L’estate a Palermo: 30° di notte

L’andamento delle temperature a Palermo, torride ormai da cinquanta giorni, negli ultimi giorni ha segnato un’ulteriore impennata. Ecco i dati delle temperature minime e massime rilevate nell’ultima decade dalla mia stazione meteo, in pieno centro città, a poche centinaia di metri da piazza Politeama:

17/8: 28°-34°

18/8: 29°-35°

19/8: 27°-33°

20/8: 28°-33°

21/8: 27°-34°

22/8: 28°-33°

23/8: 28°-33°

24/8: 29°-34°

25/8: 28°-36°

26/8: 30°-34°

27/8: 30°-36°.

Siccome potrebbe sembrare che i dati presi da un comune cittadino siano approssimativi, riporto qui di seguito i valori ufficiali rilevati dalla stazione meteo di Boccadifalco, lievemente inferiori per la collocazione più lontana dal centro di Palermo, ma sempre “caldissimi”.

Dal sito https://www.meteonetwork.eu/it/weather-station/scl088-stazione-meteorologica-di-boccadifalco/archive

Il dato che salta agli occhi, soprattutto dai valori che ho riscontrato io, è l’apocalittico calore delle notti: qui in centro le temperature minime non scendono sotto i 27° dal 10 luglio (!!) e nelle ultime due notti non sono scese sotto i 30° (!!!).

La catastrofe climatica in corso si coglie nei discorsi della gente, stanca e avvilita per l’afa, costretta agli arresti domiciliari con l’unico (dispendioso e inquinante) conforto dell’aria condizionata, privata anche del conforto di un bagno a mare (dato che la temperatura del mare supera i 30°).

Anche io, lo ammetto, ormai senza aria condizionata non potrei vivere.

Quando ero ragazzo non soffrivo il caldo come ora, anche perché le ondate di caldo un tempo erano meno lunghe e meno affliggenti.

In estate, poi, non mancavano i conforti alla ragionevole calura dell’epoca: a Bagheria andavamo spesso in campagna (allora quasi incontaminata, in un tripudio di alberi di limone) o al mare (al mitico Lido Olivella); le case in paese si sviluppavano in verticale su 2-3 piani, avevano muri spessi e all’interno non diventavano fornaci; nel pomeriggio (grazie anche all’ora solare, usata fino al 1965) si verificava immancabile “l’arrifriscata” (cioè la temperatura scendeva un po’); spesso le strade del paese erano innaffiate d’acqua dalle autobotti comunali (meravigliosa consuetudine cancellata nella nostra epoca sparagnina).

Insomma, sarà stata la gioventù, sarà stato il clima meno impietoso, fatto sta che al caldo si resisteva. Alla peggio ci si rinfrescava con ventagli in cartone o con precari, rumorosi e poco funzionali ventilatori elettrici.

Ma dagli anni Ottanta in poi tutto cambiò, in peggio.

Il giugno 1982 portò un’ondata di caldo terribile in tutta Italia. A Palermo (come in questi giorni) le minime si fermarono a lungo sui 30-32 gradi e le massime superavano i 40 gradi; i mondiali di calcio furono “sudati” in tutti i sensi.

Le temperature di Palermo nei giorni 24-25-26 giugno 1982; a sinistra la media della giornata, a destra la minima e la massima

In casa non esistevano ancora impianti di aria condizionata: i ventilatori si arrendevano alla furia del nemico, la notte era un inferno bollente e insonne, il sole fin dai primi raggi dardeggiava tracotante a far capire senza equivoci chi fosse il vero padrone da queste parti.

Già in quel periodo avevo considerato seriamente la possibilità di migrare in Islanda; ma qualche anno dopo acquistai il primo condizionatore portatile, il “Pinguino” De Longhi, che – strategicamente trasportato di stanza in stanza – costituiva un’oasi semovente di illusorio benessere. Illusorio per tre motivi: 1) il Pinguino era figlio unico e quindi doveva distribuire i suoi limitati servigi a turno nelle varie stanze, rinfrescandone una ma lasciando illese e infuocate le altre; 2) scaricava acqua in un bidone, che – se si riempiva – tracimava acqua e inondava il pavimento; 3) era rumoroso, per cui il sonno era comunque precario.

Insomma, il mio percorso verso l’aria condizionata è stato lento, graduale, irto di difficoltà.

Non si contano poi tutte le persone con cui ho discusso su pregi e difetti dell’aria condizionata; infatti, come in politica, esiste un’opposizione “negazionista” che avversa tenacemente l’aria condizionata, ritenuta (così la definiva anche mia madre) aria “non naturale”, malefica, foriera come minimo di reumatismi e malanni vari. Ancora oggi molti miei amici e conoscenti, pur disponendo di diversi condizionatori, ne fanno un uso parco e circoscritto e si arrendono al benessere artificiale solo quando sono disperati.

Io però, quando una decina di anni fa per illuminata decisione di mia moglie abbiamo ristrutturato la nostra casa, ho fermamente voluto che fossero installati in ogni stanza i condizionatori. Ora vivo felice, anche per la mia moderazione oraziana (“aurea mediocritas”), dato che regolo i condizionatori sui 25°, un minimo sindacale che però consente benessere, assenza di sudori e di danni collaterali, possibilità di muoversi e lavorare senza soffrire mai. Anche le notti sono rallegrate da un fresco Morfeo e trascorrono serene, foriere di sonno ristoratore.

Soltanto l’aria condizionata, dunque, mi consente di affrontare la crudele estate isolana; e se qualcuno si scandalizza per questa mia “vita artificiale” faccia pure e si asciughi intanto il fetido sudore: per me la lotta tra natura e cultura, tra “physis” e “nomos” non ha storia.

Del resto, carta canta.

La situazione di oggi, 27 agosto 2026, è sotto gli occhi, anzi direi sotto le ascelle di tutti: basta mettere il naso fuori e già alle 7 di mattina si sente una cappa di afa insopportabile.

Di chi è la colpa? Dell’inesorabile anticiclone africano, cui anni fa venivano sempre assegnati improbabili nomi jettatori dal sapore storico-biblico-mitologico come Caronte, Lucifero, Scipione o “Pluto”. Oggi è anonimo, ma sempre più micidiale.

E se al Nord Italia, dopo lunghissimi periodi di afa insopportabile, c’è stato nei giorni scorsi un cedimento di questo caldo infernale, qui in Sicilia possiamo metterci il cuore in pace e aspettare che vengano (ma quando?) tempi migliori.

Io poi (forte del mio artificiale benessere) ci scherzo pure su. Al mio fruttivendolo morto di “càvuru” che si lamentava della temperatura bollente, ho detto serafico: «Non può durare: al massimo, cosa di tre-quattro mesi può essere». Mi ha guardato stupito; ma non dicevo nulla di falso…

In realtà, mi vengono spesso in mente le avvilite parole rivolte dal Principe di Salina a Chevalley nel “Gattopardo”: “questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi, […] questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo”. Ma se Tomasi di Lampedusa fosse vissuto ora, forse avrebbe calcato maggiormente la mano contro l’insopportabile estate siciliana.

Come diceva Bruno Martino in una sua celebre canzone, “Odio l’estate / il sole che ogni giorno ci donava / gli splendidi tramonti che creava. / Adesso brucia solo con furor. / Tornerà un altro inverno, / cadranno mille petali di rose, / la neve coprirà tutte le cose / e il cuore un po’ di pace troverà”.

Resistiamo, dunque; la resilienza è diventata la nostra seconda natura. Prepariamoci a un fine settimana ancora più bollente e viviamo (anzi, sopravviviamo) nella nostra artificiale campana di vetro protettiva. E appena qualcuno, in inverno, si lamenterà del freddo, mandiamolo nel Kuwait col primo aereo.

P.S.: a proposito, unico conforto per me è vedere le temperature di Kuwait City; domani 35°/45°, sabato 34°/46°, domenica 35°/46°. Al peggio non c’è fine, ma io (per sì e per no) sto cominciando a prevedere l’acquisto di un bel caftano e di un cammello; hai visto mai…?

MARIO PINTACUDA

Palermo, 27 agosto 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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