Il terremoto e i sismologi

Dal sito del “Giornale di Sicilia” (oggi, 23 ottobre 2026): “Una raffica di scosse di terremoto ha seminato paura a Palermo e in diversi centri della Sicilia. La più forte, di magnitudo 5.5 secondo i dati aggiornati dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), è stata registrata alle 12.19 di oggi, venerdì 23 ottobre, nel Tirreno meridionale, a una profondità di appena 9 chilometri. Il movimento tellurico è stato avvertito distintamente nel capoluogo siciliano, dove numerose persone si sono riversate in strada e sono scattate evacuazioni precauzionali di scuole e uffici. Momenti di grande apprensione soprattutto negli istituti scolastici, dove studenti, insegnanti e personale sono stati fatti uscire dagli edifici. Scene analoghe anche negli uffici, con dipendenti e cittadini che hanno abbandonato i locali dopo avere avvertito le oscillazioni. In diverse zone della città la gente è rimasta all’aperto, nel timore di nuove scosse“.

Pochi secondi di oscillazione, i lampadari che si muovono vistosamente, la paura improvvisa e la corsa d’istinto verso la porta: la sequenza di scosse nel Tirreno meridionale – culminata con un evento di magnitudo 5.0 avvertito distintamente a Palermo e nei dintorni – ha riproposto un copione che ormai conosciamo a memoria. Non appena il suolo si ferma, i social si riempiono di frustrazione e scetticismo: «Nessuno è riuscito a prevederlo», «Scienziati inutili, non prevedono mai niente».

Forse vorremmo che i sismologi fossero dei maghi alla Harry Potter, magari dotati di un’infallibile sfera di cristallo; tendiamo a chiedere alla scienza capacità mirabolanti di “divinazione”, pretendendo risposte oracolari che però la fisica moderna non può dare. Così facendo, finiamo per polemizzare invano – sport nazionale quanto mai praticato in ogni campo – e a sminuire il lavoro quotidiano e prezioso di centinaia di professionisti impegnati a proteggere le nostre vite.

In realtà, capire come si gestiscono scientificamente le fasi di un evento tellurico aiuta a mettere a fuoco una verità fondamentale: prendersela per la mancata previsione significa travisare il senso stesso della prevenzione.

Per cogliere i limiti della sismologia basta un rapido confronto con la meteorologia. Prevedere il tempo significa seguire masse d’aria e nuvole nell’atmosfera, monitorabili in tempo reale dai satelliti. I terremoti, invece, nascono a chilometri di profondità nella crosta terrestre, guidati da faglie complesse e da dinamiche di rottura caotiche. Ergo, allo stato attuale delle nostre conoscenze stabilire data, ora e minuto esatti di un sisma è fisicamente impossibile.

A questo proposito, spesso si ricorre a un paragone calzante con la cardiologia: pretendere che un sismologo indovini il momento preciso di una scossa è come esigere che un cardiologo indichi il secondo esatto in cui un paziente verrà colpito da un infarto. Eppure, anche senza poter prevedere l’attimo esatto, il medico sa valutare il rischio e prescrivere terapie o stili di vita salva-vita. I sismologi fanno esattamente la stessa cosa: non tirano a indovinare l’orario del sisma, ma analizzano la pericolosità del territorio e forniscono le basi per ridurre al minimo i danni quando la terra deciderà di rilasciare la sua energia.

Che cosa succederebbe se domani decidessimo di smettere di finanziare la ricerca sismologica? La risposta è scritta nelle nostre città. Se i nuovi edifici in zone ad alto rischio come la Sicilia o il Friuli sono progettati per reggere scosse violente senza crollare, è merito dei modelli fisici elaborati dagli scienziati sulle faglie attive. Senza la geofisica, l’urbanistica procederebbe alla cieca.

Il valore pratico della sismologia, d’altronde, non si vede solo nella pianificazione a lungo termine, ma si concretizza nei primissimi secondi successivi a una scossa. Oggi, pochi minuti dopo il terremoto avvertito nel Tirreno, la Sala Sismica dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) era già in grado di calcolare epicentro, profondità e magnitudo. Una rapidità che non serve a soddisfare una mera curiosità statistica, ma attiva subito la macchina dei soccorsi indirizzando le squadre nelle aree più vicine, permette di valutare il rischio tsunami per le coste e aziona sistemi di allarme precoce (“early warning”) capaci di bloccare i treni ad alta velocità – che però qui in Sicilia appartengono ancora al mondo dei sogni – o interrompere i flussi di gas, scongiurando fughe ed esplosioni.

Un discorso diverso, ma affine, vale per i vulcani. Quest’estate centinaia di passeggeri bloccati all’aeroporto di Catania per l’eruzione dell’Etna hanno inveito contro gli “inutili” vulcanologi, colpevoli di non saper dire con esattezza come e quando l’eruzione avrebbe avuto fine. Tuttavia, se i terremoti colpiscono all’improvviso, i vulcani in qualche modo “avvisano”: il monitoraggio condotto in zone come l’Etna, lo Stromboli o i Campi Flegrei traccia indicatori fisici e chimici ben precisi, come la frequenza dei tremori interni, le deformazioni del suolo rilevate via GPS e satelliti, e l’analisi dei gas emessi. Grazie a questi dati, in molte occasioni nel mondo si sono potute evacuare intere aree abitate prima di eruzioni catastrofiche.

Insomma, etichettare i sismologi come “inutili” significa evitare di assumersi responsabilità dirette sulla prevenzione, rifugiandosi nell’illusione di una spia d’allarme magica. Uscire da quest’attesa impossibile significa concentrarsi su ciò che dovremmo fare davvero: adeguare sismicamente il patrimonio edilizio, rendere regolari le esercitazioni di Protezione Civile nelle scuole e nei luoghi di lavoro, diffondere una vera “cultura del rischio”.

Viviamo in un Paese strutturalmente sismico, per cui i terremoti fanno purtroppo parte del nostro pane quotidiano. Tuttavia, se dopo una scossa di media magnitudo non registriamo tragedie peggiori, non è questione di fortuna: è la prova concreta che la geofisica ha fornito gli strumenti per difendersi.

La prossima volta che la terra tremerà (speriamo fra molto tempo), invece di chiederci perché nessuno lo avesse previsto, faremmo bene a rispondere alla domanda vera: noi, per la sicurezza dei luoghi in cui viviamo ogni giorno, abbiamo davvero fatto la nostra parte?  

MARIO PINTACUDA

23 ottobre 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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