Ricordo del Preside Elio Carlotti

Sette anni fa, il 7 luglio 2014, moriva all’età di 88 anni il Preside Elio Carlotti; come lo definì Giuseppe Savagnone in un bell’articolo sul “Giornale di Sicilia”, era stato “l’ultimo Preside prima che iniziasse l’era dei manager”. Siccome anche io ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere il Preside sia al “Garibaldi” sia al “Meli” (dove fui anche suo collaboratore) mi sembra doveroso ricordarne la figura, soprattutto per le nuove generazioni che non lo hanno potuto conoscere.

Elio Carlotti

Mi affido anzitutto, per queste note rievocative, al già ricordato articolo del prof. Savagnone, scritto a un mese dalla scomparsa di Carlotti: la commemorazione di un grande uomo di scuola da parte di un altro grande uomo di scuola mi sembra la fonte migliore che si possa auspicare (e molti potranno notare, fra le righe, alcune note sferzanti sulla scuola di oggi che credo siano ancora oggi attualissime).

Anzitutto Savagnone ricorda come aveva conosciuto Carlotti: «Avevo conosciuto Elio Carlotti come professore di latino e greco al liceo Garibaldi, quando ero studente, all’inizio degli anni Sessanta. Non era mio insegnante, ma in una scuola si sa sempre chi sono i docenti seri e preparati (solo lo Stato non riesce a distinguerli dagli altri e li ammucchia tutti in un unico anonimato). Carlotti era unanimemente considerato uno di questi. […] Lo incontrai di nuovo, questa volta come preside, al liceo classico di Partinico, quando vi andai a insegnare, giovane professore di Storia e Filosofia, nel 1974».

Savagnone rievoca poi un episodio per lui indimenticabile: in attesa di un collegio docenti pomeridiano, il Preside lo aveva invitato (con i suoi soliti modi austeri e laconici) a fare uno spuntino con lui: «Sembrerà strano, ma, quando penso al preside Carlotti, non posso fare a meno di ricordare innanzitutto quel lontano giorno di primavera in cui ci ritrovammo a mangiare insieme, su un prato nei pressi della scuola, pane e formaggio, conversando come vecchi amici, accomunati da una passione che entrambi condividevamo e che era – questo sembrerà, oggi soprattutto, ancora più strano – la scuola. Perché Carlotti era fondamentalmente, per usare un’espressione desueta, “un uomo di scuola”. Non so come l’avesse vissuta da docente. Ma sono testimone di come ha svolto la sua funzione di preside sia lì, a Partinico, sia, poi, al liceo Umberto, dove ci incontrammo di nuovo molti anni dopo. Dava l’impressione – stupefacente, in un ambiente, come quello scolastico, dove abbondano i “tiepidi” e non sono rari gli “imboscati” – di credere fino in fondo al significato del suo lavoro e di essere totalmente dedito ad esso».

Savagnone prosegue con un efficace ritratto del singolare “stakanovismo” di Carlotti: «Arrivava a scuola prima di tutti e ne usciva per ultimo. A volte tornava nel suo ufficio di pomeriggio e non era infrequente, passando la sera, vedere le finestre della presidenza ancora illuminate. Non era facile che qualcosa gli sfuggisse: controllava attentamente, col suo sguardo acuto e indagatore, anche i minimi aspetti della vita scolastica, di cui si sentiva sempre direttamente responsabile. Molti presidi, a quel tempo, delegavano buona parte delle loro funzioni ai collaboratori. Lui no».

Interrompo qui per la prima volta la bella rievocazione del mio insigne collega, per aggiungere in proposito una mia testimonianza personale.

All’inizio degli anni Novanta, al “Meli”, nel mese di agosto dovevo sostituire per due settimane il Preside in qualità di suo collaboratore, nel periodo in cui lui sarebbe dovuto andare in ferie. “Sarebbe dovuto”, perché in realtà le cose andarono diversamente. Il 1° agosto alle 8 mi presentai a scuola per assumere le mie funzioni… e ci trovai Carlotti. Lui mi chiese: «Lei che ci fa qui?». E io, benché sorpreso, gli risposi sorridendo: «Veramente dovrei essere io a chiederle cosa ci fa qui lei…». Lui mi disse allora: «Se ne vada a casa, ci sono io»; ma io ovviamente restai al mio posto e sostituii per due settimane il Preside… standogli accanto.

Insomma, per lui le ferie consistevano solo nel fatto che da scuola se ne andava un po’ prima, verso le 13, e che stava con la giacca sulle spalle anziché indossata come sempre (non riteneva dignitoso, nonostante il caldo, di farsi trovare con una camicia con le maniche corte)…

La rievocazione di Savagnone continua così: «(Carlotti) ricordava i nomi dei ragazzi, le classi e le sezioni a cui appartenevano, le eventuali vicende disciplinari che li riguardassero. Soffriva sinceramente quando le cose non andavano come sperava. A volte tutto questo poteva anche risultare opprimente per chi lavorava con lui. A molti capi d’istituto, allora come oggi, si può addebitare di non essere abbastanza presenti. Il difetto di Carlotti forse era di esserlo troppo. Non si concedeva pause. E chiedeva anche ai suoi professori – non sempre nel modo più diplomatico – di dare il massimo».

Interrompo di nuovo l’articolista per confermare le sue affermazioni.

Carlotti era “scomodo” proprio perché onnipresente, accentratore, a volte rude nei modi (pur nella rigida e signorile cortesia che lo contraddistingueva). Per lui non esistevano “eccezioni”, accomodamenti, compromessi; ed è facile capire come, in un mondo abituato a tutto il contrario (e anzi non era ancora il mondo di oggi…), la figura intimidatoria del Preside destasse più di un fastidio. Eppure, essendogli stato accanto per almeno due anni pressoché quotidianamente, posso testimoniare che stare accanto a lui è stato per me una vera Scuola di professionalità, di onestà, di correttezza assoluta e – anche – di una profonda umanità che a torto gli veniva negata da chi non lo conosceva o da chi era imbarazzato dall’impietoso confronto con la sua rigida intransigenza e con la sua cristallina onestà.

Non a caso Savagnone annotava, ottimamente: «La rigidezza di Carlotti era stemperata da una innata signorilità, che andava ben oltre il semplice codice deontologico». Ecco quindi il severissimo Preside che soccorre una collega rimasta in panne sulla strada per Partinico, comportandosi da quel gentleman all’antica che era; ed ecco anche il suo costante dialogo con i ragazzi, che – continua Savagnone – «si rivolgevano a lui per i loro problemi, anche personali, senza passare attraverso la mediazione dei docenti e delle carte. Della sua esperienza di insegnante gli era rimasto il gusto delle relazioni tra persone. La presidenza, che in tanti istituti rimaneva (e talora ancora rimane) inaccessibile ai «non addetti ai lavori», con lui era sempre aperta a tutti».

Il fatto è che Carlotti viveva di scuola, amava la scuola, si identificava con essa. Come scrive Savagnone, «non era un burocrate, perché rimaneva innanzitutto un uomo di cultura e un educatore. Era il solo capo d’istituto che io abbia mai conosciuto che, in caso di assenza di un docente, era capacissimo di entrare in classe per supplire personalmente e di fare lezione, di qualunque disciplina si trattasse, con competenza ed efficacia didattica. “Dove siete arrivati col programma?” chiedeva. E da quel punto continuava a spiegare, non solo nelle discipline di cui era specialista – il latino e il greco – ma in matematica, in filosofia, in italiano…».

Ricordo benissimo che l’incubo di tanti miei colleghi ritardatari cronici era quello di trovarsi in classe il Preside intento a fare lezione al loro posto; e molti non gli hanno perdonato l’imbarazzo che provocava in loro quella situazione che evidenziava impietosamente la loro mancanza…

Savagnone concludeva il suo articolo con riflessioni che, a distanza di sette anni, mi sembrano ancora perfettamente condivisibili: «La figura del preside è stata sostituita, ormai, da quella del dirigente scolastico, un manager, più intento a cercare soldi per realizzare i progetti (o, più raramente, a cercare progetti per investire i soldi) che non a curarsi della qualità culturale ed educativa dell’attività scolastica. Carlotti è stato forse l’ultimo preside, prima che una logica diversa imponesse (anche a persone valide e sinceramente interessate alla scuola) di assumere un ruolo inesorabilmente segnato dal primato delle carte e dei bilanci. Non ho voluto farne un ritratto edificante. Da quanto precede traspaiono anche i suoi limiti. E chi scrive ha avuto con lui, accanto ai momenti di sintonia, conflitti ai aspri. Come avviene tra persone che sono accomunate dalla stessa passione. Ma non posso fare a meno di pensare che con lui è scomparso l’ultimo testimone di un modo di intendere la scuola che è stato anche il mio e in cui la società – e forse anche la scuola stessa – stentano ormai a riconoscersi».

Anche il caro collega Roberto Picone scrisse sul “Giornale di Sicilia” del 10.07.2014 alcune significative righe che commemoravano Elio Carlotti: «Trovatemelo oggi, un Preside così. Era duro, a volte aggressivo, mai incline al compromesso o ai favoritismi (quante volte lo accusarono proprio di avere i suoi protetti, dimenticando che i cosiddetti nemici erano stati i suoi primi amici!). Ma era anche tenero e generoso con chi faceva sino in fondo il suo dovere, pronto a consigliare, a sostenere, ad aiutare. Non trattava le persone a seconda della tessera di partito o ideologia (eppure lui aveva le sue ide di cattolico all’antica, ben radicate), ma per senso del dovere, per impegno reale, per generosità. Sognava di poter realizzare una scuola al limite della perfezione non per averne lustro personale, ma per fare bene e fino in fondo tutto quel che riteneva andasse fatto. Non è un caso se lo hanno amato di più i bidelli e gli studenti che non i colleghi. Da lui non dovevi aspettarti la pugnalata alle spalle: anzi, a volte era fin troppo “pubblico” nel richiamare duramente chi non faceva il proprio dovere o mascherava i propri limiti con parole altisonanti ma false. Se da una classe provenivano schiamazzi, entrava senza bussare e riprendeva il docente davanti agli alunni: c’è qualcosa di più politicamente scorretto? Ma a lui non interessava altro che il buon andamento della scuola: sapeva giudicare tutti i docenti prima come persone, poi come tecnici della disciplina».

Un’assemblea al Liceo Garibaldi, 1990 – A destra il Preside Elio Carlotti

Vorrei concludere con qualche ulteriore notizia e con qualche altro ricordo personale.

L’articolo del giornale “L’Ora” in data 22.02.1990

Il 22 febbraio 1990 il giornale “L’Ora” pubblicò la seguente notizia: «Preside si barrica – Salta l’occupazione». Che era successo? Semplice: Carlotti, allora Preside del “Garibaldi”, aveva subodorato un’imminente occupazione studentesca dell’istituto; quindi fra le 12 e le 13, poco dopo la fine dell’assemblea studentesca che aveva votato l’occupazione (con 552 voti favorevoli e 327 contrari), il Preside «ha deciso di giocare d’anticipo e di occuparla lui, la scuola. In fretta, prima che un corteo di studenti invadesse aule e corridoi, si è armato di catena e lucchetto ed ha sigillato il cancello d’ingresso. Come su un vascello che affonda, è rimasto dentro l’istituto vuoto». Scornati dall’occupazione “preventiva” del Preside, gli studenti ripiegarono sull’occupazione della succursale di via Toselli.

Intervistato dai giornalisti, Carlotti dichiarò: «Non potevo accettare il colpo di mano dei ragazzi. Forse mi sarei comportato diversamente se l’occupazione fosse partita dalle persone che già si trovavano tra le pareti dell’istituto. Con il corteo proveniente dall’esterno, mi è sembrato però di assistere ad una sorta di presa della Bastiglia e io, come capo d’istituto, non me la sono sentita di concedere tranquillamente le chiavi a chi le chiedeva. D’altronde mi sono nettamente rifiutato di chiamare la Digos, come mi era stato proposto. E non ho neppure scelto la resistenza ad oltranza». Infatti quando lo raggiunsi poche ore dopo, mi disse che l’indomani avrebbe ammainato bandiera bianca; e in quell’occasione sfogò insolitamente con me, a quattr’occhi, la sua amarezza: per lui che la considerava sacra, quella “profanazione” della “sua” scuola era un dolore profondo. Mi disse allora: «Secondo lei che cosa è secondo natura, andare a scuola o andare a spasso?»; ma prima ancora che replicassi, aggiunse subito: «Ma se vivessimo secondo natura saremmo bestie e non uomini».

Stare accanto a lui è stato per me, oltre che un esempio di alta professionalità, un continuo insegnamento di organizzazione (gli scrutini organizzati da lui, e svolti tutti in sua presenza, non si inceppavano mai nei rituali contrasti masochistici fra colleghi e nelle discussioni eteree sul nulla) e un modello di signorilità, lontano da ogni ipocrisia, da tutti i fronzoli, da tutte le vane ipocrisie di rito. Carlotti poteva essere ammirato o odiato per la sua granitica coerenza a tutti i costi: ma nessuno poté mai mettere in dubbio la sua onestà e la sua dedizione assoluta alla Scuola (con la S maiuscola); e io potrei aggiungere che sono poche le persone che ho stimato quanto lui nella mia vita.

Un ultimo ricordo: una volta, quando non era più mio preside, lo incontrai in autobus; aggrappati alle maniglie, in piedi, fu cordiale e sorridente con me come forse non era stato mai. Eravamo sempre stati molto sobri nei nostri colloqui: andavamo al sodo, non divagavamo, ci concedevamo al massimo qualche battutina fulminante di cui sorridevamo per un nanosecondo facendoci un cenno d’intesa. Mentre eravamo sballottati in quel bus, a un tratto mi chiese se mi fossi convinto (come tante volte mi aveva suggerito) a fare il concorso a preside; e io gli risposi che mi occupavo di altro (avevo iniziato ormai la mia attività nel settore dei libri di testo scolastici) e che comunque non mi sentivo adatto al ruolo di preside, che aveva ormai preso una piega del tutto diversa…

Ci fu un lampo di malinconia nei suoi occhi e mi disse: «Peccato; ma forse ha ragione lei». E subito mi strinse la mano un po’ più a lungo del solito; dopo, scese alla sua fermata. Fu l’ultima volta che lo vidi.

E, nel ricordare oggi la figura di Elio Carlotti, valgono anche per me le belle parole conclusive scritte su di lui da Roberto Picone: «Di una cosa sono sicuro: onestà, competenza, senso della giustizia, disinteresse personale, dedizione assoluta ne facevano una persona unica, la cui perdita segna un ulteriore impoverimento della cultura e della scuola palermitana. E per chi, come me, da lui ha imparato tanto, e gli ha voluto bene, credo ricambiato, il senso della mancanza durerà molto, molto a lungo».

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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