Un gioco d’altri tempi: lo “shangai”

Qualcuno di voi ricorda lo “shanghai”?

Molti miei coetanei, solo a pronunciarne il nome, sentono ancora il rumore secco del legno che cadeva sul tavolo e poi il silenzio improvviso e ieratico che calava nella stanza.

Non era solo un gioco: era una prova di nervi, una specie di orientaleggiante rituale nelle domeniche pomeriggio di tanti anni fa, quando il mondo correva più piano e il divertimento non passava da uno smartphone ma da un semplice mazzetto di bastoncini colorati.

Lo “shanghai” (o “mikado”, con riferimento all’imperatore del Giappone) era un gioco di pazienza. Tutto iniziava con quel gesto teatrale: si stringevano i bastoncini in un pugno, li si teneva verticali sul tavolo e poi si apriva la mano. I legnetti cadevano a ventaglio, intrecciandosi in un caos inestricabile. L’obiettivo era semplicissimo (a parole): bisognava prendere un bastoncino alla volta senza far muovere tutti gli altri.

Ogni bastoncino aveva la sua dignità, segnata dalle linee colorate che ne determinavano il valore. Il “mikado” era quello con la spirale nera: era il più prezioso (valeva 20 punti) ed era l’unico che, una volta conquistato, poteva essere usato come “aiutante” per sollevare gli altri. Gli altri bastoncini erano i mandarini, i samurai e i bonzi: avevano strisce blu, gialle, rosse e verdi, ognuno con il suo punteggio.

C’erano ovviamente giocatori più smaliziati, che conoscevano i trucchi del mestiere: uno di questi consisteva nel premere forte sulla punta di un bastoncino isolato, facendolo saltare verso l’alto a scatto, per poi afferrarlo al volo; bisognava però evitare di toccare il tavolo e provocare vibrazioni fatali. Ma anche i “dilettanti” studiavano con la massima concentrazione gli incastri e cercavano pazientemente il bastoncino “libero”, quello che non ne toccava nessun altro.

La vera sfida era muovere quelli sepolti nel mezzo: si usavano le dita con la precisione di un chirurgo, si tratteneva il respiro. Poi c’era il pubblico composto da amichetti o cuginetti, un pubblico attento e malizioso, che “sentiva” il movimento anche quando non c’era; da qui le immancabili discussioni (“Si è mosso!” “Ma no, non si è mosso!”). Erano momenti di tensione, ma anche di divertimento, in cui il tempo si fermava tra un respiro e un millimetro di legno spostato.

Questo gioco aveva sicuramente una sua valenza educativa: in molti testi di pedagogia del dopoguerra veniva consigliato perché aiutava i bambini a sviluppare la coordinazione occhio-mano. Ma c’era molto di più: lo shangai infatti insegnava che a volte, per ottenere qualcosa di prezioso, non servono la forza e la precipitazione, ma semmai la pazienza, una mano ferma, un cuore calmo, una concentrazione assoluta. Inoltre faceva capire come un obiettivo non si possa dire raggiunto se non alla fine, perché basta una piccola disattenzione per vanificare tutto: in questo gioco, infatti, potevi aver accumulato 40 bastoncini, ma bastava alla fine un millimetro di errore sull’ultimo per perdere il turno e, potenzialmente, la partita.

Oggi lo shanghai, per chi lo ha conservato, è un oggetto vintage, magari sepolto in una scatola di legno impolverata in soffitta o finita chissà dove. Chi non lo ha più o non lo trova più, potrebbe acquistarlo su Amazon (costa pochi euro). E forse, in questo mondo così frenetico, avremmo davvero bisogno di metterci un po’ in stand-by, di tornare a sederci attorno a un tavolo, di trattenere il fiato e di provare a sfilare quel prezioso bastoncino senza far crollare tutto il resto.

E se non ci riuscissimo? Beh, potremmo senz’altro chiedere aiuto all’Intelligenza Artificiale; lei ne sa sempre più di noi.

MARIO PINTACUDA

Palermo, 6 maggio 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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