L’Iliade rivisitata da Alessandro Baricco

Fra le pubblicazioni di Alessandro Baricco, ha suscitato molte discussioni “Omero, Iliade” (edito da Feltrinelli nel 2004). Il libro nasceva da un grande progetto di rilettura del poema omerico destinato alla scena teatrale (progetto realizzato nel settembre dello stesso 2004).

Alessandro Baricco

L’autore, con la consulenza della traduttrice Maria Grazia Ciani, ha “riscritto” l’Iliade articolandola in 24 monologhi + 1, pronunciati da altrettanti personaggi del poema e da un aedo che racconta, al termine del libro, l’assedio e la caduta di Troia (estranei all’argomento dell’Iliade omerica).

Come precisa nella premessa al libro, Baricco ha praticato dei tagli “per ricondurre la lettura a una durata compatibile con la pazienza di un pubblico moderno”; in particolare ha tolto “le ripetizioni, che nell’Iliade sono numerose” (p. 7) (con buona pace, s’intende, della tecnica “formulare” omerica…).  

Inoltre nella sua rilettura lo scrittore ha eliminato le figure degli dèi, puntando esclusivamente sui personaggi “umani”; egli giustifica così la sua scelta: “Le apparizioni degli dèi… sono forse le parti più estranee alla sensibilità moderna, e sovente spezzano la narrazione, disperdendo una velocità che, invece, avrebbe dell’eccezionale. Non le avrei comunque tolte se fossi stato convinto che erano necessarie. Ma – per quanto sia brutto dirlo – non lo sono” (p. 8). Questa decisione dell’autore è stata contestata da parte della critica, che ha ritenuto che in questo modo venisse alquanto snaturato l’intero mondo omerico.

A livello stilistico la traduzione della Ciani, utilizzata come base di partenza da Baricco, è senz’altro molto moderna e viva; in più l’autore ha eliminato “tutti gli spigoli arcaici che allontanano dal cuore delle cose” (p. 8).

L’intervento più eclatante è però, come si è già accennato, la riscrittura “in soggettiva”: “ho scelto una serie di personaggi dell’Iliade e ho fatto loro raccontare la storia, sostituendoli al narratore esterno omerico” (p. 9). Sicché “i personaggi omerici sono chiamati in scena – gli dèi lasciati sullo sfondo – a raccontare, con voce vicinissima alla nostra, la loro storia di passioni e di sangue, la loro grande guerra, la loro grande avventura” (dalla terza pagina di copertina).

Ci sono anche pochissime aggiunte al testo omerico, evidenziate in corsivo: il caso principale è il monologo conclusivo assegnato all’aedo Demodoco, in cui viene narrata la caduta di Troia. Baricco ha dunque dichiaratamente attinto anche all’Odissea e alle Iliadi apocrife che fin dall’antichità hanno affiancato il testo omerico.

Nel complesso, l’operazione consiste in una forte attualizzazione dell’antico testo epico, che viene profondamente innovato e ripensato.

Per chiarire meglio l’impostazione del libro, ecco un breve esempio tratto dal primo monologo, messo in bocca a Criseide ed ispirato alle vicende del I libro dell’Iliade: “Tutto iniziò in un giorno di violenza. Erano nove anni che gli Achei assediavano Troia: spesso avevano bisogno di viveri o animali o donne, e allora lasciavano l’assedio e andavano a procurarsi quel che volevano saccheggiando le città vicine. Quel giorno toccò a Tebe, la mia città. Ci presero tutto e se lo portarono alle loro navi. Fra le donne che rapirono c’ero anch’io. Ero bella: quando, nel loro accampamento, i principi achei si divisero il bottino, Agamennone mi vide e mi volle per sé. Era il re dei re, e il capo di tutti gli Achei: mi portò nella sua tenda, e nel suo letto. Aveva una moglie, in patria, si chiamava Clitemnestra. Lui l’amava. Quel giorno mi vide, e mi volle per sé” (p. 13).

Alla fine del monologo, Criseide – ormai restituita al padre – commenta con una punta di rimpianto la sua sorte (si tratta di una delle “aggiunte” di Baricco, evidenziate dall’uso del corsivo): “Potete immaginare cosa fu, poi, la mia vita? Ogni tanto sogno di polvere, armi, ricchezze e giovani eroi. È sempre lo stesso posto, in riva al mare. C’è odore di sangue e di uomini. Io vivo lì, e il re dei re butta al vento la sua vita e la sua gente, per me: per la mia bellezza e la mia grazia. Quando mi sveglio c’è mio padre, al mio fianco. Mi accarezza e mi dice: è tutto finito, figlia mia. Dormi. È tutto finito” (p. 18).

L’operazione di Baricco, come si è detto, è stata fortemente discussa dalla critica; in proposito, riportiamo alcune osservazioni tratte da una recensione di Franco Montanari, che in particolare si sofferma sulla suddetta eliminazione degli dèi:

«Riscrivere l’Iliade senza gli dèi non funziona, non con quella Iliade: allora bisogna rifare. All’avvio dell’azione c’è la pestilenza inviata da Apollo per l’offesa recata al sacerdote Crise. Eliminato Apollo, resta solo che “molte frecce uccisero uomini e animali”: ma da chi e perché vengono scagliate queste frecce? L’indovino Calcante afferma: “Il dolore è caduto su di noi” e per risolvere il problema bisogna restituire Criseide al padre. Insomma lo scontro fra Achille e Agamennone, l’ira dell’eroe e la sconfitta degli Achei sarebbero conseguenza di un “dolore caduto su di noi” per molte frecce mortifere (?). Restituita Criseide, spariscono il dolore e le frecce mortali. Non è un’osservazione da realismo di bassa lega: il racconto non funziona al suo interno, l’espunzione degli dèi gli ha sottratto un meccanismo fondamentale, così il motore dell’azione resta in aria e l’ossatura laica traballa”.

Inoltre, secondo Montanari, «un altro aspetto in cui viene fuori l’ambiguità fra il libero traditore e l’azzardato esegeta è quello dei complementi al testo. Baricco dice che sono in corsivo perché il restauro si veda e non ci siano equivoci, a parte il finale che è posto come ultimo capitolo della vicenda: il monologo di Demodoco, preso dall’ Odissea, che racconta la caduta di Troia. In verità l’Iliade non vuole affatto raccontare tutta la storia (lo spiega Aristotele nella Poetica) e neppure la fine della guerra, peraltro ben nota al pubblico».

In definitiva, come osserva il recensore, «le debolezze del libro non derivano dal tradimento creativo operato dall’autore, bensì da un residuo di equivoco con un ruolo di interprete che rischia di trascinare l’autore su strade poco felici. Per tradire bene, bisogna farlo fino in fondo, senza far credere di spiegare il vero Omero: riscrivere resta un concetto ambiguo e pericoloso, sia per l’autore che per l’interprete. Ma Omero ringrazia per un’altra pietra del suo eterno piedistallo» (F. Montanari, recensione a Omero, Iliade sul periodico L’Indice).

Di fronte alle critiche ricevute anche da Pietro Citati e da Giulio Ferroni, Baricco il 1° marzo 2006 pubblicò un articolo sulla “Repubblica”, in cui replicava piuttosto astiosamente ai suoi critici, proponendosi come alfiere della “modernità”: «Vi fa schifo che uno adatti l’Iliade per una lettura pubblica e lo faccia in quel modo? Forse è il caso di dirlo in maniera un po’ più argomentata e profonda, chissà se ci scappi una riflessione utile sul nostro rapporto con il passato, chissà che non vi balugini l’idea che una nuova civiltà sta arrivando, in cui l’uso del passato non avrà niente a che fare con il vostro collezionismo raffinato e inutile… Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo?”.

Il tema fondamentale dei monologhi dei personaggi di Baricco è la guerra, esaminata nelle sue più varie connotazioni; ora, nel volume risulta particolarmente interessante e stimolante la postilla o “postfazione” del libro, che presenta un breve “saggio sulla guerra”; infatti, come osserva l’autore stesso, «sono anni di guerra. E per quanto “guerra” continui a sembrarmi un termine sbagliato per definire cosa sta accadendo nel mondo (un termine di comodo, direi), certo sono anni in cui una certa orgogliosa barbarie, per millenni collegata all’esperienza della guerra, è ridivenuta esperienza quotidiana. Battaglie, assassinii, violenze, torture, decapitazioni, tradimenti. Eroismi, armi, piani strategici, volontari, ultimatum, proclami. Da qualche profondità che credevamo più sigillata, è tornato a galla tutto l’atroce e luminoso armamentario che è stato per tempo immemorabile il corredo di un’umanità combattente» (p. 157).

Proprio dalla postfazione è tratto il brano che qui proponiamo alla riflessione, dato che presenta una tesi molto “provocatoria” ed ardita, quella per cui all’amore millenario dell’uomo per la “bellezza della guerra” si potrà porre fine soltanto se si riusciranno a creare dei valori fortemente alternativi ad essa, con la ricerca di “un’altra bellezza” (“solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica strada verso una pace vera”):

«La malcelata fierezza maschile cui, in Occidente come nel mondo islamico, si sono accompagnate le ultime esibizioni belliche, lascia riconoscere un istinto che lo shock delle guerre novecentesche non ha evidentemente sopito. L’Iliade raccontava questo sistema di pensiero e questo modo di sentire, raccogliendolo in un segno sintetico e perfetto: la bellezza. La bellezza della guerra – di ogni suo singolo particolare – dice la sua centralità nell’esperienza umana: tramanda l’idea che altro non c’è, nell’esperienza umana, per esistere veramente. Quel che forse suggerisce l’Iliade è che nessun pacifismo, oggi, deve dimenticare, o negare quella bellezza: come se non fosse mai esistita. Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna. Per quanto suoni atroce, è necessario ricordarsi che la guerra è un inferno: ma bello. Da sempre gli uomini ci si buttano come falene attratte dalla luce mortale del fuoco. Non c’è paura, o orrore di sé, che sia riuscito a tenerli lontani dalle fiamme: perché in esse sempre hanno trovato l’unico riscatto possibile dalla penombra della vita.

Per questo, oggi, il compito di un vero pacifismo dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra, quanto capire che solo quando saremo capaci di un’altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre. Costruire un’altra bellezza è forse l’unica strada verso una pace vera.

Dimostrare di essere capaci di rischiarare la penombra dell’esistenza, senza ricorrere al fuoco della guerra. Dare un senso, forte, alle cose senza doverle portare sotto la luce, accecante, della morte. Poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro; riuscire a mettere in movimento il denaro e la ricchezza senza dover ricorrere alla violenza; trovare una dimensione etica, anche altissima, senza doverla andare a cercare ai margini della morte; incontrare se stessi nell’intensità di luoghi e momenti che non siano una trincea; conoscere l’emozione, anche la più vertiginosa, senza dover ricorrere al doping della guerra o al metadone delle piccole violenze quotidiane. Un’altra bellezza, se capite cosa voglio dire.

Oggi la pace è poco più che una convenienza politica: non è certo un sistema di pensiero e un modo di sentire veramente diffusi. Si considera la guerra un male da evitare, certo, ma si è ben lontani da considerarla un male assoluto: alla prima occasione, foderata di begli ideali, scendere in battaglia ridiventa velocemente un’opzione realizzabile. La si sceglie, a volte, perfino con una certa fierezza. Continuano a schiantarsi, le falene, nella luce del fuoco. Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un’altra bellezza, e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono.È un’impresa utopica, che presuppone una vertiginosa fiducia nell’uomo. Ma mi chiedo se mai ci siamo spinti così avanti, come oggi, su un simile sentiero. E per questo credo che nessuno, ormai, riuscirà più a fermare quel cammino, o a invertirne la direzione. Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra. E non saranno la paura né l’orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite» (pp. 162-163 passim

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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