“L’aiuola che ci fa tanto feroci”

Il 2 aprile scorso, il comandante della missione Artemis II, Reid Wiseman, ha scattato una spettacolare foto ad alta risoluzione attraversoi finestrini della navicella Orion, catturando un’immagine che trascende la documentazione tecnica per diventare una sorta di manifesto esistenziale.

Immagine generata da IA

Dopo oltre mezzo secolo dai tempi del programma Apollo, occhi umani sono tornati a contemplare il globo terrestre da una distanza tale da ridurlo a un “miracolo blu” sospeso nel nulla. È un paradosso visivo di lancinante bellezza: la vitalità sfolgorante di un mondo protetto da un velo atmosferico quasi impalpabile, contrapposta al nero assoluto e al silenzio spettrale degli abissi stellari. In quella sfera, avvolta tra nuvole e oceani, risiede tutto ciò che siamo, immerso in un isolamento che non ammette repliche.

Nonostante la nitidezza digitale ci faccia sentire il cosmo a portata di mano, la realtà tecnica ci restituisce una vertigine di solitudine. Il nostro sistema solare, con il suo diametro di circa 120-130 unità astronomiche (pari più o meno a 300 milioni di chilometri), appare come una bolla di silenzio in cui la vita intelligente è un’esclusiva terrestre. Se rivolgessimo lo sguardo verso Proxima Centauri b, dove presumibilmente si trova il mondo abitabile più vicino a noi, dovremmo misurarci con una distanza di 4,24 anni luce, vale a dire quarantamila miliardi di chilometri.

Per tradurre questi abissi in termini umani: la sonda Voyager 1, uno degli oggetti più veloci mai costruiti, impiegherebbe circa 73.000 anni per percorrere quella distanza. Questa sproporzione trasforma la Terra in un’astronave priva di scialuppe di salvataggio, un granello di sabbia sperduto in un universo osservabile che si estende per 93 miliardi di anni luce. Di fronte a tale vastità, che potrebbe persino essere infinita, la nostra pretesa di centralità sbiadisce in un’umiltà necessaria.

Questa prospettiva di estrema piccolezza ha radici profonde nella nostra cultura. Nel Canto XXII del “Paradiso” Dante, giunto nel cielo delle Stelle Fisse, volge lo sguardo in basso su invito di Beatrice. Ciò che vede è la medesima immagine colta dall’obiettivo di Wiseman, descritta con la precisione di chi ha compreso la sproporzione tra l’ambizione umana e la realtà fisica: «L’aiuola che ci fa tanto feroci, / volgend’io sì con li etterni Gemelli, / tutta m’apparve da’ colli a le foci; / poscia rivolsi li occhi a li occhi belli».

Il termine “aiuola”, derivante dal latino “areola”, non indica solo un piccolo giardino, ma originariamente la “piccola aia”, lo spazio circolare e arido dove il grano viene battuto e sferzato. L’intuizione dantesca è brutale: la Terra è il luogo della trebbiatura, dove l’umanità si agita e si scanna per il possesso di un frammento di polvere. Vista dalla distanza delle stelle, la ferocia con cui i popoli si contendono confini invisibili appare grottesca, un moto frenetico e violento confinato in un fazzoletto di terra infinitesimale.

Oggi, quella “piccola aia” pulsa di una vita frenetica e disuguale. Mentre osserviamo la foto statica di Orion, siti come Worldometers ci restituiscono il battito in tempo reale di un pianeta che ospita 8.285.777.204 persone: un flusso incessante dove, in un solo giorno, si contano circa 176.000 nascite a fronte di 83.000 decessi.

Eppure, il destino di questa marea umana è concentrato nelle mani di una “cerchia ristrettissima” di circa 60.000 individui: leader politici, amministratori delegati di Big Tech e colossi finanziari come BlackRock e Vanguard.

Le disparità che definiscono la nostra esistenza sono scolpite nei numeri: i 12 miliardari più ricchi del pianeta detengono una ricchezza superiore a quella di 4 miliardi di persone messe insieme; e circa il 72% della popolazione mondiale vive sotto regimi autocratici (almeno quelli dichiarati…), abbandonando il destino di quasi 6 miliardi di individui all’arbitrio di pochi leader.

Questa concentrazione di potere amplifica la “ferocia” dantesca: l’umanità sembra ostinarsi a non trovare un terreno comune, delegando la propria sopravvivenza a una minoranza che spesso ignora la fragilità del sistema che governa.

Ma la storia ci insegna che questa ferocia umana (terribile ossimoro!) è intrisa di una “vanità folle”. Tra mezzo secolo, quasi tutti i leader che oggi decidono le sorti del mondo saranno polvere e ossa, cenere dispersa o nomi dimenticati, sostituiti da una nuova generazione destinata allo stesso oblio.

Giacomo Leopardi, nelle sue “Operette morali”, aveva già colto l’indifferenza glaciale del cosmo verso le vicende umane. Nel “Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo”, il poeta immagina un’epoca in cui gli uomini si sono estinti, annientati dalle loro guerre, dai vizi e dall’ozio. In questo scenario, la natura non celebra né piange; semplicemente, prosegue il suo corso: “Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi…”

Leopardi ci regala un brivido esistenziale: la Terra e i suoi cicli sono del tutto autonomi rispetto alla nostra presenza. Il pianeta non ha bisogno dell’uomo per essere il “miracolo blu”; siamo noi ad avere un disperato bisogno della sua stabilità.

La foto scattata dalla navicella Orion dovrebbe imporre un cambio di paradigma. Dallo spazio profondo non si scorgono le linee tracciate col sangue sui trattati politici, ma solo i confini naturali: la vastità degli oceani, la desolazione dei deserti, il movimento delle nuvole. Sono questi gli unici limiti reali, le uniche mura della nostra comune prigione dorata.

In questa “piccola aia” sospesa nel nero infinito, in questo “atomo opaco del Male”, la vera verità è che la gloria e il potere sono fumo, destinato inevitabilmente a diradarsi.

E del tutto inconsistenti sono i proclami deliranti di chi ritiene di poter controllare il presente, il passato e il futuro del mondo (“Un’intera civiltà potrebbe finire stanotte”, ultimo proclama – per ora – della serie, di poche ore fa).

Fra vent’anni dalla polvere e dalle ossa di chi oggi fa proclami esalerà solo il vuoto assoluto dei deliri umani. Nel frattempo, però, c’è da chiedersi se riusciremo a riconoscere la nostra unicità prima che la nostra “ferocia” consumi l’ultimo lembo di questa “aiuola”. Quando il silenzio del cosmo tornerà ad essere l’unica voce udibile, per che cosa dovrà essere ricordato il passaggio dell’umanità su questo punto azzurro? Per il sangue versato sulle mappe o per la cura con cui abbiamo protetto questo fragile miracolo?

MARIO PINTACUDA

Palermo, 7 aprile 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

1 commento

  1. Sicuramente la seconda.
    Ma loro non se ne avvedono.
    Continuano a considerarsi onnipotenti e in quanto tali immortali.
    Loro non amano la poesia, non hanno letto Dante, Leopardi o i poeti grandissimi del paese d’appartenenza perciò non hanno mai sperimentato cosa significhi essere colti dalla vertigine pascoliana.
    Non trovano che sia un terribile ossimoro l’espressione “ferocia umana”perché abito naturale da indossare e portare addosso sempre.
    Sarà una maledizione?
    Fin da quando Caino uccise il fratello?
    Se volgiamo indietro lo sguardo, la storia dell’uomo è una storia di sangue ma, paradossalmente, una storia di conquiste e di evoluzione, e Artemis lo dimostra.
    È in questa distonia che risiede il senso di essa?

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