“Paisi miu” di Pietro Maggiore

In occasione dell’undicesimo anniversario della morte del poeta bagherese Pietro Maggiore, mio indimenticabile cugino, ricordo oggi alcuni suoi versi dedicati al suo paese, in una lirica intitolata “Paisi miu”.

Pietro Maggiore (1930-2011)

Il poeta dapprima descrive il suo “paiseddu”, bagnato da un mare di “cobalto colorato”, che lo accarezza e lo vivifica assiduamente (“a tutti l’uri l’accarizza e pasci”). La Conca d’Oro, “verde di agrumeti” (una volta…), gli fa da “letto naturale” mentre il guanciale è la contrada di Incorvina, “terra ricca di vigneti”. Ulteriore riparo viene offerto dal monte Catalfano (monte calcareo “di àgavi e saggìne”), che lo protegge dai venti, “con amore eterno più di quello umano”.

Queste poche pennellate paesaggistico-geografiche sottolineano la “protezione” e – si direbbe – l’affetto che gli elementi naturali riservano al paese, rendendolo speciale e privilegiato.

Pietro cita poi i due corsi principali, Butera e Umberto (rispettivamente “Stratuni” e “Stratuneddu”) e delimita lo spazio storico del “paese nuovo e vecchio”: “non superare Angiò e Palagonia” (chiamata con il nome con cui la chiamano i “baariòti” DOC: “Trippurtuna”).

Segue la descrizione della gente del paese, “laboriosa e di poche parole” (“massara e di picca parrari”), amante delle scienze e delle arti (non si contano gli insigni rappresentanti della cultura bagherese); questa gente, inoltre, ha dato i suoi morti ad ogni guerra (su tutti, basterebbe ricordare il sacrificio eroico di Ciro Scianna sul Monte Asolone nel 191)8.

Ma il poeta non può tacere nemmeno l’“amara realtà”: l’aumento demografico cui non corrispondono crescenti occasioni lavorative, l’emigrazione che costringe i bagheresi a “buttare sangue” in terre lontane, ricordando con cuore nostalgico i “Pupi” di Villa Palagonia, storico emblema del paese. Ne deriva, come reazione, l’elenco delle storiche ville di Bagheria, che “troneggiano” a ricordarne la “gloria eterna di passata era”.

Ora però, camminando per le strade, il poeta si immerge nella sua “gente”: l’intraducibile vezzeggiativo “gintuzza” (“cara gente, dolce gente”) sottolinea il suo grande affetto verso i suoi compaesani: la “vera Bagheria” è formata da tutti i suoi abitanti, vivi, veri e solidali fra loro.

Si ricordino, i bagheresi di oggi, delle parole di questo loro grande concittadino; e mostrino un po’ di orgoglio e di buona volontà nel mantenere la Bagheria di oggi all’altezza del suo passato.

Ecco il testo della poesia (pubblicata nell’unico libro dell’autore, “Azzurru”, 1986, pp. 16-19), seguita da una mia traduzione italiana, che rielabora quella proposta da Pietro:

D’unni codda lu suli e d’unni nasci / lu paiseddu miu veni vagnatu / d’un mari di cubaltu culuratu / ch’ a tutti l’uri l’accarizza e pasci. / La Conca d’Oru, virdi d’agrumeti, / l’accogghi dintra un lettu naturali / e a lu capizzu ci fa di guanciali / ‘Ncurvina terra ricca di vigneti. / Contru li venti e la brizza di mari, / cu amuri eternu cchiù di chiddu umanu, / li peri cci arripara Catalfanu / calcàriu munti di ‘disa e zabbari. / Attornu o’ Stratuneddu e lu Stratuni / s’intreccia lu paisi novu e vecchiu; / ma, siddu ‘n cerca vai di lu megghiu, / nun supirari Anciò e Trippurtuni. / Gintuzza allegra vivi ‘ntra ‘sta terra, / genti massara e di picca parrari; / li Scenzi e l’Arti sapi cultivari / e vita e sangu ha datu ad ogni guerra. / Amara rialtà fa cunstatari / ca, mentri a vista d’occhiu a genti crisci, / la terra di zappari diminuisci; e all’omu nun ci resta ch’emigrari. / E mentre a la stranìa jetta sangu / lu curi palpitia nustalgia; / e notti e ghiornu sonna Paulunìa / cu li so’ Pupi, Mostri di gran rangu. / Palazzu Villarosa e Valguarnera, / Cattolica, Inguaggiatu e Larderìa / trunèggianu ccà dintra a terra mia / a gloria eterna di passata era. / Ma, quannu pi li strati vaiu e viu, / m’accorgiu ca la vera BAARIA / si tu, sugnu iu, è chiddu chi passia: / gintuzza viva d’u PAISI MIU”.

“Dove tramonta il sole e dove nasce, / il paesello mio viene bagnato / da un mare di cobalto colorato / che ad ogni ora l’accarezza e nutre. / La Conca d’Oro, verde d’agrumeti, / l’accoglie dentro un letto naturale / e al capezzale gli fa da guanciale / Incorvina, terra ricca di vigneti. / Opposto ai venti e alla brezza di mare, / con grande amore eterno più che umano, / i piedi gli ripara Catalfano / calcareo monte di àgavi e saggine. / Da corso Umberto e corso Butera / s’intreccia il paese nuovo e vecchio; / ma chi vuole vedere quel che è meglio / non oltrepassi Angiò e Palagonia. / C’è bella gente allegra in questa terra, /che è laboriosa e di poche parole; / le scienze ed arti ama coltivare / e vita e sangue ha dato ad ogni guerra. / Amara realtà fa constatare / che sempre aumenta la popolazione, / però la terra da zappare diminuisce; / e allora non rimane che emigrare. / E mentre assai lontano butta sangue, / il cuore suo soffre per la nostalgia / e giorno e notte sogna Palagonìa / con i suoi Pupi, Mostri di gran rango. / Palazzo Villarosa e Valguarnera, / Cattolica, Inguaggiato e Larderìa / troneggian qui nella terra mia / a gloria eterna di passata era. / Ma, quando per le strade vado e vedo, / mi accorgo che la vera Bagheria / sei tu, son io, è quel passante accanto: / la gente viva del paese mio”.

Anni Ottanta: Pietro e io, che orgogliosamente mostriamo due nostre composizioni (versi suoi e musica mia)

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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