La mostra dei Brueghel a Mlano: i proverbi illustrati

Giorni fa a Milano ho visitato a Palazzo Reale la mostra “I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa”. Come si legge nel sito “Ad artem”, «in programma dal 29 settembre 2026 al 31 gennaio 2027, la mostra accompagna il visitatore in un percorso storico e artistico attraverso oltre 80 opere tra dipinti, disegni e stampe, alla scoperta di una “dinastia” di pittori che contribuì in modo decisivo, nei Paesi Bassi, in Italia e nel resto d’Europa, alla nascita dei futuri “generi pittorici”. Dai paesaggi innevati alle burrasche, dalle nature morte alla vita contadina fino alle battaglie, il sistema dei generi pittorici darà forma alla pittura moderna europea così come la conosciamo oggi».

Ideata da Bernard Aikema e curata da Carlotta Striolo, la mostra «propone per la prima volta uno sguardo d’insieme sulla celebre famiglia di maestri fiamminghi, portando alla luce il suo decisivo contributo all’evoluzione della pittura europea nel XVI e XVII secolo. […] La novità più interessante è l’estrema differenziazione dei soggetti per rispondere alle richieste di un pubblico sempre più variegato: scene di vita popolare, paesaggi innevati, marine, nature morte, visioni fantastiche, battaglie, allegorie, episodi biblici e mitologici animano i quadri dei Brueghel» (F. Grego, in https://www.arte.it/notizie/milano/).

Fra i quadri esposti molti sono famosi, come il “Trionfo della morte” di Jan Brueghel il Giovane (1608), che reinterpreta le potenti suggestioni sul tema della caducità umana rese celebri dal capostipite della dinastia, o come “Il concerto di Orfeo agli Inferi per Plutone e Proserpina” di Jan Brueghel il Vecchio (1594 circa), notevole per la minuziosità dei dettagli paesaggistici e la rappresentazione fantastica dell’oltretomba.

Importanti anche le celebri vedute montane e i paesaggi alpini: infatti il capostipite Pieter Brueghel il Vecchio fu molto colpito dal suo viaggio attraverso le Alpi nel XVI secolo; lo spettacolo grandioso delle montagne lasciò un’impronta indelebile nella sua sensibilità artistica, ridefinendo il modo di concepire la natura nell’arte fiamminga. Accantonando i soggetti religiosi e mitologici, il pittore rappresentò imponenti catene montuose, vallate scoscese, foreste e corsi d’acqua, trasformando il paesaggio alpino nel vero e proprio cuore pulsante dell’opera. La tradizione dei panorami grandiosi, delle rocce scoscese e degli sfondi montani venne ripresa dai discendenti (come Jan e Pieter il Giovane), contribuendo alla nascita del paesaggio moderno in Europa.

Ci sarebbero altre importanti opere della mostra da ricordare, ma in particolare farò riferimento ai “Proverbi” di Pieter Brueghel il Giovane (1606-1607): si tratta di uno straordinario dipinto su tavola, che riflette ironicamente sulla natura umana attraverso una fitta messa in scena di proverbi e modi di dire popolari dell’epoca. L’opera, proveniente dallo Stadsmuseum di Lier in Belgio, rappresenta uno dei vertici assoluti della pittura fiamminga per la capacità di realizzare vero e proprio “catalogo” della follia umana.

Il dipinto rappresenta una brulicante e caotica piazza di un villaggio dove decine di persone compiono azioni apparentemente assurde o bizzarre; in realtà, però, ogni singola figura, gesto o dettaglio architettonico corrisponde alla rappresentazione letterale di un proverbio o di un modo di dire fiammingo dell’epoca. Il dipinto è analogo dunque ad un rebus visivo che l’osservatore è invitato a decifrare.

Cito qui di seguito dieci fra i proverbi più divertenti illustrati da Brueghel. 

1. “Battere la testa contro il muro” (in olandese Met il hoofd tegen de muur lopen): allude alla testardaggine inutile o all’accanimento in un’impresa disperata. Nel quadro, l’azione viene illustrata in maniera letterale e grottesca: si vede un uomo che sbatte con forza la propria testa nuda contro una spessa parete di mattoni o di pietra.  Il proverbio indica l’atteggiamento di chi si impunta nel voler ottenere l’impossibile, accanendosi contro ostacoli insormontabili o contro la realtà stessa delle cose. L’atto dimostra che l’irrazionalità e la mancanza di buon senso non scalfiscono il muro (la realtà o le leggi della natura), ma danneggiano esclusivamente chi compie il gesto. Per Bruegel, sferrare un colpo di testa contro una parete invalicabile è la metafora della rabbia cieca, di chi cerca di risolvere le difficoltà della vita con la forza bruta invece che con la ragione, il dialogo o la saggezza.

    2. “Portare il fuoco con una mano e l’acqua con l’altra” (In de ene hand vuur, in de andere water dragen“): essere doppiogiochisti per fomentare discordia. Bruegel raffigura un personaggio ambiguo che cammina tenendo in una mano una torcia con il fuoco acceso e nell’altra mano un secchio d’acqua; viene dunque rappresentata una persona falsa, che pretende di fare contemporaneamente due cose opposte: da un lato soffia sul fuoco (crea zizzania, alimenta conflitti e problemi) e dall’altro si presenta con l’acqua (facendo finta di voler spegnere l’incendio e pacificare). Per la cultura fiamminga del ‘500, chi porta fuoco e acqua insieme è più pericoloso di un nemico dichiarato, perché agisce sotto la maschera dell’amicizia o della neutralità mentre semina distruzione.

    3. “Mettere una campanella al gatto” (De kat de bel aanbinden): equivale a “essere indiscreti”, spifferare a vanvera ciò che sarebbe meglio tenere nascosto. Nel dipinto, Bruegel raffigura un personaggio abbigliato in modo grottesco che si avvicina con cautela a un gatto per attaccargli un piccolo campanello al collo. L’azione viene resa con precisione comica: la tensione del personaggio tradisce tutta la pericolosità e l’assurdità del gesto. L’origine del proverbio risale a un’antichissima favola (attribuita a Esopo e poi ripresa da La Fontaine e dalle tradizioni popolari medievali) in cui i topi si riuniscono in assemblea per trovare una soluzione ai ricorrenti assalti del gatto: i topi decidono che la soluzione ideale per salvarsi sia mettere un campanello al collo del gatto, così da sentirlo arrivare in tempo; l’idea viene acclamata da tutti come geniale ma, quando il capo dei topi chiede chi andrà a mettere concretamente la campanella al gatto, nessuno si fa avanti. Il proverbio sottolinea dunque la distanza tra teoria e pratica: allude a proposte apparentemente brillanti, ma del tutto irrealizzabili o pazzesche da attuare a causa dell’enorme rischio personale che comportano.

    4. “Far scappare un uovo d’anatra per prenderne uno di gallina” (“Een eendenei laten lopen om een kippenei te vangen“): prendere una cattiva decisione lasciandosi sfuggire un’opportunità favorevole. Nel quadro un personaggio avido scorge un uovo di gallina e, nella fretta di afferrarlo, lascia cadere l’uovo d’anatra che aveva nelle sue mani. Nella cultura fiamminga del XVI secolo questo proverbio è l’equivalente dei nostri detti popolari “Meglio un uovo oggi che una gallina domani” o “Chi troppo vuole nulla stringe”; rappresenta infatti la stupidità di chi rinuncia a qualcosa di grande e già acquisito (l’uovo d’anatra) per inseguire qualcosa di minor valore o incerto (l’uovo di gallina). Viene così sottolineata la miopia di chi agisce d’impulso, guidato dall’avidità, senza calcolare il vero valore di ciò che possiede già rispetto a ciò che cerca di ottenere; mostra inoltre come il desiderio compulsivo di accumulare faccia perdere sia il bene presente che quello futuro.

    5. “Cercare di aprire la bocca più del forno” (Zijn mond wijder opendoen dan een oven): vantarsi troppo e a sproposito. Nel quadro si vede un personaggio (raffigurato vicino a un forno da pane in mattoni) che spalanca la bocca in modo smisurato, tentando ridicolmente di aprirla più della grande bocca ad arco del forno stesso. Il motto è una potente metafora visiva della presunzione, della vanagloria e della megalomania: indica chi spara “sbruffonate” sproporzionate e fa promesse gigantesche che non potrà mai mantenere.

    6. “Essere un mordi-colonne” (Een pilaarbijter): ostentare una religiosità e una devozione fanatica, ma del tutto falsa; in italiano corrisponde a espressioni come “baciapile” o “bigotto”. Nel dipinto di Bruegel si vede un tizio abbigliato in modo austero che spalanca la bocca per mordere letteralmente la colonna di un edificio sacro o di una chiesa. La colonna rappresenta la Chiesa, la fede o il luogo di culto: abbracciare e mordere la pietra della struttura indica un attaccamento morboso ai simboli esteriori della religione, privo però di qualunque reale partecipazione spirituale o morale.

    7. “Confessarsi al diavolo” (Bij de duivel te biecht gaan): rivelare segreti al nemico. La scena viene illustrata con una fortissima carica satirica: si vede un uomo in ginocchio davanti a una figura diabolica (raffigurata con corna, zoccoli e spaventose sembianze), intento a sussurrarle all’orecchio i propri peccati e segreti più intimi, come se si trovasse al confessionale. Il proverbio è una denuncia sferzante della mancanza di discernimento, dell’ingenuità letale e del tradimento: “confessarsi al diavolo” significa confidarsi, chiedere aiuto o rivelare i propri punti deboli proprio a chi userà quelle informazioni per distruggerci, ricattarci o volgerle a suo vantaggio.

    8. “Orinare contro la luna” (Tegen de maan pissen): perdere tempo in un’impresa inutile. Nel dipinto Bruegel raffigura un uomo che si rivolge verso il cielo di notte e urinando tenta grottescamente di colpire la luna. L’immagine mostra la totale sproporzione tra la piccolissima azione dell’uomo e l’immensità irraggiungibile dell’astro. Viene deriso chi fissa traguardi fuori dalla propria portata, credendo con superbia di poter raggiungere “la luna” con mezzi del tutto inadeguati. Inoltre, il proverbio indica l’inutilità di scagliarsi contro un’autorità preponderante, una forza superiore o il destino stesso: è una sfida persa in partenza.

    9. “Defecare sulla forca” (Op de galg schijten): non temere niente, né pene né ripercussioni. Bruegel raffigura un uomo accovacciato nei pressi della forca, in atto di defecare sfrontatamente verso di essa. L’immagine provocatoria indica chi non si lascia intimidire dalla legge, dalla minaccia della punizione o dal potere costituito, arrivando a mostrare un disprezzo totale verso la pena capitale stessa (rappresentata dalla forca).

    10. “Cadere dal cesto” (Door de mand vallen): vedersi smascherati. Nel quadro si vede un personaggio che precipita attraverso il fondo di una cesta sospesa, cadendo rovinosamente verso il basso.  Ancora oggi diffusissimo nella lingua olandese (dove equivale al nostro “essere colto con le mani nel sacco” o “scoprire gli altarini”), questo proverbio indica il momento preciso in cui una menzogna, un’illusione o una truffa crolla all’improvviso, rivelando la verità a tutti e lasciando l’impostore esposto alla vergogna pubblica. Il cesto rappresenta la copertura o la protezione precostruita per nascondere le proprie magagne; quando il fondo cede sotto il peso della realtà, la persona precipita senza più alcuna possibilità di difendersi.

    Non mancano ovviamente tanti altri proverbi divertenti e significativi: “Pescare dietro la rete” (cioè perdere un’opportunità), “Avere il tetto coperto di torte” (essere molto ricco), “Lanciare piume nel vento” (lavorare a vuoto), “C’è chi tosa la pecora e chi il maiale” (c’è chi ha dei vantaggi e c’è chi non ne ha), “Non riuscire a passare da un pane all’altro” (non farcela a sbarcare il lunario), “Non voler vedere il sole che si riflette sull’acqua” (essere gelosi dei successi altrui), “Fare a Dio una barba di lino” (essere ipocrita), “Defecare sul mondo” (disprezzare e deplorare ogni cosa).

    In definitiva, attraverso questa incredibile enciclopedia visiva, Brueghel non si limita a strappare un sorriso o a divertire il pubblico con giochi d’ingegno, ma offre un profondo insegnamento morale, ammonendo gli spettatori a riflettere sui propri vizi, sulle debolezze e sull’irrazionalità che spesso governano il comportamento umano.

    MARIO PINTACUDA

    11 ottobre 2026

    Di Mario Pintacuda

    Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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