Una micidiale versione di greco agli esami di maturità del 1972

Oggi i candidati all’esame di maturità (non si chiama più così, ma io lo chiamo così e così lo chiamano tutti) affrontano la seconda prova scritta, diversa secondo il tipo di istituto.

Quest’anno (e forse solo per quest’anno) la seconda prova viene scelta in ogni singolo istituto dai docenti titolari della disciplina oggetto della prova (e non dal ministero come in passato è sempre accaduto). Le tracce saranno uguali per le classi quinte dell’istituto e verteranno su un’unica materia caratterizzante. Al liceo classico gli studenti dovranno affrontare la versione di latino, mentre al liceo scientifico verrà somministrato un compito di matematica. Per gli istituti tecnici e professionali, le materie cambiano a seconda della tipologia di indirizzo scelto dagli studenti.

Se per la prova di ieri (il tema di Italiano) erano in palio 15 punti, oggi lo scritto ne vale solo 10 (per ridurne la portata potenzialmente micidiale).

Io affrontai la seconda prova scritta dei miei esami di maturità martedì 4 luglio 1972 al Liceo classico “Andrea D’Oria” di Genova; si trattava della versione dal greco.

Come il giorno prima, io e Paolo Romei, imbracciando il nostro vocabolario Rocci (il ben più leggibile e scorrevole GI di Montanari non esisteva ancora) andammo insieme a scuola; qui alle 9,30 ci fu assegnata una micidiale versione tratta dal “Menèsseno” di Platone.

Occorre preliminarmente precisare che il breve dialogo “Menèsseno” (Μενέξενος), risalente forse a un periodo successivo al 387 a.C., presenta un sarcastico attacco di Platone contro le tecniche dei retori. Socrate apprende dal giovane Menèsseno che al palazzo del Consiglio (Bouleuterion) si sta decidendo quale oratore dovrà tenere, durante i funerali pubblici, il discorso in onore dei caduti in guerra (“epitafio”). Il filosofo allora, ironicamente, esprime la sua opinione, rilevando che i funerali di stato sono spesso caratterizzati da elogi sproporzionati e immeritati (“un elogio càpita anche se uno non vale proprio nulla”) e da edificanti discorsi di circostanza; e siccome il giorno prima ha sentito da Aspasia (la bellissima amante di Pericle) un discorso funebre, riferisce a memoria le sue parole. Il discorso partiva con le lodi dei caduti in guerra: «Occorre, dunque, un discorso tale che adeguatamente intessa le lodi dei morti, che benevolmente ammonisca i vivi, esortando figli e fratelli a imitare la virtù di questi uomini» (236 e, trad. Adorno).

Ovviamente, nella versione data all’esame del 1972, di questo contesto non veniva fornita alcuna indicazione: all’epoca non si usava, come ora, inserire “aiutini” come la contestualizzazione del brano, il “pre-testo” o qualche nota esplicativa.

L’unico indizio poteva essere dato dal titolo assegnato dagli autori di libri di versione; ma il titolo scelto dal Ministero nel 1972 (“Un elogio della democrazia ateniese”) non aiutava più di tanto i giovani studenti.

[Per la cronaca, ministro della Pubblica Istruzione nel governo Andreotti II era allora il futuro presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro].

La versione partiva con due participi aoristi passivi in omoteleuto (“Essendo stati generati ed educati”, Γεννηθέντες δὲ καὶ παιδευθέντες) riferiti agli “antenati di costoro” (οἱ τῶνδε πρόγονοι). Ma “costoro” chi? Niente autorizzava a pensare che si trattasse di defunti, tanto più che il pronome deittico “tônde” (τῶνδε), come già allora sapevo grazie alla mia bravissima (e terribile) prof di Greco Lucia Queirolo Palmas, ha valore “deittico”, cioè indica qualcuno o qualcosa che è lì, davanti agli occhi.

Seguiva una frase più semplice, interlocutoria (“È difatti la costituzione politica che forma gli uomini, buoni se buona, cattivi se cattiva”, Πολιτεία γὰρ τροφὴ ἀνθρώπων ἐστίν, καλὴ μὲν ἀγαθῶν, ἡ δὲ ἐναντία κακῶν); ma poco più avanti si parlava improvvisamente e palesemente di “morti” (οἱ τετελευτηκότες) che piovevano dal cielo sorprendendo i poveri sventurati che dovevano capirne la provenienza («Bisogna dimostrare dunque come i nostri antenati siano stati allevati in una buona costituzione, grazie alla quale loro sono stati valorosi e lo sono anche i nostri contemporanei, tra cui vi sono anche questi morti», Ὡς οὖν ἐν καλῇ πολιτείᾳ ἐτράφησαν οἱ πρόσθεν ἡμῶν, ἀναγκαῖον δηλῶσαι, δι’ ἣν δὴ κἀκεῖνοι ἀγαθοὶ καὶ οἱ νῦν εἰσιν, ὧν οἵδε τυγχάνουσιν ὄντες οἱ τετελευτηκότες).

Troppo per poveri studenti liceali, abissalmente lontani dall’ironia socratica: come scrive Aristide Colonna, cogliendo bene la sottile misoginia del testo, “attribuendo ad una donna, e per giunta ad una etèra, questa brillante composizione, Platone volle mostrare quanto incerto e superficiale fosse il compito dei retori del tipo di Lisia, e quanto facile riuscisse ottenere il successo, senza speciali doti d’ingegno”.

La seconda parte della versione si addentrava in una più scorrevole analisi della democrazia ateniese, smascherata nella sua realtà di “aristocrazia con l’approvazione della massa” (ἔστι δὲ τῇ ἀληθείᾳ μετ’ εὐδοξίας πλήθους ἀριστοκρατία); e non mancava una frecciata conservatrice rivolta alla massa, “che affida magistrature e potere a coloro che, volta per volta, ha l’opinione che siano i migliori” (τὸ πλῆθος τὰς δὲ ἀρχὰς δίδωσι καὶ κράτος τοῖς ἀεὶ δόξασιν ἀρίστοις εἶναι).

Insomma, “in nuce” si spiegava anche la futura genesi di Movimenti come quello degli Zainetti (scissioni comprese). Inutile dire però che noi sventurati di queste finezze ironiche non potevamo minimamente renderci conto, sudando e soffrendo per capire qualcosa di quelle 15 righe di testo.

Eravamo due classi, noi della III A e quelli della III B, nell’immensa palestra interna dell’istituto, in banchi biposto monopostizzati per l’occasione.

Dopo un’ora dall’inizio del compito, il mio amico Paolo, che era finito molto lontano da me nella disposizione logistica ideata dai commissari (avevano mescolato gli alunni delle due classi), pronunciò ad alta voce una storica frase che rimbombò in tutta la sala: «Non si capisce un c****».

Potente, indimenticabile, icastica frase fantozziana che provocò un boato di consensi.

Io riuscii, non so come, a divinare il complicatissimo significato del testo, a completarne nelle quattro ore previste la traduzione e – come mi disse poi all’orale il commissario – “a tenermi a galla”. Ricordo anche di aver dato qualche consiglio salvifico a Marco Sciaccaluga di III B, seduto dietro di me e destinato a diventare un bravissimo regista teatrale; è purtroppo scomparso l’anno scorso.

C’è da sperare che i docenti di oggi, calandosi saggiamente nella realtà effettuale delle loro classi, abbiano scelto per la prova odierna testi chiari, univoci, ben contestualizzati, possibilmente legati a brani di opere studiate nel corso del triennio liceale; eviteranno così di scatenare urla liberatorie studentesche simili a quelle di Paolo…

P.S.:

Nei miei libri di versione di greco (“Meletàn” e “Synesis”, pubblicati con Michela Venuto per l’editore Palumbo), ho puntualmente inserito la famigerata versione del 1972, all’interno della sezione dedicata alle versioni assegnate agli esami di stato. Perfidamente, non ho voluto inserire in essa (nemmeno per i più viziati studenti delle nuove generazioni) né un riassuntino né una nota né una contestualizzazione.

E forse anche qualche ragazza/o di oggi deve (per volontà dell’insegnante di greco) scervellarsi per capire di quali “morti” si parli nel testo… O forse no: più verosimilmente, cercherà su Internet e troverà la traduzione integrale dell’intricatissimo passo (https://www.skuolasprint.it/platone/elogio-della-democrazia-ateniese-platone.html).

E che diamine: il progresso è progresso!

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

1 commento

  1. Carissimo Mario, anch’io ho sostenuto quegli esami di 50 anni fa e come naufrago in un mare in tempesta ho sbattuto contro lo scoglio di questa versione dal greco. Immaginavo che non sarebbe stata una passeggiata ma la realtà superò di gran lunga la fantasia e mi ritrovai sbattuto all’inferno in compagnia di quei morti senza nome che mi hanno rovinato l’esame e che per lungo tempo hanno popolato i miei sogni notturni

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