come Stefano Giordano (figlio di Alfonso Giordano, il presidente della Corte d’Assise del 1986). È stato inoltre annunciato il completamento di una nuova fase di digitalizzazione degli atti processuali originali, ora consultabili tramite sistemi di ricerca avanzata per favorire il lavoro di storici e magistrati.
Dagli interventi di esponenti come la senatrice Enza Rando (PD) e associazioni come “Addiopizzo”, è emerso un monito comune: l’anniversario non deve essere una “cerimonia rituale”; è stata infatti sottolineata la necessità di non indebolire la magistratura e di mantenere alta la guardia, poiché la mafia oggi “paga come se fosse un costo d’impresa“, infiltrandosi nell’economia legale.
Nell’ambito di queste lodevoli iniziative, sarebbe stato opportuno ricordare più adeguatamente il fondamentale contributo che al maxiprocesso diede il dott. Vincenzo Mineo (per gli amici “Enzo”), cancelliere di corte di assise di Palermo, prematuramente scomparso nel 2021.

Mineo fu il funzionario del Ministero della Giustizia responsabile dell’aula bunker; infatti, come ricordava un articolo pubblicato su “Repubblica” in data 10 maggio 2021, fu «il primo ad avere le chiavi dell’aula bunker dell’Ucciardone dove si celebrò il maxiprocesso alla mafia: era la memoria storica di quell’evento giudiziario».
Nell’articolo si legge inoltre quanto segue: «Vincenzo Mineo si insediò nell’aula bunker dell’Ucciardone alcuni giorni prima dell’apertura del maxiprocesso. Fu proprio lui, alla vigilia del dibattimento, ad accompagnare alcuni giornalisti fra i 500 accreditati da tutto il mondo in una visita guidata della struttura. L’aula era stata costruita in appena nove mesi e dotata delle più avanzate tecnologie, tra cui una sala adibita alla registrazione. Mineo disponeva di una collezione di chiavi e di codici per accedere in tutti i punti della struttura. Il trasferimento degli atti (oltre 600mila fogli che presto avrebbero superato il milione e altri supporti informatici) venne completato a poche ore dall’inizio del dibattimento. “Il 9 febbraio 1986 – ricordava Mineo – tutta la squadra che componeva la segreteria e la cancelleria restò nel bunker fino alle 3 di notte. Il giorno dopo l’aula e le gabbie si sarebbero riempite di imputati, avvocati, giornalisti, poliziotti, carabinieri. Era necessario quindi controllare che tutto fosse a posto. E tutto funzionava a dovere”. Mineo era naturalmente in aula quando il 16 dicembre 1987 il presidente Alfonso Giordano lesse per un’ora e mezzo il dispositivo della sentenza: 19 ergastoli e 2665 anni di reclusione. “Il mio lavoro non finisce qui”, disse. Proseguì infatti in tribunale, dove tutto era cominciato».
Alla competenza professionale, alla capacità operativa, alla profonda cultura, alla dedizione assoluta alla causa della giustizia e della legalità, Mineo univa una statura umana altissima, caratterizzata da modestia, garbo, discrezione e disponibilità. Il senatore Pietro Grasso, che fu giudice a latere nel primo maxiprocesso, ebbe modo di dichiarare: «Se i luoghi hanno un’anima, l’anima dell’aula bunker era, e resterà, quella di Vincenzo Mineo, per noi tutti Enzo. È stato il primo ad avere avuto le chiavi dell’aula, insieme siamo entrati in quel luogo quando era ancora un cantiere e lo abbiamo seguito passo dopo passo fino a diventare un monumento alla giustizia e alla legalità. Fino alla pensione ne è rimasto il cancelliere, il pilastro per chiunque – magistrati, avvocati, giornalisti – entrasse in quell’aula» (art. cit.).
Analogamente, l’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ricordava così Mineo: «Una persona e un dirigente pubblico di grande equilibrio e spirito di servizio che lascia una testimonianza indimenticabile e un grande dolore a quanti lo abbiamo conosciuto e apprezzato».
Il giornalista Roberto Puglisi lo ha definito “un mito discreto“, capace di essere protagonista senza mai cercare la ribalta (e forse per questo molti – purtroppo – ne hanno dimenticato il contributo fondamentale in quel momento storico delicatissimo).
L’intelligenza di Enzo era spesso velata da un’ironia sottile, che non era solo un tratto del carattere, ma uno strumento per affrontare le avversità; era quell’ironia salvifica che ti fa andare avanti nei momenti difficili perché li ridimensiona e li riporta alla giusta misura, era un’ancora di salvezza, un modo per mantenere lucidità e umanità sotto una pressione inimmaginabile.
Questa impareggiabile umanità si manifestava soprattutto nel suo profondo amore per la famiglia (la moglie Esther Aiello e i quattro figli), protetta con un riserbo coraggioso.

Io ebbi la fortuna di conoscere Enzo sotto le armi, al I Battaglione Bersaglieri di Civitavecchia, nel 1978; nacque fra noi una grande e fraterna amicizia, durata oltre quarant’anni, che mi ha lasciato un segno profondissimo e che tuttora ricordo con gratitudine e rimpianto.
L’eredità che Enzo Mineo ha lasciato è immensa: è l’eredità di un uomo che ha incarnato i valori più alti dello Stato, servendolo con umiltà, intelligenza e un coraggio mai ostentato. Il suo lascito è quello di un custode della memoria e di un architetto della giustizia, un uomo che ha lavorato instancabilmente, lontano dalle luci della ribalta, affinché il più grande processo alla mafia della storia potesse celebrarsi e concludersi con il trionfo del diritto. Come ha ricordato con profonda lucidità sua moglie Esther nel momento della sua scomparsa, «I fatti fanno la storia, e non le parole. Lui ha fatto la storia del maxi-processo».
Per questo, Enzo continua a brillare come un faro di integrità e dedizione, illuminando il cammino di chi crede nella giustizia.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 11 febbraio 2026