Con il patrocinio della Regione Siciliana, all’interno del progetto di attuazione della Legge Regionale 9/2011, è stato pubblicato il libro “Per non dimenticare – Io ti chiedo” di Anna Napoli.
Nell’introduzione Salvatore Musumeci, dirigente scolastico dell’I.C. “F. De Roberto” di Zafferana Etnea, osserva che nella società odierna, dominata dalla velocità tecnologica, gli anziani rappresentano un ponte fondamentale tra passato e futuro, essendo custodi di una memoria collettiva che rischia di scomparire: «Le loro parole non raccontano solo ciò che è accaduto, ma trasmettono il modo in cui si è vissuto, ciò che si è imparato, ciò che si è amato e perduto. In questo senso, la memoria non è soltanto un fatto individuale: è un patrimonio collettivo che ci aiuta a costruire un presente più solido e un futuro più consapevole». Attraverso il racconto di esperienze e tradizioni, essi offrono alle nuove generazioni radici profonde e strumenti educativi preziosi, come la resilienza e la gratitudine. Il progetto legato al libro di Anna Napoli invita quindi il mondo della scuola a valorizzare il dialogo intergenerazionale, ricordando che custodire la memoria è l’unico modo per costruire un futuro consapevole e restare umani.

Il libro presenta la testimonianza di Anna Napoli, ex docente di Materie letterarie e Latino nei licei palermitani e della provincia, che ripercorre qui le memorie del suo paese d’origine, Santo Stefano di Camastra, durante il periodo fascista e il dopoguerra.

Il testo sottolinea l’importanza degli anziani come custodi dell’identità collettiva, capaci di tramandare valori di resilienza e dignità alle nuove generazioni. Attraverso una vivace e coinvolgente narrazione personale, l’autrice analizza l’apparato ideologico del regime fascista, descrivendo in modo vivace le modalità con cui il potere cercava di controllare ogni aspetto della vita quotidiana e della cultura. Parallelamente, emergono racconti toccanti di solidarietà umana e onestà che caratterizzavano la comunità locale nonostante la povertà e i conflitti.
L’opera si propone come un ponte educativo, invitando i giovani a riscoprire le proprie radici per costruire un futuro più consapevole; quindi, come osserva nella sua “Nota” introduttiva l’assessore regionale on. Mimmo Turano, «la memoria non assurge ad oleografica rievocazione nostalgica, quanto piuttosto attiene alla ricostruzione di una funzione attiva da trasmettere alle future generazioni, proprio secondo quel principio educativo di tradizione e trasmissione che ne ha caratterizzato l’azione di professoressa».
L’opera è dedicata ai quattro nipoti e in particolare al nipote Santino Puleio, cui l’autrice si rivolge immediatamente chiarendo la genesi del titolo del libro: «”Per non dimenticare io ti chiedo”, ormai da anni questa è la solita frase con cui tu chiudi ogni nostra conversazione. Ma che cosa mi chiedi? Non quello che, di solito, i nipoti chiedono ai vecchi nonni, ma che io annoti, puntualizzi, ricordi e piccole storie, stati d’animo, non solo miei, ma di quanti, come me, si trovarono a vivere gli anni terribili della guerra e del dopoguerra. Anni pieni di paura, di terrore, di stenti, di privazioni e lavaggi di cervello, i primi, anni pieni di speranze, di sogni, e, perché no, di delusioni e amarezze, i secondi. Io ho sempre tergiversato, sia perché parlare di vicende lontane nel tempo cui si è stati testimoni o partecipi non è sempre facile, sia per il mio carattere schivo e restio, affetto, se così si può dire, da una specie di idiosincrasia grafologica. Ma, siccome ho 95 anni e sono pienamente consapevole della precarietà delle ultime fasi della parabola discendente della mia vita terrena e che, quindi, il tempo, per me, stringe, credo di non potere deludere ancora di più le tue aspettative, i tuoi desideri di conoscere e di sapere».
L’autrice però è arrivata a questa determinazione non in quanto «nonagenaria nostalgica “laudator temporis acti”, ma perché vede nel nipote la stessa richiesta che veniva dai suoi alunni, chiarendo mirabilmente nel contempo la sua altissima concezione dell’insegnamento: «il professore non è colui che, dall’alto della cattedra pontifica, dà ordini, impone la sua autorità, ma colui che, con umiltà ed abnegazione, aiuta, fornisce strumenti, suggerisce metodologie di studio, spiega, con imparzialità, passaggi, cause ed effetti di avvenimenti storici e letterari. Infatti è, stando vicino ai giovani, prendendo visione del loro modo di ragionare ora giusto, ora sbagliato, approvando o confutando le loro idee, che si conquista la loro fiducia, il loro affetto, la loro stima e si diventa, talvolta addirittura, il loro maestro di vita, il loro modello. Ma nello stesso tempo, questo contatto è quanto mai proficuo per il professore, perché si viene a creare uno scambio reciprocamente simbiotico: il docente dà, e nello stesso tempo riceve, riceve forza giovanile, spinta ad agire, ad uscire dal suo mondo paludato e perché no, talvolta, chiuso e deluso del suo essere». L’insegnamento è dunque un baratto simbiotico di umanità, dove il passato fornisce gli strumenti e il presente la forza per usarli.
Viene ribadita la funzione fondamentale e insostituibile della memoria: gli anziani sono visti come custodi di un patrimonio di saggezza e resilienza, fungendo da ponte indispensabile tra passato e futuro, specialmente in un’epoca di tumultuosi cambiamenti tecnologici.
Si ha poi un’analisi dettagliata del controllo totale esercitato dal regime fascista su ogni aspetto della vita pubblica e privata, dalla lingua alle istituzioni, dalla demografia alla propaganda culturale. Vengono citate le varie forme di manipolazione della vita quotidiana: l’abolizione dell’uso del “Lei” a favore del “Voi”, l’italianizzazione forzata dei cognomi (l’attore Rascel fu ribattezzato “Rascele”) e dei termini stranieri (es. “caffetteria” invece di “bar”, “Standa invece di Standard”), l’introduzione dell’era fascista (per cui il 1930, anno di nascita dell’autrice, era diventato l’Anno VIII), l’obbligo del saluto romano.
Non mancano i riferimenti alle politiche demografiche (con la tassa sul celibato introdotta nel 1927 e i premi in denaro per le famiglie numerose) e le notizie sulla riforma scolastica di Bottai (introduzione della scuola media unificata, abolizione del dialetto, enfasi sull’educazione fisica e sulla cultura militare, ecc.)
Parallelamente, viene colta la coesistenza di un’Italia “a-fascista” o apertamente oppositrice: vengono così menzionati i professori universitari (tra cui Borgese e Orlando) che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al regime e soprattutto viene citato l’esempio di Benedetto Croce: «Il suo atteggiamento fu bifronte, di “scudo e freno”, da un lato di difesa, dall’altro di freno, perché anche quando sembrava che parlasse d’altro ogni sua parola consigliava di resistere, resistere, resistere: non per nulla Calamandrei ricondusse a lui l’inizio della Resistenza».
Si ricorda anche come i “Littoriali della Cultura” fossero divenuti paradossalmente luoghi di discussione vivace, dove i giovani esprimevano spirito critico: a Palermo, nel 1938, scoppiò uno scandalo quando alcuni studenti sostennero che l’arte dovesse essere libera e non asservita al regime. Inoltre sono citate le forme di satira politica con cui studenti e buontemponi deridevano l’ignoranza dei gerarchi, spesso bersagli di barzellette sulla loro scarsa cultura.
Non manca il riferimento alle leggi razziali del 1938, con il ricordo particolare di Maurizio Ascoli, insigne medico ebreo di Palermo, rimosso dalla cattedra, costretto a esercitare clandestinamente (le sue ricette venivano firmate da un giovane assistente, il futuro professor Fradà) e infine reintegrato con pieni onori dagli anglo-americani nel 1943.
Un altro episodio esemplare riguarda il colonnello Sebastiano Alfieri, comandante della brigata Sassari e zio dell’autrice, che ebbe il coraggio di rifiutare l’arruolamento nella Milizia di Mussolini; convocato a Palazzo Venezia, non cedette alle lusinghe di una carriera fulminante dicendo al Duce: «Eccellenza, mi dispiace, quando iniziai la mia carriera militare, giurai fedeltà nelle mani del Re, non posso ora tradire il mio giuramento»; Mussolini gli strinse la mano esclamando: «Ce ne fossero di uomini come lei!»; tuttavia per quel “no”, Alfieri non ebbe mai la carriera che avrebbe meritato, pagando il prezzo della sua coerenza fino al settembre 1943, allorché a porta San Paolo fu tra i primi soldati italiani a schierarsi contro i tedeschi a difesa della popolazione civile; subì poi una caccia spietata da parte dei nazifascisti e si portò dietro le conseguenze di una pallottola che gli aveva leso il cervelletto; fu poi insignito della medaglia al merito per la lotta partigiana.
Il racconto si sposta poi sulla dimensione locale, sul “caro paese” natìo, Santo Stefano di Camastra, descrivendo una Sicilia “babba” (ingenua e priva di mafia all’epoca) ma segnata da durissime condizioni di vita.

L’economia si basava sulle fabbriche di mattoni e ceramiche e sulla pesca; i salari erano bassissimi (meno di due lire al giorno) e la carne era un lusso rarissimo. La denutrizione cronica favoriva la diffusione di malaria e TBC: Anna Napoli ricorda la morte di una sua compagna di scuola a causa della TBC e il successivo rogo delle masserizie della famiglia povera.
Era però una società caratterizzata da grande dignità e senso del decoro: viene citato l’episodio di un vecchio contadino che si impiccò per la vergogna di aver subito il sequestro del suo unico asino per un debito non saldato.
Inoltre, nonostante la miseria, la comunità operava come una “famiglia allargata”: il padre dell’autrice aiutava gli operai e i bisognosi non con denaro (per evitare che venisse sprecato al gioco), ma fornendo generi alimentari o pagando doppie retribuzioni in occasioni speciali. In quel periodo dunque «c’era una coralità di partecipazione affettiva per cui anche quel modo di salutare “baciamo le mani”, “voscenza benerica”, non era espressione di un residuato servilismo feudale ma una manifestazione di stima, calore affettivo, simile all’affetto che il figlio nutre verso il padre».
Era diffuso e rispettato il senso dell’onestà: i bambini venivano educati al rispetto e all’integrità, come dimostrato dall’episodio del piccolo Davì, che restituì un portafoglio smarrito sulla piazza della chiesa Matrice.
Non mancano riferimenti a forme di credulità popolare e superstizione, come l’uso di mettere oggetti d’oro nelle mani dei neonati al primo taglio delle unghie, come auspicio per un futuro migliore.
Nel complesso, la testimonianza di Anna Napoli serve a ricordare che la costruzione del futuro non può prescindere dalla comprensione delle sofferenze e dei valori di chi ha preceduto le attuali generazioni lungo i “sentieri della vita”: le sue memorie ci insegnano che custodire queste “piccole storie” – i silenzi di un colonnello, il coraggio di un medico radiato, il sapore di una caramella alla carruba – è l’unico modo per restare umani in un mondo frenetico che ha smarrito la bussola. La memoria è l’investimento più sicuro per garantire che le generazioni future non debbano mai camminare nel buio inconsapevole dell’oblìo.
P.S.: Il libro si può leggere online al link https://www.identitasiciliana.eu/wp-content/uploads/2026/01/2.pdf.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 9 febbraio 2026