Addio a Gino Paoli

Questa notte, a 91 anni, ci ha lasciati Gino Paoli. Con la sua scomparsa, svanisce l’ultimo dei grandi architetti dell’anima della canzone italiana: il grande cantautore genovese non è stato un semplice interprete, ma un intellettuale del sentimento che ha saputo trasformare la musica da mero svago a spazio di “manifestazione autentica”, portando l’esistenzialismo tra le pieghe della vita quotidiana.

Fino all’ultimo, ha abitato la sua Genova con la discrezione di chi ha già visto tutto e non ha più nulla da dimostrare. La sua ultima dimora, inerpicata sulla collina e immersa nel sole, era protetta da una porta senza nome. Nessuna targa d’ottone a celebrare la gloria, solo un adesivo tondo con un gatto dalla schiena inarcata e il monito: “Attenti al gatto”. È un cerchio perfetto che oggi si è chiuso, riportandoci a quel felino che, nel 1960, diede inizio alla sua leggenda in una soffitta “a un passo dal cielo blu”.

La prima grande lezione di Paoli fu il rifiuto della finzione. Insieme alla “scuola genovese” – quel gruppo di amici partiti dalla Foce che non si sentirono mai “maestri” – Paoli ha demolito l’estetica edulcorata del dopoguerra. Come scrive oggi Claudio Cabona sul “Secolo XIX” di Genova, «Gino Paoli è stato a tutti gli effetti un rivoluzionario. […] L’artista ha contribuito a liberare la musica dall’essere un’“arma di distrazione di massa” o di puro intrattenimento, trasformandola in uno spazio autentico, diretto, necessario, di manifestazione. […] Voleva riportare la canzone al linguaggio della strada, a quello della gente

Io ho assistito a un bellissimo concerto di Gino Paoli il 18 luglio 2019 ai Parchi di Nervi. In quell’occasione, oltre ad apprezzare la riproposizione del suo più celebre repertorio, ebbi modo di ascoltare alcune sue nuove composizioni, come sempre suggestive nei testi e nell’ordito musicale.

Inoltre – cosa, devo dire, un po’ inaspettata – ne apprezzai i monologhi inframmezzati alle canzoni, ricchi spesso di un’impagabile ironia tutta genovese; basterà citare una sua barzelletta sul noto stereotipo dei genovesi “risparmiatori”, che riporto qui di seguito e che, oggi, strappa un ulteriore sorriso malinconico:

«L’anziano Giobatta Parodi incontra per strada un amico.

AMICO – “Ciao, Giobatta! Come va?”.

GIOBATTA – “Mah, così… Sai, mi è morta mia moglie”.

AMICO (dispiaciuto) “Oh, poverina! E che ci aveva?”.

GIOBATTA – “Ma niente… Due collanine, un bracciale, qualche anellino…”»

Questa capacità tutta genovese di sorridere della tragedia, di rimboccarsi le maniche e andare avanti, di non lasciarsi mai vincere dalle avversità, è stata la medicina di Gino Paoli, la forza che gli ha permesso di trasformare il dolore in una poetica della strada, viscerale e immensamente umana.

In questo momento mi tornano in mente tutte le canzoni più belle di Paoli, da “Sapore di sale” a “Il cielo in una stanza”, da “Che cosa c’è” a “Quattro amici”, da “Sassi” a “Una lunga storia d’amore”.  Per celebrarne la memoria, però, vorrei proporre alcune mie riflessioni su “La gatta”, accompagnate da alcune citazioni tratte dal libro “Sapore di note” (2005) dello stesso autore.

Quando viveva a Genova con la prima moglie Anna Fabbri in una casa-soffitta nello splendido borgo marinaro di Boccadasse, in Salita Santa Chiara, Gino Paoli aveva una piccola gatta siamese: «Non si staccava mai da me, dormendomi sulla pancia mentre prendevo un po’ di sole sul terrazzino e lasciando sulla mia abbronzatura una pennellata bianca all’altezza dell’ombelico. […] L’avevamo chiamata Ciàcola per questo: in veneto significa “chiacchiera”. Era una gatta parlante come gli animali delle fiabe o dei fumetti: discorreva, proponeva, suggeriva, protestava, aveva da dire la sua su ogni argomento. Di fronte alle decisioni da prendere, la sua posizione era tenuta nello stesso conto delle nostre. In presenza di un estraneo, l’ultima parola era indiscutibilmente la sua; se non piaceva a Ciàcola, in casa nostra una persona non metteva più piede».

Boccadasse (Genova)

In onore di Ciàcola, il cantautore genovese (nato in realtà nel 1934 a Monfalcone in Friuli e trapiantato da bambino nel capoluogo ligure) compose nel 1960 la canzone “La gatta”, che uscì in 45 giri con sul retro il brano “Io vivo nella luna”.

La nascita del disco fu un po’ travagliata: Paoli allora non era iscritto alla SIAE, per cui il brano fu depositato da Mogol e Renato Angiolini (detto Toang); solo in seguito il cantante poté rivendicarlo a sé. La canzone, inoltre, all’inizio non piacque più di tanto: nei primi tre mesi vendette solo poco più di cento copie. Pochi avrebbero immaginato che quel motivetto sarebbe diventato un successo straordinario.

Dopo un breve inciso strumentale introduttivo, d’intonazione leggera e scherzosa, la prima strofe della canzone è caratterizzata da una serie di “enjambements” che collegano ogni verso al precedente, dando al testo un’intonazione da filastrocca e un suggestivo tono da favola: «C’era una volta una gatta / che aveva una macchia nera / sul muso e una vecchia / soffitta vicino al mare / con una finestra / a un passo dal cielo blu».

L’autore rievoca i momenti sereni di quel periodo: «Se la chitarra suonavo / la gatta faceva le fusa / ed una stellina / scendeva vicina vicina, / poi mi sorrideva / e se ne tornava su».  Potenza della musica, che suscita la simpatia e il piacere della gatta e – miracolo! – “tira giù” dal cielo una “stellina”, che viene a elargire il dono di un sorriso per poi tornarsene lassù. Del resto, in quegli anni il pensiero era facilmente rivolto al cielo: due anni prima Domenico Modugno aveva composto il suo capolavoro, “Nel blu dipinto di blu” (“Volare oh oh”); e l’anno dopo, nel 1961, il primo astronauta (il sovietico Yuri Gagarin) andò in orbita attorno alla Terra.

Ma quel mondo magico è destinato a svanire: l’inciso della canzone sottolinea il cambiamento con un passaggio dal maggiore al minore che incupisce il tono leggero increspandolo di ironica malinconia: «Ora non abito più là: / tutto è cambiato, / non abito più là. / Ho una casa bellissima, / bellissima come vuoi tu».

Tuttavia nella nuova abitazione “bellissima” l’autore rimpiange la vecchia soffitta, quella gatta, quella stellina e quella semplice vita perduta: «Ma io ripenso a una gatta / che aveva una macchia nera / sul muso, a una vecchia / soffitta vicino al mare / con una stellina, / che ora non vedo più».

Nel suo libro intitolato “Sapore di note” (2005), Paoli racconta la genesi di questa canzone: «Avevamo cambiato casa. La soffitta di Boccadasse era stata svuotata, inscatolata e abbandonata nel magone generale. La piccola gatta siamese […] era entrata nella gabbietta ed era stata abbastanza buona e zitta, mentre la portavo nel nuovo appartamento in corso Paganini. Bisognava cogliere quel segnale: era stata, fino a quel momento, una gran chiacchierona. […] Morì dopo due mesi dal trasloco. La soffitta era diventata stretta a noi, per lei era l’unica condizione di vita. […] Ne cavai fuori una traccia, un’intenzione, e non mollai l’osso finché non successe qualcosa. Questo qualcosa era […] una piccola filastrocca: “La gatta”» (pp. 70-71).

Se queste note dicono la verità, il riferimento alla “casa bellissima” alluderebbe alla nuova abitazione di Corso Paganini; ma, considerando che all’epoca Paoli non era né ricco né famoso, la nuova condizione di vita sembrerebbe più un auspicio (poi realizzatosi) che un evento già verificatosi. Qualche anno dopo, in effetti, Paoli – ormai affermato – comprò casa a Roma, dove visse con la nuova compagna citata nella canzone (“ho una casa bellissima, / bellissima come vuoi tu”), da identificare forse non tanto con Ornella Vanoni quanto con Stefania Sandrelli (che infatti ebbe modo di dichiarare: «La canzone che mi ha fatto innamorare di lui è stata “La Gatta”, che poi lui infatti mi ha dedicato»).

Comunque sia e qualunque fosse stata la nuova “casa bellissima” di Paoli, la povera Ciàcola non vi mise zampa; ma di lei rimase immortale il ricordo: la “macchia nera sul muso”, le fusa che faceva accoccolata sul cantante e il suo “ciacolare” coinvolgente che “riempiva” quella povera soffitta, prima che “tutto cambiasse”.

E forse quella antica filastrocca era anche servita come rifugio e diversivo in un momento storicamente difficile (lo dice lo stesso Paoli nel già citato libro: «Correva il 1960, anno del governo Tambroni e del via libera alla polizia di sparare sulla gente in piazza»).

Nel 2012 Paoli ricavò dalla sua canzone di mezzo secolo prima un libro illustrato per bambini di età prescolare, in forma di “graphic novel” (ne allego l’immagine di copertina). Forse, tornando a quella sua semplice canzone giovanile, il cantante voleva archiviare il ricordo delle troppe vicissitudini della sua esistenza (l’alcoolismo, il tentato suicidio, gli incidenti stradali causati dalla guida spericolata, l’evasione fiscale, ecc.).

Quale eredità ci lascia Paoli, oltre all’inestimabile tesoro delle sue indimenticabili ed eterne canzoni? Forse la consapevolezza che la bellezza non risiede nella “casa bellissima” che il mondo ci spinge a inseguire, ma nella capacità di scorgere ancora una stellina che scende a farci visita.

Bisogna ringraziare Gino, per averci insegnato che si può toccare il cielo anche restando chiusi in una soffitta.

MARIO PINTACUDA

24 marzo 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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