Teatro popolare sugli autobus dell’AST

Gli autobus dell’AST (Azienda Siciliana Trasporti), diretti da Palermo a Bagheria, partivano negli anni ’70 da piazza Florio; poi negli anni ‘80 il capolinea passò a piazza Lolli, non lontano da casa mia.

Il percorso era, con poche variazioni, questo: capolinea – via Roma – Stazione Centrale – Corso dei Mille – via Messina Marine – Bivio Villabate – SS 113 – Ficarazzelli – Ficarazzi – Ficarazzi – Ficarazzi (lo metto tre volte, data lo strano assetto urbanistico di questo paese interminabile che si sviluppa lungo un’unica strada, per lo più statale) – Bagheria. Da Bagheria poi le “corse” (chiamiamole così) proseguivano per Casteldaccia, Altavilla o Aspra.

Per molti anni, quando dovevo recarmi a Bagheria a trovare mia madre, ho utilizzato spesso i bus dell’Ast, perché partivano vicino casa mia e perché sotto casa sua c’era una comoda fermata; evitavo così, quando potevo, di prendere la macchina (il traffico tentacolare di Palermo mi ha sempre ispirato un fastidio esistenziale insopportabile).

I bus per Bagheria erano molto simili a quelli urbani dell’AMAT; non erano i pullman blu usati per altre e più remote destinazioni AST, ma erano di colore arancione e non particolarmente capienti. Dato che il suddetto viaggio da Palermo a Bagheria, a causa del traffico, durava anche un’ora, ho avuto il tempo e la possibilità di collezionare, a bordo dei bus, una serie di scenette degne del migliore teatro popolare siciliano. Mi limito qui a riferirne cinque.

1) Anzitutto occorre premettere che, trattandosi di mezzi “pubblici”, i bus dell’AST forzatamente ricadono in quello che qui in Sicilia è il concetto di “pubblico”; infatti, essendo il “pubblico” cosa di tutti, è pirandellianamente di “centomila”, quindi di “nessuno”: ergo, nessuno se ne cura minimamente e ognuno lo gestisce come fosse cosa sua. Non c’è da stupirsi, quindi, che l’orario di partenza dei bus non fosse mai rispettato.

Se la “corsa” (continuo a usare abusivamente questo termine improprio) doveva partire da Lolli alle 8, a quell’ora un gruppo di autisti chiacchierava ancora fittamente, dibattendo accese e fondamentali questioni politiche, sportive, familiari o esistenziali. Nel frattempo, quei grandi scocciatori dei passeggeri sedevano già nella vettura, in paziente attesa.

Una volta, dopo aver ultimato (o, per meglio dire, rinviato a malincuore) una di queste appassionanti discussioni, l’autista sbuffando mise in moto alle 8,15. Per dirla con Sciascia, “il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume”. A porte ormai chiuse, un vecchietto dalla piazza arrivò correndo come poteva, implorando di farlo salire. L’autista, scocciatissimo, aprì le porte e, quando vide l’anziano salire ansante a bordo, commentò così a voce alta: “U miègghiu stàvamu lassannu” (Stavamo lasciando il meglio). Fulgido esempio di squisita cortesia palermitana.

2) Ma se quell’autista in ritardo (per colpa sua) non voleva perdere tempo, era perché spesso a Bagheria i guidatori AST erano attesi da un altro impegno: infatti capitava che l’autista fermasse il bus in mezzo al Corso Umberto e, rivolto ai passeggeri, dicesse: “Chiedo scusa, signori, un momento”. Dopo di che scendeva, iniziando a fare la spesa senza alcuna fretta, con l’accuratezza e la meticolosità che i siciliani sanno riservare al disbrigo dei loro affari privati.

Talvolta, nel caso degli autisti più previdenti e organizzati, c’era un preventivo accordo con i negozianti, per cui i tempi si abbreviavano e il tizio si limitava a ritirare i “coppi” già pronti con le preziose riserve alimentari.

3) I bus erano spesso affollatissimi, specialmente per l’enorme afflusso di studenti pendolari diretti nelle varie scuole.

 Una volta che la calca era ben al di sopra dei limiti di capienza, un ragazzo si era inerpicato su un sedile e, stando addosso ai compagni, fluttuava quasi nell’aria come se dovesse librarsi in volo. L’autista, inorridito, lo apostrofò così: “Ma tu ‘a tò casa accussì fai?” (“Ma tu a casa tua fai così?”). E quello rispose: “Iu a mè casa quannu ‘un cinni càpunu cchiù ‘un li fazzu tràsiri” (“io a casa mia, quando non ce ne entrano più, non li faccio entrare”).

4) Una volta, a Bagheria, il bus si fece attendere per oltre un’ora (non era in realtà cosa così insolita). Quando finalmente il mezzo arrivò, atteso da molti passeggeri esasperati dall’attesa, fu chiesto all’autista cosa fosse successo. L’icastica risposta è rimasta nella mia immensa collezione di “atrocitates”: “A Palermo c’è il coàs!” (sic!).

Da allora, quando mi trovo in uno degli inestricabili ingorghi del capoluogo siciliano, mi capita di commentare rassegnato: “Oggi c’è proprio il coàs”.

5) A un altro episodio surreale e divertentissimo, degno della penna di Roberto Alaimo (bravissimo autore del repertorio dei pazzi di Palermo), mi capitò di assistere in un viaggio di ritorno da Bagheria a Palermo. Salito a bordo del bus (al ritorno, verso le 12,30, il bus era quasi vuoto), mi sedetti un po’ più indietro rispetto a una vecchietta, che stava a sua volta seduta in uno di quei posti che ne fronteggiano un altro, normalmente occupato da qualcuno. Ma stavolta il posto di fronte era assolutamente vuoto.

Nondimeno, la vecchietta parlava, parlava, parlava, con “qualcuno” (a scanso di equivoci, premetto che non esistevano ancora telefonini e auricolari). La donna, in dialetto baarioto stretto, raccontava al suo immaginario interlocutore vicende personali di tutta la famiglia, a voce chiara e forte e con minuziosi particolari. Noi pochi altri ast…anti (cioè passeggeri dell’AST) ci guardavano sorridendo; ma lei continuava a ciarlare, ad alternare toni ed espressioni con una mimica facciale e gestuale degna del grande Angelo Musco, parlando (ma a chi?) di tutto e di più.

Questo strano monologo/dialogo durò oltre mezzora; la donna continuò imperterrita senza scomporsi nemmeno quando salirono a bordo altre persone. Finalmente, quando si arrivò a Piazza Politeama, la vecchietta si rese conto (non so come) di dover scendere; allora salutò affettuosamente la persona (?) cui si era rivolta, non senza raccomandarle (portando un dito alla bocca in segno di silenzio): “E di tutto chiddu ca ti rissi ‘un ci cuntari nenti a nuddu!” (“E di tutto quello che ti ho detto non raccontare niente a nessuno!”).

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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