Un mese con Montalbano è una raccolta di trenta racconti di Andrea Camilleri, pubblicata per la prima volta nel 1998 da Mondadori Editore; nel 2018 il libro viene ripubblicato da Sellerio Editore di Palermo.
Il titolo si collega al numero di racconti, che coinvolgerebbero il lettore per un mese esatto, leggendo un racconto ogni giorno, come afferma lo stesso autore nella nota conclusiva. Sempre a detta dello scrittore, la serie è stata realizzata in poco più di un anno e due mesi, fra il 1º dicembre 1996 e il 30 gennaio 1998. Gran parte dei racconti sono inediti, mentre altri furono pubblicati precedentemente in alcune riviste locali.

Fra i racconti della raccolta, non ne mancano alcuni in cui è notevole il dialogo con le opere di altri autori; questo avviene, ad es., in “Miracoli di Trieste”, in cui Montalbano in trasferta al Nord diventa paradossalmente vittima di un reato e in cui è palpabile il ricordo del “Canzoniere” di Umberto Saba. L’esempio più eclatante di questo procedimento metaletterario si ha però in “Quello che contò Aulo Gellio”, in cui il commissario comprende, grazie al ricordo di un episodio narrato dall’antico erudito latino (II sec. d.C.), il motivo per cui un sicario gli ha risparmiato la vita.

Vediamo quindi, analizzando il racconto camilleriano, in che modo il collegamento con l’antico brano latino sia fondamentale per la comprensione della vicenda.
In una gelida serata invernale, dominata da una “tramontana scandinava“, il commissario Montalbano è in macchina, reduce da “un colloquio non precisamente cordiale” con il nuovo questore di Montelusa. Per di più il riscaldamento della sua auto “aveva deciso uno sciopero senza preavviso” e nell’abitacolo “il vento friddo trasìva da un’infinità di spifferi”. In questo scenario da “giallo gotico” siciliano, tra il rumore del mare in tempesta e la solitudine della strada per Fiacca, il commissario cerca rifugio in una “solitaria casuzza” ove ha sede un’osteria segnalatagli giorni prima da un amico. Un’indicazione, scritta malamente su un pezzo di tavola inchiodata a un palo, promette che “da Filippo si mancia bene“.
Appena entrato nel locale, ecco la scena che appare al commissario: “Una càmmara con cinque tavolini, nessun cliente. Quello che doveva essere Filippo stava assittato a un tavolo e taliàva un film alla televisione”. Tra Montalbano e l’oste Filippo si ingaggia subito una sorta di dibattito gastronomico: il cliente ordina i polipetti alla napoletana, ma la sfida si gioca sugli ingredienti: se i “passuluna di Gaeta” (le olive nere) sono il fondamento imprescindibile di questo piatto, l’aggiunta della “chiapparina di Pantelleria” proposta da Filippo è un azzardo che fa vacillare Montalbano.
Nel bel mezzo di questo dibattito culinario, irrompono nel locale due uomini con “la faccia coperta dal passamontagna, pistole alla mano”. Uno è minuto e ringhioso, l’altro invece “era una specie di colosso“. Ben presto Montalbano capisce che non si tratta di una banale rapina; i due sono due killer mandati per ucciderlo: l’“omo minuto” infatti proclama: “A tia cercavo, e finalmente ti trovai”. In quel momento il commissario, come è sua abitudine, infrange gli schemi: “Si dice che in punto di morte un omo veda scorrere velocemente la vita passata ed abbia un qualche pinsèro non terreno. Tutto quello che a Montalbano venne in mente fu: «Ora questi m’ammazzano e addio polipetti’. Non è solo amara ironia: è il rifiuto della brutalità in nome della bellezza, della morte in nome della vita; per Montalbano, morire con il rimpianto di un sapore non goduto, di quella “chiapparina” non ancora testata, è l’offesa suprema alla dignità umana.

Il destino, però, ha deciso di giocare una carta imprevista. Mentre Filippo resta impietrito con un mattarello in mano, mentre il killer esile invita la vittima a recitare la sua ultima preghiera, “successe l’incredibile”: il secondo killer, il “colosso”, con una rapidità che smentisce la sua mole, sfila lo strumento di legno dalle mani dell’oste e, invece di sparare al commissario, spacca la testa al suo stesso compagno. Poi, con assoluta freddezza, mette in scena un finto conflitto a fuoco: spara al muro a pochi centimetri da Montalbano e poi verso la porta, creando la “verità” necessaria per giustificare il fallimento con i suoi mandanti. Trascina via il complice svenuto e svanisce nella notte.
Montalbano a questo punto si alza di scatto, per nulla preoccupato di inseguire i malviventi: “corse da Filippo che roteava gli occhi come un pazzo, lo schiaffeggiò.
«Forza, che i polipetti s’abbrusciano!»”.

Tornato a Marinella, perplesso e dubbioso sull’accaduto, con il sonno che già gli faceva gli occhi “a pampineddra”, Montalbano trova per caso un articolo di giornale dedicato ad Aulo Gellio, liquidato dal critico di turno come “uno scrittore elegante di cose assolutamente inutili“, rimasto nella memoria collettiva “solo per un fatterello da lui contato, quello di Androclo e del leone”.

Gellio, nelle sue Noctes atticae (V 14) raccontava infatti la storia di Androclo, uno schiavo fuggitivo, che era diventato amico di un leone a cui aveva curato la zampa trafitta da una spina. Quando Androclo, divenuto cristiano, era stato condotto nel circo per essere sbranato, era stato riconosciuto dal leone che, invece di azzannarlo, gli aveva leccato la mano: questo evento, giudicato miracoloso, aveva procurato la grazia della vita ad Androclo.

Qui Camilleri compie un piccolo miracolo letterario: dimostra che in un mondo dominato dalla violenza “utile”, è la memoria di un classico, una storia di duemila anni fa, l’unica cosa capace di spiegare la realtà presente. Infatti aquel punto, i ricordi di Montalbano iniziano a farsi strada come le ciliegie: “Le memorie, si sa, sono come le cirase, una se ne tira appresso un’altra, ma ogni tanto s’intromettono nella fila ricordi non richiamati e non piacevoli che fanno deviare dalla strata principale verso viottoli scuri e lordi dove come minimo s’infangano le scarpe”. Pensa e ripensa, verso le quattro del mattino il commissario riesce a inquadrare nel mirino della memoria il suo leone.
A questo punto un flashback ci riporta anni indietro, su uno spaventoso dirupo (“sbalanco”) delle Madonie. Un giovane Montalbano, allora vicecommissario, vede un’auto precipitare in un canalone. Mentre un testimone sul ciglio della strada, preso dal panico, rimonta in macchina e scappa vigliaccamente, Salvo si cala nel precipizio, lacerandosi vestiti e pelle. Tra le lamiere trova un picciotto colossale che perde sangue a fiumi da uno squarcio al polpaccio. In quegli occhi “scantati e doloranti” Montalbano legge il terrore e risponde alle sue preghiere (“per carità, non mi lasciare“) con un gesto viscerale: si toglie la cintura e la stringe attorno alla gamba del ragazzo per fermare l’emorragia. “Stai calmo, non ti lascio“, gli promette. Poco dopo arrivano i soccorsi. Quel laccio di cuoio era stato la cura per la spina del leone, al secolo tale Salvatore Niscemi.

La vicenda si chiude con un dilemma che è il cuore pulsante dell’etica camilleriana. Il dovere d’ufficio vorrebbe un mandato di cattura per Niscemi. Ma i dubbi tormentano il commissario: “E ora che fare? Spiccare un mandato di cattura? Ma basato su che? Su una storia contata nel secondo secolo dopo Cristo da uno scrittore che si chiamava Aulo Gellio? Vogliamo babbiare?”. La giustizia degli uomini non può processare un “miracolo laico”.

Montalbano, lo intuiamo, sceglierà il silenzio, riconoscendo che la gratitudine è una forza sovversiva che scavalca i secoli e i codici penali. Le buone azioni non scadono mai, proprio come i grandi libri. Salvatore Niscemi ha restituito la vita a chi, anni prima, non lo aveva lasciato morire nel fango di un canalone.
Fin qui il racconto di Camilleri. Ma noi ci soffermiamo ancora un po’ sull’aneddoto di Gellio.
Il brano rappresenta uno degli esempi più celebri di “paradossografia” (raccolta di fatti meravigliosi o insoliti) presenti nelle Notti Attiche. Attraverso la voce dello storico ed erudito egiziano Apione, Gellio riporta un aneddoto che unisce il gusto per lo straordinario (mirabile) a una riflessione morale sul rapporto tra uomo e natura. Gellio, pur riconoscendo la vasta cultura di Apione, lo descrive come logorroico (“loquacior”) e vanaglorioso (“sui venditator”), avvisando il lettore che la storia va presa con le giuste cautele, pur distinguendo ciò che Apione dice di aver visto con i propri occhi.
Il racconto si sposta nel Circo Massimo a Roma, teatro di una venatio (combattimento con le belve). Fra i leoni destinati a sbranare i cristiani, “destava ammirazione uno che sorpassava ogni altro. Quel singolo animale per l’enorme taglia, l’impeto dei movimenti, il ruggire potente e terribile, lo sviluppo dei muscoli e l’agitarsi della criniera, richiamava su di sé gli occhi e l’attenzione di tutti” (par. 8-9; uso qui la bella traduzione di Luigi Rusca). Fra i condannati si trova “lo schiavo di un ex console, dal nome Androclo”; ebbene, appena il leone lo vede, accade l’incredibile: “subito si fermò, quasi preso da ammirazione, e poi si diresse lentamente e placidamente verso lo schiavo, cercando di riconoscerlo. Movendo la coda in modo lento e pacifico, come un cane che voglia far festa al padrone, si avvicina al corpo dello schiavo, lecca dolcemente le gambe e le mani di lui che per la paura quasi sviene. Androclo, di fronte alle blandizie di così feroce belva, riprende animo e rivolge per un poco gli occhi verso il leone. Allora, come per essersi mutuamente riconosciuti, si scorsero l’uomo e il leone scambiarsi gioiosi segni di amicizia” (par. 11-14).
La folla stupefatta grida e chiede l’intervento dell’imperatore; questi chiama a sé Androclo, che gli narra la sua storia: “Quando il mio padrone ottenne la carica di proconsole nella provincia d’Africa, fui costretto a fuggire da lui per l’indegno trattamento e le quotidiane fustigazioni che mi infliggeva, e per trovar più sicuro rifugio dal padrone che governava quel territorio, mi nascosi in campagne e spiagge deserte, pensando, se mi veniva a mancare il cibo, di darmi in qualche modo la morte. Essendomi imbattuto sotto un sole di mezzogiorno, rabbioso e infuocato, in una caverna fuor di mano e celata alla vista, vi penetrai e mi nascosi. Dopo non molto entrò in quella caverna un leone, con una zampa ferita e sanguinante; la belva emetteva gemiti e pianti, e si lamentava per il violento dolore della ferita” (par. 17-19). La belva si avvicinò all’uomo terrorizzato, ma non gli fece alcun male: sollevò la zampa ferita e sembrò chiedere soccorso. Androclo allora lo curò: “io trassi una grossa spina che si era conficcata nella pianta del piede, feci uscire l’infezione che si era formata in fondo alla ferita, infine, privo ormai di paura, accuratamente purificai e asciugai completamente la ferita. Allora il leone, che dal mio intervento era stato guarito, posta la zampa fra le mie mani, si addormentò tranquillamente; da quel giorno per tre anni vivemmo assieme nella stessa caverna e assieme mangiammo, giacché, al ritorno della caccia, mi portava nella caverna i bocconi più prelibati, che, non avendo fuoco, facevo arrostire al sole di mezzodì” (par. 22-25). In seguito, stanco di quella vita selvaggia, Androclo (approfittando di un’assenza del leone) abbandonò la caverna. Mal gliene incolse, però: pochi giorni dopo fu catturato dai soldati e riportato al padrone; questi, vendicativo, lo condannò a morire in pasto alle belve. Ora però è accaduto l’imprevedibile: “Vedo che il leone è stato catturato anche lui dopo la nostra separazione, e vuole ora ricambiare la gratitudine per la mia bontà e la cura che ho avuto di lui” (par. 28).
La vicenda ha un lieto fine: Androclo viene graziato e resta per sempre con il suo amico a quattro zampe; lo testimonia così Apione: “Poi vidi Androclo che, tenendo legato il leone con una sottile corda, andava in giro per tutte le botteghe della città; si dava del denaro ad Androclo, si spargevan fiori al passaggio del leone e tutti coloro che incontravano quei due esclamavano: «Quello è il leone che ospitò l’uomo, quello è l’uomo che medicò il leone»” (par. 30).
Il tema portante del racconto è la capacità del mondo animale di provare sentimenti morali complessi come la memoria, la gratitudine (gratia) e la lealtà, doti che spesso mancano agli uomini. Il leone non dimentica il beneficio (beneficium) ricevuto e ricambia il favore risparmiando la vita al suo benefattore. Il testo gioca su un forte contrasto morale: il padrone romano (che dovrebbe essere il rappresentante della civiltà) si rivela spietato, crudele e privo di umanità (iniquis et cotidianis verberibus); la belva (simbolo di ferocia ancestrale) si dimostra invece accogliente, capace di compassione e dotato di una gentilezza quasi domestica (more atque ritu adulantium canum).
L’episodio mostra inoltre la dinamica sociale del circo romano: la reazione della folla, inizialmente attratta dalla sete di sangue, cambia davanti al “miracolo” della riconciliazione. Il popolo romano esercita il proprio potere di intercessione chiedendo e ottenendo la grazia per Androclo e la salvezza del leone.
Il registro narrativo oscilla tra il drammatico e il patetico. Gellio/Apione ricorre a una ricca aggettivazione per sottolineare prima la maestosità e la ferocia del leone (“immanitas, terrifico fremitu”), poi la sua inaspettata dolcezza (mitis et mansues, clementer et blande).
La conclusione, con l’immagine di Androclo che conduce il leone a spasso per le botteghe di Roma legato a un semplice filo, assume contorni quasi fiabeschi e consolatori, sintetizzati nella celebre formula finale pronunciata dalla gente: «Hic est leo hospes hominis, hic est homo medicus leonis».
MARIO PINTACUDA
Palermo, 30 luglio 2026