“I Malavoglia” e la leva militare in Sicilia

Prima del 1860, nel Regno delle Due Sicilie, la popolazione siciliana aveva goduto per lungo tempo dell’esenzione dal servizio militare. Con l’Unità d’Italia, il nuovo governo sabaudo estese all’isola la legislazione piemontese (legge La Marmora), rendendo il servizio obbligatorio per tutti i maschi abili.

La sottrazione di giovani braccia per diversi anni (spesso più di cinque) era un colpo durissimo per le famiglie di contadine e pescatori, la cui sopravvivenza dipendeva dalla forza lavoro dei figli. Per il popolo siciliano, il nuovo Stato unitario non si manifestò dunque con un incremento di servizi o con un vero progresso, ma attraverso il servizio militare obbligatorio e la “tassa sul macinato”.

La legge 63 del 30 giugno 1861 autorizzò la prima vera leva postunitaria in Sicilia per i nati nel 1840; in seguito con la legge 696 del 13 luglio 1862 la leva militare diventò obbligatoria e uniforme per tutto il Regno d’Italia.

La leva avveniva tramite sorteggio: chi estraeva i numeri più bassi partiva; la ferma era fissata in cinque anni di servizio attivo più altri 6 di congedo illimitato/riserva, per un totale di 11 anni di vincolo militare. Il bello è che, teoricamente, per un coscritto era possibile “comprarsi” un sostituto, ma il costo era proibitivo per i contadini, rendendo la leva un’ulteriore tassa pagata quasi esclusivamente dalle classi povere.

Essa fu dunque ribattezzata popolarmente “la leva del diavolo”: molti giovani fuggirono diventando “renitenti” (con picchi superiori al 10-15%, contro una media nazionale molto più bassa) e alimentando il fenomeno del brigantaggio o l’emigrazione clandestina. Per scovare i renitenti, lo Stato inviò l’esercito (tristemente nota fu la spedizione del generale Giuseppe Govone nel 1863), applicando metodi durissimi: assedi a interi paesi, taglio delle forniture idriche e arresti dei familiari dei fuggitivi.

Nei “Malavoglia” di Giovanni Verga, la leva militare riguarda due fratelli, ‘Ntoni e Luca, diventando non solo un dettaglio della vicenda, ma il vero e proprio motore dell’azione, l’evento scatenante o perturbatore.

Non a caso il romanzo inizia proprio con la chiamata alle armi che arriva a ‘Ntoni, il nipote maggiore di Padron ‘Ntoni: «Nel dicembre 1863, ‘Ntoni, il maggiore dei nipoti, era stato chiamato per la leva di mare». Per scongiurare questa partenza, che toglierebbe alla famiglia due braccia vigorose, il nonno si dà subito da fare; nonostante la sua onestà cristallina, non esita dunque a cercare raccomandazioni: «Padron ‘Ntoni allora era corso dai pezzi grossi del paese, che son quelli che possono aiutarci». Non mancano però risposte petulanti: il sacerdote vicario, don Giammaria, gli aveva rinfacciato “che gli stava bene”, perché il servizio militare obbligatorio «era il frutto di quella rivoluzione di satanasso che avevano fatto collo sciorinare il fazzoletto tricolore dal campanile». Avete voluto la rivoluzione? Piangetene le conseguenze.

Non meno disfattista è don Franco lo speziale, che ha idee repubblicane e socialiste e non perde l’occasione di dire la sua: «gli giurava fregandosi le mani che se arrivavano a mettere assieme un po’ di repubblica, tutti quelli della leva e delle tasse li avrebbero presi a calci nel sedere, chè soldati non ce ne sarebbero stati più, e invece tutti sarebbero andati alla guerra, se bisognava. Allora padron ‘Ntoni lo pregava e lo strapregava per l’amor di Dio di fargliela presto la repubblica, prima che suo nipote ‘Ntoni andasse soldato».

C’è però don Silvestro, il segretario comunale, che propone una soluzione: «disse lui che con un certo gruzzoletto fatto scivolare in tasca a tale e tal altra persona che sapeva lui, avrebbero saputo trovare a suo nipote un difetto da riformarlo». Alla visita di leva però l’effetto del “gruzzoletto” risulta nullo; infatti, «per disgrazia il ragazzo era fatto con coscienza, come se ne fabbricano ancora ad Aci Trezza, e il dottore della leva, quando si vide dinanzi quel pezzo di giovanotto, gli disse che aveva il difetto di esser piantato come un pilastro su quei piedacci che sembravano pale di ficodindia; ma i piedi fatti a pala di ficodindia ci stanno meglio degli stivalini stretti sul ponte di una corazzata, in certe giornataccie; e perciò si presero ‘Ntoni senza dire “permettete”». Lo Stato, il nuovo Stato unitario, è così: si prende i tuoi figli senza neanche chiederti il permesso e se li porta chissà dove a fare chissà che, mentre la famiglia perde un contributo fondamentale al suo sostentamento economico.

La Longa, la madre di ‘Ntoni, quando vede il figlio dirigersi verso la caserma con gli altri coscritti, gli corre dietro a fatica per fargli le ultime raccomandazioni: «gli andava raccomandando di tenersi sempre sul petto l’abitino della Madonna, e di mandare le notizie ogni volta che tornava qualche conoscente dalla città, che poi gli avrebbero mandati i soldi per la carta».

L’indomani, la famiglia va in massa alla stazione di Aci Castello, per veder passare il convoglio dei coscritti che andavano a Messina: «aspettarono più di un’ora, pigiati dalla folla, dietro lo stecconato. Finalmente giunse il treno, e si videro tutti quei ragazzi che annaspavano, col capo fuori dagli sportelli, come fanno i buoi quando sono condotti alla fiera».La partenza dei soldati, evoca, in modo straniante, “la festa di Trecastagni”: «e nella ressa e nel frastuono ci si dimenticava perfino quello stringimento di cuore che si aveva prima». L’ultimo saluto di ‘Ntoni dal treno, tuttavia, non è per la sua mamma (cui rivolge un veloce “addio”), bensì per una ragazza, “la Sara di comare Tudda”…

La partenza di ‘Ntoni rompe l’equilibrio della famiglia “Malavoglia”: senza di lui, la famiglia è costretta a tentare la via del commercio (il disastroso affare dei lupini). Per di più, quando ‘Ntoni tornerà dal servizio militare, in seguito alla morte in mare di suo padre Bastianazzo, sarà stato ormai “corrotto” dal contatto con il mondo esterno: ha visto Napoli, ha conosciuto la città e non accetta più la rassegnazione e la fatica immutabile della vita immutabile di Aci Trezza.

Se ‘Ntoni rappresenta il dissesto soprattutto morale causato dal servizio militare, suo fratello Luca incarna lo spirito di sacrificio e di ubbidienza; nel cap. 7 del romanzo, proprio per Natale, arriva infatti il suo turno: «Quello fu un brutto Natale pei Malavoglia; giusto in quel tempo anche Luca prese il suo numero alla leva, un numero basso da povero diavolo, e se ne andò a fare il soldato senza tanti piagnistei, che oramai ci avevano fatto il callo. Stavolta ‘Ntoni accompagnando il fratello col berretto sull’orecchio, talchè pareva fosse lui che partisse, gli diceva che non era nulla, e anche lui aveva fatto il soldato. Quel giorno pioveva, e la strada era tutta una pozzanghera». Alla sicumera orgogliosa del fratello “esperto” si contrappone la semplice modestia di Luca, che chiede di non essere accompagnato alla stazione; bacia la mano al nonno e alla mamma, abbraccia la sorella Mena e i fratelli e va via.

Questa seconda partenza è vista attraverso lo sguardo commosso della madre: «Così la Longa se lo vide partire sotto l’ombrello, accompagnato da tutto il parentado, saltando sui ciottoli della stradicciuola ch’era tutta una pozzanghera, e il ragazzo siccome era giudizioso quanto il nonno, si rimboccò i calzoni sul ballatoio, sebbene non li avrebbe messi più, ora che lo vestivano da soldato».

A un certo punto il ragazzo torna indietro, per rivolgere le ultime parole alla madre: «Mamma! – disse Luca tornando indietro, perché gli piangeva il cuore di lasciarla così zitta zitta sul ballatoio, come la Madonna addolorata; – quando tornerò vi avviserò prima, e così verrete ad incontrarmi tutti alla stazione. – E quelle parole Maruzza non le dimenticò finché le chiusero gli occhi».

Sono le ultime parole che ode dalla bocca di suo figlio Luca: il ragazzo infatti morirà nella battaglia navale di Lissa (1866). La notizia arriverà al paese mesi dopo, sottolineando la distanza siderale tra le logiche della politica nazionale e la vita degli “umili”, che muoiono per una patria che non conoscono e per una causa che non comprendono: «Il giorno dopo cominciò a correre la voce che nel mare verso Trieste ci era stato un combattimento tra i bastimenti nostri e quelli dei nemici, che nessuno sapeva nemmeno chi fossero, ed era morta molta gente; chi raccontava la cosa in un modo e chi in un altro, a pezzi e bocconi, masticando le parole» (cap. 9).

Per diversi giorni, non arriva più alcuna notizia; ma la Longa si tormenta e non ha più pace. Padron ‘Ntoni allora si sente consigliare di andare nel capoluogo: «Andate a Catania che è paese grosso, e qualcosa sapranno dirvi».

La scena successiva è una delle più tristi e struggenti del romanzo: «Nel paese grosso il povero vecchio si sentiva perso peggio del trovarsi in mare di notte, e senza sapere dove drizzare il timone. Infine gli fecero la carità di dirgli che andasse dal capitano del porto, giacché le notizie doveva saperle lui. Colà, dopo averlo rimandato per un pezzo da Erode a Pilato, si misero a sfogliare certi libracci e a cercare col dito sulla lista dei morti. Allorché arrivarono ad un nome, la Longa che non aveva ben udito, perché le fischiavano gli orecchi, e ascoltava bianca come quelle cartacce, sdrucciolò pian piano per terra, mezzo morta. – Son più di quaranta giorni, – conchiuse l’impiegato, chiudendo il registro. – Fu a Lissa; che non lo sapevate ancora? – La Longa la portarono a casa su di un carro, e fu malata per alcuni giorni».

Al dolore lancinante dei familiari si contrappone la freddezza burocratica dell’impiegato; al mondo arcaico dei pescatori, ricco di forti valori ancestrali, si oppone la grande e insensibile città, che vive in un presente arido e insensibile.

Nel romanzo, come si è visto, la partenza dei due fratelli per il servizio militare rappresenta lo spartiacque tra il vecchio mondo epico-rurale e l’irruzione della storia (e dello Stato), che scardina l’equilibrio della famiglia Toscano.

Tuttavia, il destino riservato a ‘Ntoni e Luca risulta completamente diverso.

Il primogenito parte con riluttanza e, durante la permanenza a Napoli, non fa che scrivere lettere lamentandosi e chiedendo denaro; il contatto con la grande città lo cambia profondamente e, al ritorno, non sa più adattarsi al suo antico mondo rurale, rinnega l’ideale “dell’ostrica”, rifiuta il lavoro fisico assimilandolo ad una condanna insopportabile (“io non sono una bestia da soma come voi”). La disciplina militare, paradossalmente, non gli ha insegnato il rigore e l’ubbidienza, ma gli ha tolto il rispetto per l’autorità patriarcale del nonno e per il suo sistema di valori, ritenuto obsoleto e perdente.

Viceversa, il secondogenito va via in silenzio, accettando anche questo dovere con rassegnazione e dignità; anche da lontano, poi, mantiene intatti i valori della famiglia, scrivendo poco e soltanto per rassicurare sulla sua salute; muore poi a Lissa, senza più rivedere i suoi cari. Luca rappresenta la purezza del mondo arcaico, sacrificata sull’altare della politica nazionale (la guerra); la sua morte è doppiamente tragica: muore per uno Stato che non conosce e lascia la famiglia priva del suo sostegno.

In definitiva, ‘Ntoni rappresenta la frattura ideologica (il progresso che distrugge), mentre Luca rappresenta la perdita materiale (la forza lavoro che viene sottratta alla famiglia).

Un’ultima osservazione: fra i Malavoglia l’ultimo dei fratelli, Alessi, rappresenta la forza centripeta che ricostruisce la famiglia e riscatta la casa del nespolo; incarnando perfettamente l’ideale dell’ostrica, nonostante le sventure (la morte del padre, della madre, del nonno e il disonore portato da ‘Ntoni e dalla sorella Lia), rimane tenacemente attaccato alle sue radici. La sua ambizione non è “cambiare vita”, ma “ripristinare la vita” com’era prima della catastrofe, facendo del lavoro un mezzo di redenzione morale. Sarà un caso, ma Alessi è l’unico dei fratelli a non essere chiamato alle armi: verosimilmente, secondo le leggi dell’epoca, essendo rimasto l’unico sostegno per la famiglia (con il padre morto e il fratello maggiore disperso o lontano), ha ottenuto l’esenzione o comunque non è stato reclutato. Meglio così: il servizio militare, che doveva servire a “fare gli italiani”, nei “Malavoglia” serve solo a distruggere le famiglie: chi parte muore (Luca) o si perde (‘Ntoni), mentre soltanto chi resta ancorato allo scoglio (Alessi) riesce a sopravvivere, pur tra mille stenti.

Non è certo una prospettiva progressista: ma Verga, che ha saputo entrare come pochi nel mondo degli umili, non ha mai trovato per loro altra soluzione se non quella di restare sempre ancorati senza rimedio alla loro condizione.

MARIO PINTACUDA

Palermo, 23 gennaio 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

1 commento

  1. Un ritorno all’opera che meglio rappresenta le forme di vita e di pensiero delle classi umili della Sicilia postunitaria, legate alla sola logica che possa salvarle dal bisogno e dagli stenti, quella del lavoro e dell’unità familiare che il nuovo stato fatalmente disintegra.
    Una maniera struggente, quella del Verga, nell’apparente impersonalità, di raccontarne la storia

Rispondi a Lidia Ferrigno Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *