Il giorno più lungo

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Quattro anni fa, lunedì 6 agosto 2018, la sveglia a casa mia suonò alle 4 di mattina. Alle 5,30 io, mia moglie e mio figlio eravamo già all’aeroporto di Punta Raisi, pronti per partire per la meta più lontana da noi mai raggiunta: gli Stati Uniti.

Avevo sempre sognato di sbarcare, sulla scia del mio concittadino Colombo, in America: i libri letti, i film, l’immaginario, la suggestione, la musica (quante volte ho sentito la Sinfonia n. 9 in mi minore di Antonín Dvořák “Dal Nuovo Mondo”!), tutto mi portava a desiderare questa esperienza. Ma la lunghezza del viaggio mi sgomentava e soprattutto, finché era viva mia madre (che era ormai molto anziana), non osavo volare all’altro capo del mondo temendo di non esserle vicino se fosse successo qualcosa. Ma l’anno prima la mamma era mancata e allora, dopo qualche mese, decisi che il nostro prossimo viaggio sarebbe stato quello sempre sognato e atteso.

Decollammo da Palermo alle 7,30 e, dopo un ottimo volo, atterrammo alle 8,30 a Fiumicino. Qui affrontammo il consueto chilometrico trasferimento da un terminal all’altro, finendo al lontanissimo E 22. Dopo un lento e accurato controllo dei passaporti e dopo una veloce colazione al bar, alle 10,30 ci imbarcammo sul volo Alitalia per New York JFK; eravamo nella fila 40. Il decollo avvenne alle 11,25 e iniziarono le otto ore di volo.

Sul volo Roma-New York: 6 agosto 2018

Devo dire che temevo la lunghezza di questo viaggio aereo; badate bene che parla uno che, a soli tre mesi di vita, iniziò una serie infinita di viaggi sul Treno del Sole da Genova a Palermo, stando anche ventiquattr’ore in un piccolo scompartimento; ma altro è viaggiare per lo Stivale in treno, altro volare oltre Oceano. Diverse cose però mi rassicurarono subito: anzitutto ero felice di avere, nel display davanti al mio sedile, la mappa in tempo reale del percorso: sapere sempre dove sono, a che quota, dopo quanti chilometri e con quanti chilometri ancora da percorrere, rassicura un lato della mia personalità che (come dice mia moglie) ricorda molto il “Furio” di Carlo Verdone. Fui poi contento di notare che la rotta non prevedeva, come avevo temuto, ore e ore di volo sopra l’oceano: la rotta è quasi tutta continentale e “sub-polare” (Italia, Francia, Inghilterra, Irlanda, Islanda, Groenlandia, Canada), per cui il tratto totalmente “marittimo” si riduce a meno di due ore.

Il volo poi non fu privo di momenti gradevoli: anzitutto iniziò una serie di snack che ci tenne occupati più volte: dato che sono “licco cannaruto” come il commissario Montalbano, mangio di tutto e non disdegno mai di snackare lo snackabile, quindi anche quelle strane scatolette di plastica degli aerei che contengono un cibo irriconoscibile mortificato in spazi ristretti sono per me fonte di interesse e di ricerca spesso fruttuosa. Inoltre c’erano le cuffie e la possibilità di vedere dei film; io ne vidi ben tre: anzitutto rividi con piacere l’esilarante “L’ora legale” di Ficarra e Picone, poi seguii per la prima volta “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese che mi ero perso, infine mi buttai su un coinvolgente film d’azione, “Tomb raider” del 2018 con Alicia Vikander nei panni di Lara Croft. Intanto il tempo passava; c’era chi schiacciava sonnellini (il mio vicino, seduto alla mia destra, forse in seguito all’assunzione di un potente sonnifero, dormì per otto ore senza dare mai segni di vita intelligente), chi si alzava nel piccolo corridoio, chi sentiva musica nelle cuffie. A un certo punto faceva freddo e utilizzammo la provvidenziale coperta e il cuscinetto datoci in dotazione dalla compagnia aerea.

Guardando dall’oblò a un certo punto vidi i boschi del Canada. Eravamo già nel nuovo continente! Entrammo nello spazio aereo degli Stati Uniti e, dopo otto ore e mezza di volo, atterrammo all’aeroporto JFK di New York: erano le… 13,50!!! Infatti, grazie alle sei ore in meno di fuso orario, avevamo ancora davanti a noi tutto il pomeriggio.

Per uscire dall’aeroporto ci vollero ben due ore. Anzitutto c’era una lunga fila per un primo controllo, poi fummo incanalati in alcune file per superare il controllo principale; e qui cominciai a capire meglio la mentalità americana. Eravamo oltre 200 persone, disposte in varie file che conducevano a 6-7 postazioni di controllo. Nella nostra fila, davanti a noi, c’erano un ragazzo e una ragazza italiani: mentre il ragazzo non ebbe problemi, qualcosa nei documenti della ragazza destò perplessità nel poliziotto, che iniziò una serie convulsa di telefonate in uno slang inintelleggibile. La nostra fila intanto era ferma, mentre le altre scorrevano normalmente. A un certo punto, dopo un quarto d’ora di paziente attesa, osai rivolgere la parola a un’enorme poliziotta di colore (confinava a nord col Connecticut e a sud-ovest con la Pennsylvania), per chiederle se potevamo cambiare fila. Manco le avessi detto “cornuta”! Con gli occhi fiammeggianti mi indicò la nostra fila bofonchiando parolacce incomprensibili e facendoci capire che, se avessimo osato spostarci, avremmo avuto grossi guai… Rassegnati, restammo in attesa, preoccupati anche dal fatto che nella sala successiva stavano arrivando i bagagli: e se qualcuno, vedendoli incustoditi, li avesse rubati??!! (Tipici patemi degli Italiani in vacanza…). Finalmente, come Dio volle, la famosa ragazza passò e potemmo superare a nostra volta il controllo. Giunti di corsa nella sala dove erano arrivate le valigie, le vedemmo a terra, ritirate da qualche solerte agente federale, assolutamente al sicuro. Le valigie sembravano due, ma in realtà erano tre (una provvidenziale ragazza della nostra agenzia di viaggi ci aveva consigliato di portarci una valigia vuota in più per gli acquisti; avevo pensato che fosse un’esagerazione, ma devo dire che lo shopping americano convenientissimo mi fece poi ricredere).

Avevamo prenotato il transfer per l’albergo: un autista dello Sri Lanka, che parlava un curioso mix anglo-asiatico, ci portò in un’ora, attraversando Queens, nel cuore di Manhattan. Io ricordavo lo sguardo smarrito e incuriosito di Alberto Sordi nel “Mafioso” di Lattuada, allorché sbarca a New York; e credo che in quel momento dovevo somigliargli molto. Infatti era incredibile vedere la selva inimmaginabile e indescrivibile di altissimi grattacieli che ci circondava: il turista che giunge lì inevitabilmente guarda per aria e vede gli “skyscrapers” protesi ad altezze sovrumane, quasi a sfidare il cielo. Mi colpì anche il fatto che le strade non erano larghe, come mi ero immaginato, ma normalissime; immaginatevi una nostra strada principale (che ne so, a Palermo la via Ruggero Settimo o la via XX Settembre di Genova) affiancata da edifici di almeno cinquanta piani!!

Giungemmo all’Hotel Parker della 56a strada alle 16,45 locali (in Italia erano le 22,45): la nostra camera era “appena” al 17° piano, la numero 1703. Dalla finestra si vedeva un tappeto di grattacieli.

Dopo una prima fugacissima sistemazione, chi poteva restare in albergo? Senza avvertire né stanchezza né sonno scendemmo subito; ma fummo fermati perché ci aspettava un cocktail di benvenuto in omaggio al bar dell’albergo, un bel Mojito riservato ai clienti dei Grandi Viaggi. Si poteva dire di no?

Accoglienza con mojito

Finalmente uscimmo; il tempo era bello e faceva molto caldo, la tipica afa asfissiante di New York in quel periodo.

Con lo sguardo sempre in su…

Con lo sguardo costantemente rivolto in alto, percorremmo la Fifth Avenue, facendo una breve fugace visita alla Trump Tower (trionfo del kitsch), alla cattedrale di St. Patrick e al Rockfeller Center.

Trump Tower
Rockfeller Center

Ma io fui molto colpito passando davanti al famoso “Tiffany”: credevo quasi di vedere la bellissima ed eterea Audrey Hepburn che sgranocchiava un croissant davanti alla vetrina (nel famoso film di Blake Edwards del 1961).

Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” di Blake Edwards (1961)

Era ormai l’ora di cena (in Italia era notte fonda); cenammo al “Rue 57” nella 57a strada (brasserie parisienne – sushi bar); avevo letto (e ne ho avuto piena conferma) che negli USA la mancia è obbligatoria e altissima (almeno il 10%): se il cliente non la dà, a rimetterci è quel povero disgraziato del cameriere, che viene ritenuto dal titolare un inetto e incapace e rischia persino di essere licenziato: sicché degli 87 dollari pagati (circa 75 euro), almeno 9 erano di mancia…

Dopo cena erano “appena” le 21… ma chi aveva sonno, chi pensava che eravamo svegli da 24 ore, chi aveva voglia di tornare in albergo? Tuttavia decidemmo di non strafare, visto che ci aspettavano giornate molto intense; e rientrammo.

Mi addormentai verso le 22 (le 4 di mattina in Italia), dando un’ultima sbirciata dalla finestra incredulo di vedere quello che vedevo. L’indomani alle 6,30 ero sveglio (in realtà era come se avessi dormito sino a mezzogiorno…); ma devo dire che, grazie all’intelligente organizzazione degli orari del viaggio, il jet-lag era stato ammortizzato e vanificato.

P.S.: Quel viaggio bellissimo, oltre che a New York, ci portò alle Cascate del Niagara, a Toronto, a Washington e a Philadelphia.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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