“Idea di un’isola – La Sicilia” di Roberto Rossellini

Nel 1967 Roberto Rossellini realizzò un documentario di un’ora, intitolato “Idea di un’Isola – La Sicilia”; alla sceneggiatura collaborò suo figlio Renzo.

Il documentario fu trasmesso sul secondo canale RAI il 3 febbraio 1970; ecco come lo presentava il “Radiocorriere TV” n. 5 di quella settimana: «Roberto Rossellini ha più volte dimostrato il suo vivo interesse alla televisione come nuovo mezzo espressivo di ricerca e di penetrazione della realtà: tutti ricorderanno la serie intitolata “Gli atti degli Apostoli”. Questa sera egli offrirà ai telespettatori un “resoconto” di come ha visto la Sicilia: non un documentario di tipo folkloristico o turistico, ma qualcosa di profondamente diverso. Qualcosa che aiuti a vedere dentro la realtà presente e passata della Sicilia, attraverso la storia millenaria dell’isola, attraverso le tradizioni, i riti e le usanze. Una perlustrazione con la macchina da presa nell’animo stesso siciliano, nel mosaico delle sue abitudini, del suo orgoglio, delle sue idiosincrasie e diffidenze, delle sue prevenzioni e superstizioni. Un viaggio, questo, fatto più di ironia che di sociologia, compiuto con spirito sgombro da pregiudizi e in definitiva con l’occhio di chi nutre un profondo affetto per la civiltà dell’isola» (pag. 43).

Effettivamente “Idea di un’isola” si propone non come una cronaca di viaggio, ma come un’autopsia psicologica dell’anima siciliana; il regista mira a smantellare pregiudizi e luoghi comuni (soprattutto il binomio mafia-omertà) per rivelare come alcuni tratti distintivi del popolo siciliano (la riservatezza, la diffidenza e il pragmatismo) siano in realtà una stratificazione culturale nata per necessità di sopravvivenza.

Programmi televisivi del 3 febbraui 1970 (dal “Radiocorriere TV” n. 5 del 1970

Pilastro della tesi di Rossellini è la pressione esterna costante: dalla caduta dell’Impero Romano, la Sicilia ha subito l’avvicendarsi di un nuovo dominatore mediamente ogni cento anni; questa instabilità millenaria ha generato diffidenza verso l’autorità, come naturale protezione contro uno Stato percepito come transitorio e oppressore. Ne è derivata la tendenza al silenzio, che non rivela assenza di pensiero, ma è anzi una tecnica di difesa in cui il gesto e l’allusione sostituiscono la parola verbale per evitare ritorsioni.

In questa ottica, vengono esaminate le simbologie dell’immaginario siciliano, a partire dall’opera dei pupi; essa, con i suoi coraggiosi paladini, rappresenta la lotta indomita contro l’oppressore, offrendo un modello di eroismo in cui il popolo siciliano si identifica profondamente.

Alquanto stereotipato (e superatissimo) appare oggi il riferimento al ruolo della donna siciliana, intrappolata dal regista nel cliché di creatura “purissima” e priva di tentazioni carnali, ultimo baluardo di dignità che nessun invasore è riuscito a contaminare e per questo soggetta a una rigida “protezione” dalle offese esterne; da ciò deriverebbe il senso geloso di “possesso” della donna da parte dei maschi siciliani e l’intollerabile insulto (“cornuto”) che colpisce tale “sovranità”. La contemporanea vicenda di Franca Viola avrebbe dovuto indurre Rossellini a una riflessione più attenta ed attualizzata.

Di contro, Rossellini riserva molto spazio alla religiosità del popolo siciliano, con l’esempio emblematico di quel barone che, per sciogliere il voto di un pellegrinaggio a piedi in Terra Santa, percorre le distanze necessarie camminando nel proprio giardino; è il trionfo della logica del “non fare il passo più lungo della gamba”, conciliando il dovere sacro con la realtà quotidiana. Nella scena il barone è doppiato dall’attore palermitano Corrado Gaipa, che fu la voce di Burt Lancaster nel “Gattopardo” di Visconti e che in tutto il documentario ha la funzione di narratore.

Non manca nel documentario il riferimento al senso della morte, vissuta dagli isolani con solennità ma anche con una familiarità che ne attenua il terrore, come dimostrato dalla gerarchia ordinata delle Catacombe dei Cappuccini a Palermo.

Un altro punto discutibile, se non assolutamente debole, si coglie nella curiosa genesi che Rossellini attribuisce alla mafia; essa non viene descritta come un fenomeno spontaneo o ancestrale, ma come un’operazione di ingegneria politica deliberata: il regista attribuisce ai Borboni, all’inizio dell’Ottocento, la responsabilità di aver organizzato la società segreta nota come “mafia”, creandola con l’obiettivo specifico di contrastare le spinte rivoluzionarie provenienti dalla Francia e dal resto d’Italia, proteggendo così il potere costituito attraverso una rete di controllo capillare. Per rendere efficace questa organizzazione, i Borboni avrebbero sfruttato lo “spirito guardingo” e la secolare tendenza alla segretezza e alla diffidenza dei siciliani; questi tratti, nati come meccanismi di difesa contro le dominazioni straniere, sarebbero stati strumentalizzati per fini di conservazione politica. Rossellini dunque smantella il luogo comune della mafia come caratteristica intrinseca del popolo siciliano, rileggendola invece come una struttura imposta e funzionale a una precisa strategia di potere che avrebbe sfruttato la naturale psicologia difensiva degli abitanti dell’isola. Tuttavia si tratta di una teoria discutibile, poiché indubbiamente il governo borbonico non avrebbe avuto interesse a creare un contropotere criminale che poteva minare l’autorità della corona; inoltre l’organizzazione della società siciliana sotto i Borboni era basata su un delicato equilibrio tra aristocrazia e contadini, che venne rotto solo con l’introduzione delle leggi sabaude e la vendita dei beni ecclesiastici, creando un vuoto di potere presto colmato dalla mafia. Il problema è ovviamente molto complesso, ma basti qui aver segnalato questa approssimazione ideologica nella presentazione del regista romano.

Nel documentario non manca una fase più “turistica”, che mostra la Sicilia come un museo a cielo aperto, in cui ogni dominazione ha lasciato un’impronta indelebile; non a caso molte piante simbolo dell’isola sono “straniere”: l’ulivo dai Greci, gli agrumi dagli Arabi, i fichi d’india dagli Spagnoli. Nell’isola gli stili si fondono senza annullarsi, dal Duomo di Monreale alla stratificazione di Siracusa, dove templi greci sono diventati moschee e poi cattedrali barocche.

Tuttavia, mentre i padroni umani passano, l’Etna resta l’unico dominatore costante, il «padrone più potente di tutti». Il rapporto con il vulcano è una sfida titanica: il siciliano “eroico e paziente” ricostruisce immediatamente sulle ceneri, dimostrando una forza che contrasta con la desolazione dei moderni villaggi frutto della speculazione edilizia. Non manca dunque un riferimento alla resilienza (che nel 1967 non era chiamata così) delle popolazioni locali e alle problematiche legate alla speculazione edilizia in aree a rischio; tuttavia l’elogio della “ricostruzione immediata” dopo le catastrofi naturali fu smentito pochi mesi dopo dal terremoto del Belice (1968), che mise drammaticamente in luce le carenze dello Stato e la fragilità di quel modello ambientale.

Infine, accanto alle attività storiche (agricoltura, pesca, saline), il documentario saluta l’emergere dell’industria pesante come via per il riscatto economico: l’attenzione si sposta sulla Sicilia del “boom” economico, sulle nuove attività industriali e aziendali, sull’avvento della modernità. Le riprese effettuate al cantiere navale di Palermo si collegano a quelle che testimoniano la nascita di moderne industrie petrolchimiche e cantieri per la costruzione di grandi petroliere.

Si coglie bene, in questa conclusione, il passaggio in corso da un’economia agricola e frugale a un sistema industriale con significativi impatti ambientali: peraltro il regista, che addita l’avvento dell’industria pesante e petrolchimica come via per il riscatto economico, non poteva prevedere i devastanti impatti ambientali e le crisi occupazionali che avrebbero segnato quei poli industriali nei decenni successivi.

Il documentario si può rivedere su YouTube (il link è https://www.youtube.com/watch?v=PhJGCyjQGAE&t=1435s); la visione è piacevole perché propone un quadro della Sicilia che appartiene ormai al passato e che spesso appare discutibile, ma che indubbiamente costituisce un’interessante testimonianza storica e antropologica.

Il documentario è seguito da una breve intervista a Rossellini, che si definisce “innamorato del sud e della Sicilia”; il regista, a suo dire, anche se “in un’ora si racconta ben poco”, ha voluto adottare una lettura “storico-psicologica”.

Ci sono molte scene interessanti, accompagnate da un commento che ha una sua bellezza quasi “letteraria”. Ecco dunque l’opera dei pupi (dove i paladini di Francia «lottano, sfidano, combattono eroicamente, piegano possentemente, uccidono spietatamente»), la Palazzina Cinese  e il convento dei cappuccini di Palermo (a indicare il rapporto quotidiano e non timoroso con la morte, tipico della cultura locale), l’uscita delle famiglie dalla Messa solenne della domenica («La fede è profonda, le chiese gremite; i fedeli uscendo, ancora misticamente rapiti, investiti dalla luce violenta del sole siciliano, tornano alla realtà quotidiana ma non dimenticano di fare del bene, la carità. Ma il siciliano è parco, equilibrato, ragionatore e allora non si vergogna di farsi dare il resto dal mendicante; non bisogna mai fare il passo più lungo della gamba: questa è virtù. Le coppie tornano ai loro doveri quotidiani: lei umile, saggia e comprensiva, si appoggia al braccio del suo uomo che procede sicuro, fiero di sé e della sua sposa»), le feste patronali e religiose (soprattutto i “Misteri” di Trapani) come espressione dei forti legami comunitari.

Molto suggestive le immagini delle vestigia del passato: il teatro greco, le latomie e l’Orecchio di Dionisio di Siracusa (con i turisti che ascoltano le spiegazioni della guida in inglese); il tempio di Segesta («Nella solitudine, nella solennità della campagna, solo, nel silenzio, l’antico tempio di Segesta»); la valle dei Templi di Agrigento (per Pindaro «la più bella città dei mortali») immersa nel silenzio rotto dal ticchettio degli zoccoli di un mulo; il “gigantesco ammasso dei ruderi” di Selinunte; la ricostruzione di una votazione nell’antica Sicilia greca, con l’uso di fave bianche e nere per sorteggiare l’elezione dei funzionari, affidando la decisione alla volontà degli dei (quasi a indicare la genesi del fatalismo esistenziale siciliano).

E ancora: l’interno dell’isola spazzato dal vento («Vento sulle ampie distese, vento sulle messi, vento su questa terra millenaria»), gli antichi costumi indossati a Pasqua dalle donne di Piana degli Albanesi, il chiostro di Monreale (testimonianza dello “slancio della Sicilia verso la trascendenza”), gli splendidi monumenti di Palermo, la villa “dei mostri” a Bagheria; e infine l’Etna, il«capriccioso tiranno», che «per secoli e secoli ha distrutto e seminato la morte con le sue lave ardenti o con i suoi parossistici improvvisi sussulti».

Nonostante i suoi limiti, che il tempo evidenzia maggiormente, il documentario ha ancora un suo fascino per la bellezza del testo e per la qualità tecnica, grazie alla fotografia di Mario Fioretti e alla colonna sonora di Mario Nascimbene. In definitiva, Rossellini non ha realizzato un resoconto oggettivo ma un “atto d’amore”, offrendo un suggestivo quadro della Sicilia degli anni Sessanta: ne viene fuori non l’immagine di un’isola sconfitta, ma quella di un popolo che ha imparato a far risorgere la vita dalle proprie rovine e che guarda con fiducia al suo futuro.

MARIO PINTACUDA

Palermo, 27 febbraio 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *