“Il mistero di Alcesti” di Marguerite Yourcenar

Marguerite Yourcenar (1903-1987), una delle maggiori scrittrici francesi del Novecento, nel suo atto unico Il mistero di Alcesti (scritto nel 1942 ma pubblicato soltanto nel 1963) si ispira al modello euripideo, modificandone l’ambientazione, che diviene “una grande dimora rustica”; parallelamente, Admeto da re diventa proprietario di una fattoria. Il mito dunque si imborghesisce e assume rilievo la componente bucolica. La morte della donna trova poi motivazione in una maledizione che incombe sui re della Tessaglia.

Marguerite Yourcenar

La scrittrice analizza soprattutto il rapporto problematico tra i due sposi, caratterizzato da incomprensioni e tensioni; infatti “si immagina che nel lungo lasso di tempo, col progredire della mortale malattia, la pur innamorata Alcesti abbia anche lentamente maturato un naturale risentimento contro Admeto, come spesso accade nelle scelte troppo impegnate che si fanno per gli altri e che non si vedono adeguatamente ripagate dalla gratitudine e dall’affetto” (M. P. Pattoni, Alcesti – Variazioni sul mito, Venezia 2006, p. 34). Admeto è descritto come un marito distratto e lontano, caratterizzato da atteggiamenti mistici ed estetici che sono in sintonia con il suo dio preferito, Apollo. Alcesti dunque muore anche per farsi notare, per costringere lo sposo “a un minuto d’attenzione”. Eracle è presentato come un mendicante rozzo, ma cavalleresco e generoso, pronto ad accorrere in difesa dei deboli; egli sconfigge la morte (che ha le sembianze del “capo mietitore” Basilio, che ha una carnagione scura e la falce in pugno) soffocando in sé la paura, da cui l’avversaria trae forza e vigore. Ma il problema maggiore di Eracle è convincere Alcesti a tornare alla vita; infatti la donna dapprima si rifiuta e sembra desiderare solo di annullarsi eternamente nella morte: “Fa bene il freddo della notte… Fa bene non dover più sollevare il proprio corpo tanto pesante. […] Fa bene non dover più opporre il proprio calore umano al freddo del marmo, marmo noi stessi” (scena XV).

La situazione si sblocca perché, a differenza di Euripide, che fa esternare al vedovo le sue riflessioni dopo le esequie della moglie, la Yourcenar fa sì che Alcesti oda il discorso del marito; di fronte alle sue parole ricche di sentimento e affetto, rompe il suo silenzio e parla. I due sposi allora si ritrovano e si raccontano le loro vicende come se le avessero vissute in sogno: “sostituendo a thanatos il suo più mite fratello hypnos, il finale è dunque reso assai più catartico che in Euripide, con il risultato che la resurrezione dalla morte viene riletta attraverso la metafora del risveglio dopo il sonno” (M. P. Pattoni, op.cit., pp. 40-41).

Presento qui di seguito la scena finale della pièce: Ercole ha riportato Alcesti, cui ha dato il suo cappotto per coprirsi il viso; Admeto, senza sapere di essere ascoltato, ha pronunciato un monologo disperato commemorando l’amata sposa defunta; lei a questo punto, commossa, stava per rivelarsi a lui; è stata però fermata da Eracle, che ha rivolto ad Admeto l’invito a tenere con sé la donna misteriosa. Arriva la serva Giorgina, che promette di accudire la “viandante”; Ercole invita Admeto a prenderla per mano e lui obbedisce “con ripugnanza”. A questo punto il semidio toglie il cappotto che copre la sconosciuta, che viene riconosciuta da Admeto. I due sposi dialogano affettuosamente, mentre Giorgina benedice Ercole chiamandolo “figlio di Dio”; lui però la esorta ad evitare le “parole grosse” e riprende il suo cammino.

SCENA XVII – Alcesti, Ercole, Admeto, Giorgina

Luce piena. Giorgina compare sulla soglia.

GIORGINA Signora! Signor Ercole! .

ERCOLE Shhh, Giorgina! Sto cercando di convincere il tuo padrone ad accogliere questa viandante, questa donna perduta. Ma è senza pietà. La disgrazia rende idioti. Non capisce neppure di cosa si parla.

GIORGINA Mi occuperò io di lei, signore. Vieni, cara donna.

ERCOLE No. Chi mi dice che lui, dopo la mia partenza, non scaccerà questa sventurata? Chi mi assicura che non la lascerà morire?… Admeto, prendi per mano la mia amica. Giura di proteggere la sua fragilità.

ADMETO Tutte queste smancerie sono proprio necessarie? Giovane donna…

ERCOLE I tuoi insulti l’hanno spaventata. Piange, sotto il suo velo.

ADMETO (prende con ripugnanza la mano di Alcesti). Colui che ti parla, ragazza, senza volerlo ha fatto soffrire qualcuno, non ha potuto impedire che qualcuno morisse. Vuole provare a non commettere mai più gli stessi errori. Non devi temere nulla da lui, fragile creatura che, come la mia morta, appartieni alla grande famiglia delle donne. Sistemati pure tranquillamente tra coloro che furono le sue serve.

ERCOLE Non basta. Guardala in faccia, giovane Admeto! Restituiscimi il mio cappotto, resuscitata!

ADMETO (indietreggiando d’un passo). Quella mano affusolata… E questi occhi… Tu… Oh, Ercole, è un fantasma?

ERCOLE Mi prendi per un negromante, ospite mio? La donna che ti riporto è viva.

ALCESTI Perché piangi, Admeto? Tu lo sai che non rimango mai troppo a lungo lontano da te.

ADMETO Ho dormito a occhi aperti in una notte di incubi. Tu dov’eri?

ALCESTI Avevo sonno… Mi ero assopita in giardino.

ADMETO Hai il vestito macchiato di fango sulla schiena… Aspetta… Ti tolgo una formica che s’è smarrita tra i tuoi capelli.

ALCESTI Ho dormito sulla nuda terra… Mi ero perduta… Il nostro bosco di cipressi mi pareva

più grande del solito… Quest’uomo coraggioso mi ha ricondotta qui… È una specie di guardaboschi.

ADMETO Lo conosco. È un po’ rozzo… Durante il cammino avrà di sicuro cercato di stringerti a sé, con la scusa di sorreggerti. Non ti ha detto nulla di offensivo?

ALCESTI Si è comportato benissimo, Admeto… Abbiamo parlato di te tutto il tempo.

ADMETO Il sole ormai alto mi restituisce a poco a poco la tua fronte bianchissima, il tuo collo appena abbronzato, là dove il cappello di paglia non arriva a proteggerlo, le tue guance d’un pallido rosa, e persino questo piccolo segno nell’incavo delle spalle… Alza ancora un po’ la tua fiamma, o sole… Dio, tu non sei mai così bello come su un volto umano… Fiore intirizzito di rugiada, tremi? Vieni a stenderti al sole sotto il portico, vieni ad asciugarti i capelli. È ancora presto per la colazione del mattino… Tra le mie mani riscalderò i tuoi piedi nudi.

Esce con Alcesti

GIORGINA (inginocchiandosi). Tu scacci i demoni, rimandi la Morte al suo posto! Che tu sia

benedetto, figlio di Dio…

ERCOLE Niente parole grosse, Giorgina… La tua padrona ha già raccontato com’è andata.

GIORGINA È stato difficile? Più difficile di quanto tu credessi? Sei invecchiato.

ERCOLE Sì, ho corso pericoli che non mi aspettavo.

GIORGINA Vuoi una scodella di latte caldo? Vuoi del vino? Aspetta, ti metto una pagnotta nello

zaino da soldato.

ERCOLE No, Giorgina, ho fretta; il convoglio mi aspetta a Volos per partire. Al mio ritorno farò forse questa strada che porta alla casa di mio padre. Ah! E dì alla piccola Filli di essere un po’ più gentile, la prossima volta.

(traduzione dal francese di Luca Coppola e Giancarlo Prati)

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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