Un inedito di mio padre: “Il melodramma a Genova dal 1772 al 1828”

“Il melodramma a Genova dal 1772 al 1828” è un saggio, rimasto purtroppo inedito, completato nel novembre 1973 da mio padre, il Maestro Salvatore Pintacuda, che fu per ventisei anni docente di Storia della Musica e bibliotecario al Conservatorio “Niccolò Paganini” di Genova.

Lo studio colmava un vuoto di mezzo secolo relativo appunto al periodo musicale genovese compreso fra il 1772 e il 1828, anno dell’apertura del Teatro Carlo Felice, e testimoniava un fervore musicale, un’attività lirica e concertistica, un fermento culturale, davvero sorprendenti e degni di non essere dimenticati. L’idea tradizionale, che riassume nel solo Paganini la grandezza musicale genovese di quel tempo, viene qui sistematicamente smentita.

Nella prefazione l’autore ricordava anzitutto la Tavola cronologica di tutti li drammi o sia opere in musica recitati alli teatri detti del Falcone e da S. Agostino; essa permetteva di ricostruire agevolmente la storia e le vicende melodrammatiche dei due teatri genovesi dal 1652 al 1771, documentando “un’intensa e ragguardevole attività lirica, certamente non inferiore a quella di molti altri centri musicali italiani”. Tale attività si era ulteriormente accresciuta nel periodo 1772-1828, “ma di questo secondo periodo nessuno si era mai occupato e nessuno aveva finora riferito compiutamente”; e questo a causa della mancanza di pubblicazioni successive alla Tavola, che elencassero le opere rappresentate a Genova o gli avvenimenti teatrali a partire dal 1772.

Conseguentemente, «era necessaria una paziente ed accurata esplorazione di documenti in archivi e biblioteche, una faticosa ricerca di notizie nei giornali dell’epoca e nella preziosa raccolta di manoscritti custoditi dalla biblioteca del Conservatorio “Paganini”, una lunga serie di indagini, poco agevoli e spesso infruttuose, su varie fonti d’informazioni».

In seguito a questa capillare indagine, mio padre era riuscito a realizzare uno studio molto documentato ed interessante: nel dattiloscritto, pagina dopo pagina, anno per anno, erano elencati gli spettacoli rappresentati, gli artisti impegnati in essi, i tantissimi compositori, ecc.; inoltre era collezionata una lunga serie di curiosità sulla messinscena, sugli aneddoti relativi alle rappresentazioni, su testimonianze di vita vissuta.

La materia era divisa in due parti: I) cronologia degli spettacoli; II) notizie storiche, documenti, indici ed elenchi alfabetici (per facilitare la ricerca di opere, balli, autori e interpreti citati nel volume).

Purtroppo di questi preziosi documenti storico-musicologici unico custode e fruitore sono io; infatti le istituzioni cittadine in quel momento non ritennero di dover sovvenzionare la pubblicazione dell’opera.

Mi limito qui a fornire a chi fosse interessata/o alla storia culturale, musicale e anche sociopolitica di Genova qualche input tratto dal volume inedito. Chi volesse sapere qualcosa in particolare, per ulteriori informazioni è pregato di contattarmi o qui o su Facebook.

Per comodità, suddivido questa specie di “trailer” in quattro paragrafi.

I) I TEATRI ATTIVI A GENOVA NEL PERIODO 1772-1828 E I LORO INCASSI

I teatri attivi a Genova in quel tempo erano ben nove: il Teatro “da S. Agostino”, il Falcone (dal 1825 Regio Teatro di Corte), il Teatro di S. Francesco in Albaro, il Teatro della Crosa Larga a San Pier d’Arena, il Teatro di Casa Brignole a Voltri, il Teatro di Sestri Ponente, il Teatro delle Vigne, il Campetto e l’Oratorio di S. Filippo Neri per le Azioni Sacre.

La platea e i palchi del Teatro da Sant’Agostino

Ma quanto poteva incassare annualmente uno di questi Teatri?

Nel periodo 1788-1790 i teatri di S. Agostino, del Falcone e delle Vigne avevano una gestione unica; erano finanziati da una giunta o società di cittadini genovesi (anche nobili come Spinola o Balbi), avente per amministratore e compartecipe un impresario, direttore dell’azienda.

Per fare qualche conteggio, nella primavera del 1788 si rappresentarono quattro opere buffe per un totale di ben 53 spettacoli. Il prezzo di abbonamento ai palchi era fissato in 80/150 lire genovesi (corrispondenti a 400/750 lire italiane). Le 53 rappresentazioni incassarono complessivamente 55.000 lire italiane, cui andavano aggiunti il ricavo della vendita degli abbonamenti e la “pigione” dei palchi, fino a un totale di 190.000 lire. Altri proventi derivavano dalla vendita dei “libri” (i libretti delle opere) e degli spartiti, da spettacoli di giochi, da “accademie” musicali (concerti solistici di violino o di oboe), persino da un “piccolo saltatore” (che guadagnò 25 lire con un’esibizione da circo).

Anche a quei tempi esisteva il “divismo”, l’ammirazione per i cantanti “di cartello”, tra i quali il primo posto spettava agli evirati, che cantavano da soprano: un tale Giovanni Rubinelli nella stagione d’opera seria del carnevale del 1790 percepì un onorario di 12.150 lire genovesi, mentre nella stessa stagione la primadonna Maria Marchetti Fantozzi (un nome che era tutto un programma) dovette accontentarsi di 4.725 lire locali.

Molto ammirati erano i “buffi” (come Luigi Rafanelli) e i tenori, come il celebre Giacomo David, “divo” della Scala, che ricevette 4.300 lire genovesi per un’opera seria.

Assai meno guadagnavano i maestri compositori: il napoletano Giuseppe Giordani ricevette 1.350 lire genovesi per una sua opera, mentre (nemo propheta in patria…) il genovese Gaetano Isola ne ebbe soltanto 350 per lo stesso incarico… Ancora meno spettava ai poeti: per sei mesi 37 lire!

Un po’ meglio (ma non tantissimo) erano retribuiti i solisti d’orchestra: un professore d’orchestra guadagnava per una stagione dalle 100 alle 200 lire, comunque molto meno di un ballerino (ad es. una coppia di “primi ballerini” aveva una paga di 1.550 lire). Il copista dello spartito riceveva 100 lire, il suggeritore 30 soldi a sera, le sarte teatrali 8 soldi al giorno. Nei teatri erano stipendiati inoltre il “lanternaro” e il “luminaro” (gli odierni addetti alle luci). Veniva inoltre garantito un servizio di “portatine” che prendevano e riportavano alle loro abitazioni i cantanti quando c’era maltempo, per non mettere a rischio la loro preziosa voce. Per le prove si affittavano delle economiche “spinette” (36 lire genovesi).

Interessante una citazione da un commentatore tedesco del tempo: «A Genova, lo spirito d’economia, proprio di quella Repubblica, domina anche negli spettacoli. Non bisogna aspettarsi di vedervi quelle opere splendide che si rappresentano anche in città molto più piccole. Se capita a Genova un cantante di qualche reputazione, ciò non può essere che d’estate, quando quasi tutti i teatri d’Italia sono chiusi e quindi si può avere uno spettacolo con minore spesa» (J. W. von Archenholtz, England und Italien, Lipsia 1785-88, lettera del 2 dicembre 1786).

II) UN ESEMPIO DI “SCHEDA” DI UNO SPETTACOLO

Allego un esempio di “scheda” (ce ne sono innumerevoli) di uno degli spettacoli di quel periodo; presenta il dramma giocoso “La capricciosa corretta”, su libretto del famoso Lorenzo da Ponte e musica del compositore valenciano Vicente Martin y Soler (1754-1806).

Sono elencati gli interpreti e sono specificati i titoli dei due “balli” che facevano da contorno allo spettacolo. Non manca una nota interessante (tratta da “I dogi di Genova” di Luigi Levati, 1816) in cui si descrive lo “scandalo” per questo spettacolo “rivoluzionario e antireligioso”, che però ottenne “indicibili applausi”.

III) EPISODI DI CRONACA POLITICA

Spesso la rassegna delle notizie sull’attività teatrale a Genova si intreccia con la cronaca politica.

a) Nel febbraio 1794, in un clima di simpatia per la rivoluzione francese, era forte il sentimento anti-inglese; il governo fu avvisato dalla polizia che nella prima pubblica festa di ballo al Teatro S. Agostino ci sarebbero state delle dimostrazioni anti-inglesi. Furono allora proibite le feste da ballo in maschera e furono mandati dei soldati agli spettacoli.

Tuttavia alla prima festa da ballo il 5 febbraio scoppiò un putiferio: «Appena cominciarono i suonatori a suonare la Contradanza inglese si sentirono dei forti e generali clamori e zuffoli, e alcune voci che dissero: zitto, zitto; e questo non solo dalla Platea ma anche dai Palchi. Finalmente i suonatori intrapresero a suonare una Contradanza genovese e allora si sentì un continuo evviva. E si videro alcune persone, che scesero dai propri palchi e intrapresero a ballare la contradanza; dopo di ciò s’intesero alcune voci, le quali gridarono la Carmagnola [famoso canto della rivoluzione francese]; la quale essendo stata suonata, si sentì ad alta voce Evviva la Carmagnola, e per primo cominciò a ballare la contradanza il Segretario di Monsù Tilly con altri Francesi, e si seguitò a fare lo stesso per gran parte della festa. Il signor Tilly girava la Platea, e godeva della festa con molta allegria».

Dopo ulteriori gazzarre nei giorni successivi, il 10 febbraio il governo proibì le feste da ballo a teatro.

b) Molto meno “politica” fu nell’agosto del 1794 la gazzarra, scoppiata al Teatro S. Agostino, fra “due grossi partiti per due ballerine” (la Acerbi e la Del Moro); come scrive il cronista dell’epoca, i sostenitori delle due artiste si accalorarono “come se nessun’altra questione ci fosse al mondo”.

Le risse (“le botte di bastone”) furono tali che il governo mandò 40 guardie per garantire l’ordine nel teatro; si decretava inoltre di “tradurre al Ponte Reale chiunque facesse urli e fischi”.

c) Non minore vespaio nacque nell’agosto 1795 dalla decisione del Senato genovese di proibire alle donne di assistere nella Platea alle rappresentazioni teatrali. Ne derivò un universale “mugugno” e fioccarono le proteste.

In un biglietto dell’epoca si legge: «Un tal decreto vieta a più centinaia di famiglie, Genovesi e Forestiere, di poter dare alle loro famiglie un onesto divertimento. […] Nelle Platee non vi sono successi mai scandali, né vi possono succedere perché è troppo esposta agli occhi del mondo tutto. Si levi di mezzo un Decreto ingiurioso alle Donne, ingiusto al Pubblico e che può far nascere dei forti disordini».

Un altro cittadino aggiungeva: «Quando mai s’è inteso il benché minimo scandalo per l’ingresso delle Donne in Platea? Non sarebbe follia il solo dubitarne? Si chiudano dunque i sacri Templi, perché anche in questi per la promiscuità dei sessi può talora seguire un qualche disordine».

In seguito al coro unanime di dissensi, l’anno dopo il Minor Consiglio approvò l’abolizione dell’ordine del Senato; ma il 16 dicembre 1796 il provvedimento fu riproposto e fu confermata la proibizione alle Donne (scriviamolo anche noi maiuscolo per solidarietà…) di andare in platea.

IV) ALCUNE “LOCANDINE”

a) La prima “locandina” d’epoca annuncia, in occasione del Carnevale 1796, la rappresentazione del “dramma per musica” intitolato “Enea, e Lavinia” (con tanto di virgola pleonastica). La musica era di Pietro Alessandro Guglielmi.

Lo spettacolo comprendeva pure due balli, composti e diretti da Luigi Dupen (che era anche il primo ballerino) su musica di Giovanni Scannavino: un ballo serio intitolato “La distruzione di Aquileia” e un secondo ballo comico dal titolo “La Nina pazza per amore”.

b) Il secondo Avviso pubblicizza la rappresentazione (avvenuta poi il 12 giugno 1811) del melodramma giocoso “I seicento mila franchi” (musica di Giuseppe Farinelli e testo di Giuseppe Foppa), con un interprete allora assai stimato (il “primo buffo comico” Francesco Lombardi).

III) Il terzo Avviso preannuncia una serata (giovedì 27 giugno 1811) “a benefizio dei Grotteschi”, un gruppo musicale del tempo.

Molto colorita la parte conclusiva di quest’ultimo avviso, che mirava ad esortare gli spettatori a essere… munifici (non c’era un biglietto d’ingresso, essendo appunto una serata “di beneficenza” e di supporto ai musicanti): «Vogliate, o PUBBLICO umanissimo, accettare con benignità quel poco, che in tale incontro detti Grotteschi umilmente vi offeriscono. Vogliate pure esercitare anche a loro vantaggio i tratti di quella beneficenza, che forma una parte dei vostri pregi, mentre faranno Essi tutti gli sforzi possibili, onde secondare gl’impulsi della sincera gratitudine, e del profondo rispetto, che nei loro cuori porteranno per Voi indelebilmente scolpiti».

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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