Un esempio (fra tanti altri) del degrado palermitano

Dieci giorni. Sono dieci giorni che vedo, in via Brunetto Latini (a 400 metri dalla centralissima piazza Politeama), uno dei “cestini” in metallo per rifiuti in queste immonde condizioni: è strapieno oltre ogni limite; al suo interno si vedono (alla faccia della differenziata…) bottiglie di plastica, scatole di cartone e scontrini.

Sopra la “cupola” (anche i cestini hanno la “cupola” qui a Palermo…) è stato appoggiato un intero sacco di spazzatura bianco (con il logo dell’incolpevole supermercato Famila).

Foto che ho scattato stamattina, 29.08.26, in via Brunetto Latini a Palermo

Ai piedi del cestino giacciono numerosi e grandi frammenti di vetro spesso e trasparente, del tutto simili alle lastre di una finestra o alla vetrata di un elemento d’arredo infranto.

Queste immagini sintetizzano bene due problemi distinti ma sovrapposti della gestione dello spazio pubblico:

1) anzitutto, i cestini di questo tipo nascono per piccoli rifiuti (una bottiglietta vuota, una carta da gelato, uno scontrino); utilizzarli per depositarvi interi sacchi di spazzatura domestica è un atto di malcostume che li intasa all’istante, rendendoli inutilizzabili per gli altri passanti:

2) inoltre, la presenza di vetri così grandi sparsi sul marciapiede rappresenta un serio rischio di sicurezza; oltre a evidenziare il ritardo (anzi l’assenza totale) dei servizi di pulizia e spazzamento, costituisce un pericolo immediato per i pedoni, per i bambini e per gli animali domestici a passeggio.

Sono fotografie amare, che rispecchiano in pieno la realtà palermitana: da un lato c’è l’inefficienza della gestione dei rifiuti e la mancanza di spazzamento tempestivo, dall’altro la mancanza di rispetto per il bene comune da parte di chi scambia un cestino da passeggio per un cassonetto privato.

Che fare, in casi come questi?

La prassi vorrebbe che si facessero degli appelli:

1) anzitutto alla RAP e all’Amministrazione Comunale affinché intervengano con urgenza per bonificare l’area, rimuovendo prioritariamente le lastre di vetro che mettono a rischio l’incolumità dei passanti; dieci giorni di inazione per un pericolo così evidente non sono tollerabili in una città che aspira a essere vivibile;

2) poi alla cittadinanza (termine quanto mai indecifrabile, astratto e fantascientifico da queste parti), con un invito alla coscienza dei residenti e dei passanti: un cestino da passeggio abbandonato al degrado non è un alibi per trasformarlo in una discarica. Il rispetto per il proprio quartiere comincia dalle azioni individuali.

Una considerazione pratica sulle segnalazioni: in casi come questo, il pericolo concreto legato ai vetri rotti sul marciapiede richiederebbe una corsia preferenziale di segnalazione. Sarebbe fondamentale che strumenti istituzionali come l’app o il portale per le segnalazioni della RAP prevedessero un codice di priorità per il “rischio sicurezza”, garantendo l’intervento entro 24 ore.

In un’ottica meno idealistica, mi chiedo: si possono sapere nomi e cognomi degli operatori (anzi, dei “non-operatori”) ecologici cui è assegnata la pulizia di questo quartiere? si può accertare se sono in ferie, in malattia o stanno fruendo della ubiquitaria legge 104?

Inoltre: si possono sapere nomi e cognomi di coloro che dovrebbero sorvegliare questa attività (“quis custodiet custodes?”) e che forse sono in ferie, in malattia o a godere della 104?

O forse no, non si può sapere, non si sa, non si deve sapere: non ci sono mai responsabili e, se ci sono, sono intoccabili, perché garantiscono la conservazione di un ignobile sistema di menefreghismo e indifferenza.

In casi come questi, mi torna in mente un divertente sketch, in cui il bravissimo attore palermitano Pino Caruso ironizzava sul carattere “pirandelliano” dei siciliani. La scenetta era ambientata all’Ucciardone, dove un detenuto mafioso invitava tutti ad andarlo a trovare: “Venga a prendere il caffè da noi: / Ucciardone cella 36”. Iniziava quindi una disquisizione sul “parlare per sfumature”, tipico dei siciliani. E da dove derivava, secondo Caruso, questa tendenza? Ovvio, da Pirandello.

“Come è successo?” – “Non si sa come”.

“Chi è stato?” – “Uno, nessuno e centomila”.

“E dove è accaduto?” – “Lì o là”.

“E allora qui non paga nessuno?” – “Così è se vi pare”.

Io credo però, alla luce di quanto constato in questa città, che si possa allungare questo monologo, sempre tristemente attualissimo, ancora con l’aiuto del grande scrittore girgentano:

“E la giustizia allora che cos’è?” – “L’esclusa”

“E la legalità come va considerata?” – “Ma non è una cosa seria”

“Ma chi crede nella legalità allora chi è?” – “L’imbecille”.

 “E l’illegalità allora in che condizioni sarà?” – “Come prima, meglio di prima”.

 “Ma allora alle persone oneste cosa rimane?” – “Il piacere dell’onestà”

“Quindi come dovremmo comportarci?” – “Ciascuno a suo modo”.

Meglio fermarsi qui. Lo sketch, come tutte le cose siciliane, vira pericolosamente dall’umoristico al tragico.

Io intanto resto in attesa che un imprevedibile miracolo riporti la “normalità” in via Brunetto Latini. Il maestro di Dante ne sarebbe piacevolmente sorpreso.

P.S.: ovviamente il singolo cestino di cui mi sono occupato ha per me un valore “simbolico”; come lui, ce ne sono centinaia, tutti (o quasi) nelle stesse condizioni…

MARIO PINTACUDA

Palermo, 29 agosto 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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