Sessant’anni fa: la morte di Marilyn

Il 5 agosto 1962 Marilyn Monroe fu trovata morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, un sobborgo di Hollywood, ove abitava da un paio di mesi. Aveva ingerito quaranta compresse di “Nembutal”, un potente sonnifero. Aveva solo trentasei anni.

Possiedo quattro giornali dell’epoca, che riportano la tragica notizia: il “Corriere della Sera”, il “New York Times” e il quotidiano del pomeriggio “La Notte” del 6 agosto, “Il Giorno” del 7 agosto.

Il “Corriere della Sera” titolava a sei colonne: “Marilyn si è uccisa” e in occhiello “Tragica fine di un mitico personaggio moderno”. L’articolo riferiva le circostanze del ritrovamento del cadavere dell’attrice: «Marilyn Monroe è stata trovata morta nella camera da letto della sua villa di Hollywood. Era coperta soltanto da un lenzuolo: sul tavolino accanto al letto spiccavano numerose boccette di medicinali, e tra di essi un flacone vuoto di un potente barbiturico. È certamente quello che ha causato la morte della celebre e ancor giovane attrice cinematografica, e nessuno oggi dubita che Marilyn Monroe abbia voluto volontariamente rinunciare alla vita».

Il corpo era stato trovato da Eunice Murray, governante e amica dell’attrice, preoccupata perché non riusciva a entrare nella camera di Marilyn, pur vedendo la luce accesa al suo interno; la Murray chiamò il dottor Ralph Greenson; questi, al suo arrivo, con il collega Hyman Engleberg tentò di forzare la porta; non riuscendovi, entrarono da una finestra fracassandone i vetri; trovarono così il cadavere sul letto: «una mano era poggiata sul telefono vicino al letto».

La stanza ove fu trovata morta Marilyn Monroe

Secondo il “Corriere”, alle 3,40 era stato stilato il certificato di morte di Norma Jean Baker (questo era il vero nome di Marilyn); quattro ore dopo «il cadavere, avvolto in una coperta azzurro chiaro, è stato trasportato in una camera mortuaria del Westwood Village». Diversa la fonte del quotidiano “La Notte”, secondo il quale Greenson (che abitava all’altro capo della città), non era arrivato prima delle 4. Veniva anche segnalato il fatto che l’attrice non avesse lasciato alcuna lettera.

Fra i possibili motivi dell’estremo gesto, si segnalava il periodo «cupo e doloroso» vissuto dall’attrice: la 20th Century Fox l’aveva licenziata dal set del film “Something’s got to give” (“Qualcosa che vale”) per scarso rendimento, a causa di continue assenze attribuite a motivi di salute (le avevano anche chiesto due milioni di dollari per danni).

Venivano riferite subito le reazioni degli ex-mariti di Marilyn: il campione di baseball Joe Di Maggio appariva «abbattuto e smarrito» ed era subito ripartito per San Francisco, mentre il primo marito John Dougherty (che era divenuto un poliziotto e quella notte era di pattuglia) si dichiarò «veramente dispiaciuto».

Quanto ad Arthur Miller, il famoso commediografo da cui Marilyn aveva divorziato nel gennaio del 1961 e con cui aveva trascorso cinque anni felici, la sua reazione (riferita dal “Giorno” in data 7) fu quella di negare ogni volontà alla morte di Marilyn: «Io sento e sono convinto che si è trattato di un terribile accidente. Sono sicuro che la morte di Marilyn non è stata, no, deliberata». In quell’occasione Miller dovette smentire una sua presunta precedente dichiarazione secondo la quale un atto estremo di Marilyn poteva essere ritenuto “inevitabile”. Miller aggiungeva di non avere alcuna idea di chi potesse essere la persona cui Marilyn avrebbe inteso telefonare prima di morire («probabilmente stava cercando il suo medico»): dopo il divorzio non si erano praticamente più sentiti e lui si era risposato con la fotografa svedese Ingeborg Morath.

Cominciavano subito le illazioni sull’accaduto; come si legge sul “Corriere”, «Secondo gli amici, la diva non aveva alcuna ragione profonda per uccidersi, e la morte potrebbe quindi essere dovuta a un tragico errore nella dose dei barbiturici ingeriti» (l’attrice soffriva di insonnia).

Il regista John Huston (come si legge sul “Giorno” in data 7 agosto) dichiarò «di aver visto la Monroe prendere fino a 20 pasticche di barbiturici al giorno, spesso accompagnandole con bevande alcooliche».

All’“incidente” farebbe pensare anche il fatto che a Marilyn non erano mancate altre allettanti offerte di lavoro; lo stesso film “Something’s got to give” sarebbe stato ripreso dalla Fox riassumendo la Monroe.

Tuttavia, per mantenere il discorso ambiguo e aperto, l’articolo del “Corriere” riporta alcune righe significative di un’intervista rilasciata da Marilyn alla rivista “Life” poche settimane prima, nella quale dichiarava: «Non so perché le persone non sono un po’ più generose tra di loro. È molto bello appartenere all’universo immaginativo della gente, ma piacerebbe anche essere accettati per quello che realmente si è. La gloria non è, per me, che una felicità passeggera e parziale, ma la gloria non costituisce una dieta quotidiana della quale ci si possa nutrire. È come il caviale: è buono, ma non a tutti i pasti, tutti i giorni… Sarebbe forse un sollievo farla finita. La gloria può arrivare e poi un bel giorno, addio… La mia vita non si identifica con essa».

Già nell’agosto del 1960 l’attrice era stata ricoverata per una grave forma di esaurimento nervoso; e fra gli eventi sconvolgenti di quei suoi ultimi anni c’era anche stato un aborto (si insinuò allora, ma il “Corriere” non lo dice, che il figlio fosse di Bob Kennedy).

Non mancò chi diede a Hollywood la colpa dell’accaduto. Ad esempio il cantante inglese Frankie Vaughan (che aveva recitato con Marilyn in “Facciamo all’amore”), commosso e addolorato dichiarò (come si legge nel quotidiano serale “La Notte”): «La colpa di tutto ciò è Hollywood. Là gli uomini del cinema hanno fatto di Marilyn un idolo dello schermo, ma si sono dimenticati di curarne la personalità di essere umano, anzi di donna sensibile e bisognosa di affetti. Povera Marilyn: recitava una parte più grande di lei. Che cosa terribile! Secondo me il suo grave guaio era questo: era troppo sola. Non le mancavano i corteggiatori, magari interessati, ma non aveva un amico sincero, né un compagno devoto».

Analoga fu la reazione del grande attore inglese Laurence Olivier, che attribuiva anch’egli a Hollywood la responsabilità della morte dell’attrice, che «era stata sfruttata sino all’impossibile».

Nella prima pagina del “Corriere” del 6/8/1962, Giovanni Grazzini scriveva un commento intitolato “È tornata donna”, nel quale – profeticamente – si alludeva al “mito” che la morte di Marilyn avrebbe creato in eterno.

Eccone alcune righe: «Diciamo, semplicemente, che Marilyn ha voluto, insieme, punire ed esaltare la parte di sé stessa che credeva più responsabile della propria inquietudine. Punirla, devastandola con le proprie mani, di essere stata il simbolo di una mostruosa eccitazione collettiva, dalla quale a lei non venne la felicità; esaltarla perché il simbolo si perpetuasse, perché nel momento in cui il mito stava declinando il mistero della morte lo rinverdisse e lo consegnasse ai secoli».

Grazzini vedeva in Marilyn la “vittima di un’età di nevrotici”, cui si era donata “come una schiava”: «Marilyn non era una stupida. Era un corpo cresciuto a propria insaputa, amministrato dalla pubblicità, piegato dal desiderio degli uomini e dalla gelosia delle donne. Dentro c’era una ragazza americana del nostro secolo, ferita dall’infanzia e dal successo. Una intelligenza violentata e deviata, ma un’ossessionata sensibilità. C’era la disperazione, ora che gli anni marciavano in fretta, di vedersi correre il tempo sul volto, forse persino di sentirsi sulle spalle la colpa dei peccati degli altri, l’incubo di milioni di occhi e di pensieri, accumulati in quattordici anni di cinema. Il tentativo di Marilyn di avvicinarsi al mondo della cultura, il suo matrimonio con Miller, l’amicizia con le “teste d’uovo di Nuova York”, cosa altro erano stati se non il tentativo di spezzare questa catena di sguardi? Non ci riuscì. Come una schiava, legata alla propria carne, Marilyn ha continuato a divincolarsi. E più si agitava, più si contorceva, e più il mondo aguzzava gli occhi. Riversa sul letto di una clinica, disperata, il mondo guardava il suo corpo. Marilyn piangeva, e il mondo le cercava nello sguardo il fremito della voluttà».

Il “coroner” di Los Angeles affidò le spoglie mortali di Marilyn a Inez Nelson, l’amministratrice dei beni di Gladys Baker (la madre dell’attrice, malata di schizofrenia), negandole invece a una sorellastra di Marilyn.

Le esequie avvennero l’8 agosto nella cappella del Parco delle Rimembranze di Westwood Village: alle spese contribuì Joe Di Maggio; vi parteciparono solo 31 fra parenti e amici.  Marilyn riposa in un loculo di un colombario presso il Westwood Village Memorial Park Cemetery: per vent’anni Di Maggio fece portare ogni settimana sei rose rosse sulla sua tomba.

Tra le varie ipotesi formulate sulla morte di Marilyn, venne ipotizzata la complicità dei Kennedy, timorosi che la Monroe confessasse le loro relazioni con lei.

Marilyn, fra Bob e John Kennedy

Solo due mesi prima, Marilyn aveva dedicato al presidente Kennedy “Happy Birthday, Mr President”, durante un’esibizione a sorpresa al Madison Square Garden di New York.

Il 19 maggio 1962 al Madison Square Garden, durante i festeggiamenti per il 45° compleanno del presidente Kennedy, Marilyn Monroe fu presentata al pubblico da Peter Lawford e si esibì intonando la canzone “Happy birthday, Mr. President”. Kennedy salì sul palco e la ringraziò. Erano presenti circa 15.000 persone.

Il giorno prima del decesso, Marilyn aveva tentato senza successo di telefonare a Bob Kennedy (un operatore telefonico riferì di diverse chiamate effettuate dall’attrice all’hotel dove Kennedy risiedeva).

Si suppose persino che l’attrice fosse stata vittima di una vendetta della mafia americana nei confronti della famiglia Kennedy per alcune promesse fatte in campagna elettorale e non mantenute.

Nel 1982, quando il procuratore distrettuale della contea di Los Angeles riesaminò il caso, confermò l’ipotesi di “probabile suicidio”; ma negli anni successivi, fino ai nostri giorni, non sono cessate le ipotesi più inquietanti: in particolare le accuse a John e soprattutto a Bob Kennedy sono rimaste assai pesanti, ritenendo i due fratelli – se non addirittura mandanti – almeno responsabili morali della fine dell’attrice.

Si parlava prima del “mito” di Marilyn. Ma il prezzo pagato dall’attrice per crearlo fu altissimo: come scriveva l’anno scorso Elena Fausta Gadeschi su “Elle” (6/8/21), la storia di Marilyn «non è mai stata delle più felici, a cominciare dall’infanzia trascorsa in orfanotrofio dopo che la madre Gladys venne dichiarata incapace di intendere e di volere, per proseguire con le molte relazioni tossiche avute nel corso della sua vita e la perenne difficoltà di emanciparsi dal ruolo di “bionda senza cervello”, incapace di interpretare ruoli che non la facessero sembrare sciocca, fatua e un po’ sbadata. Per questa diva, presenza fissa nelle copertine dei rotocalchi per il viso d’angelo e il corpo da dea, la vita fu avara di soddisfazioni: due matrimoni falliti, nessun figlio e solo un Golden Globe vinto come migliore attrice in un film commedia o musicale “A qualcuno piace caldo” nel 1960».

L’attrice fotografata da Alfred Eisenstaedt nel 1953, nella sua casa di Hollywood; sta sdraiata in poltrona, con un libro in mano, ma si volge indietro, come se fosse stata chiamata o come se fosse stata distratta da qualcosa; quello sguardo un po’ smarrito e quella posa così “quotidiana” la rendono, forse, bella come non mai.

La fine prematura dell’attrice ha avuto un esito innegabile: l’immagine che ci rimane di lei non è mai stata contaminata dalle rughe della vecchiaia e dall’incalzare spietato del tempo che deturpa le più splendide bellezze.

Come nel caso dell’altro grande attore scomparso troppo prematuramente, James Dean, la morte ha impedito ogni mesta decadenza, ogni impietoso confronto, ogni doloroso declino, fissando per sempre Marilyn nell’attimo fuggente ed eterno del suo impareggiabile splendore. 

Marylin resta un’icona della nostra epoca, grazie anche ad Andy Warhol che ne riprodusse il volto in nove indimenticabili serigrafie a colori. Nessuno di noi riesce ad immaginarsela anziana, magari rovinata ulteriormente da qualche lifting dissacratorio.

Noi la ricorderemo sempre mentre canta sensualmente “Diamonds are a girl’s best friend” in “Gli uomini preferiscono le bionde” di Howard Hawks (1953), o mentre suona l’ukulele nei panni (succinti) di Zucchero in “A qualcuno piace caldo” di Billy Wilder (1959), o la rivedremo comicamente miope in “Come sposare un milionario” di Jean Negulesco (1963) o in tanti altri momenti dei suoi film.

Marilyn canta “Diamonds are a girl’s best friend” (1953)

Ma soprattutto resterà indimenticabile quella scena del film “Quando la moglie è in vacanza” (diretto da Billy Wilder), girata nel 1954 a New York all’angolo tra la Lexington Avenue e la 52esima strada a Manhattan, in cui sul marciapiede un soffio di vento dalla grata della metropolitana sollevava la gonna plissettata del suo vaporoso abito bianco, come a svelare e donare a tutti il segreto della sua magica ed eterna bellezza.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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