Altri quattro vocaboli siculo-italiani

Riprendiamo la rassegna di vocaboli ed espressioni del dialetto siciliano che vengono compresi e utilizzati anche nell’italiano regionale dell’isola e quindi nella conversazione quotidiana. Eccone altri quattro.

1) Guantiera – Il termine indica un “vassoio”, destinato soprattutto a contenere pastarelle e dolci vari (ivi compresi i cannoli). Il vocabolo è di origine napoletana: deriva dal sostantivo “guanto” e indicava anticamente l’elegante scatola in cui le nobildonne conservavano i loro preziosi guanti; col tempo, il termine ha indicato appunto il vassoio, tenuto dai camerieri, utilizzato per servire dolci e gelati durante i rinfreschi. Una “guantiera di dolci” è immancabile nella tavola dei siciliani, costituendo un indispensabile completamento delle pantagrueliche mangiate domenicali.

Il vocabolo si trova anche nei “Promessi Sposi” manzoniani, nel X capitolo, allorché Gertrude, sotto la dispotica pressione psicologica del perfido padre, si reca nel monastero per chiedere di farsi monaca; la superiora accoglie benevolmente la giovinetta e subito viene organizzato un rinfresco in suo onore: “Vennero subito gran guantiere colme di dolci che furono presentati prima alla sposina…”.

In certe zone della Sicilia il termine presenta una “n” protetica iniziale, diventando “’nguantiera” (parallelamente i “guanti” diventano “le ’nguante”).

Il vocabolo è frequente nei romanzi di Andrea Camilleri e soprattutto in quelli che hanno per protagonista quel golosone del commissario Montalbano, “liccu cannarutu”: ad es. ne “Il cane di terracotta” nel cap. 1 il commissario divora, quasi senza rendersene conto, una “guantiera” di “mostazzoli” o “mustazzoli” (biscotti di vino cotto e miele) che gli è stata regalata dal suo amico Gegè Gullotta: “Già pronto per uscire, volle mettersi in bocca un mostazzolo di vino cotto. Con autentico stupore s’accorse che il pacco sulla tavola era stato aperto, che dentro la guantiera di cartone non c’era più manco un dolce. Se li era mangiati tutti senza farci caso per il nervoso. E, quel ch’era peggio, non se li era nemmeno goduti” (p. 18).

2) Picchio/picchiare/picchiusu – Una volta ho sentito una signora che diceva: “Questa casa me l’hanno picchiata tanto, che non ci sto più”. Immagino che i non siciliani avranno qualche difficoltà a capire il significato di questa curiosa espressione, che sembra evocare l’immagine di alcuni “picchiatori” addetti a mettere a soqquadro l’abitazione della povera donna. In realtà il “picchio” è il “malocchio”: gli jettatori in Sicilia “buttano il picchio”. La signora di cui sopra, dunque, voleva dire che la sua casa era stata “picchiata” dalla jella nera, forse per le malevole intenzioni di qualche rivale.

In origine, il termine “picchiu” (“picciu” nella Sicilia orientale), ha anche un altro senso, indicando (come spiega Traina) un “pianto noioso, continuo” (non a caso un bambino che frigna insistentemente è definito “picchiusu”); “picchiusu” però può essere anche un tizio brontolone e pronto a lamentarsi a vanvera, oppure un piagnucolone che sa solo piangersi addosso.

3) Quartiarsi – Come spiega Roberto Alajmo nel suo “Abbecedario siciliano” (ed. Sellerio 2023, p. 125), il verbo “quartiare” “deriva forse dal gergo schermistico” (Mortillaro lo spiega con “schermirsi”) e nella forma riflessiva “quartiarsi” “indica la posizione profilata e defilata assunta per riuscire a limitare i danni”; conseguentemente, “ci si quartìa in caso di prevedibili disastri futuri, oppure per limitare i guasti immediati. Al quartiamento vanno ascritti i distinguo con cui ci si sottrae alle proprie responsabilità, fino a sconfinare nell’omertà”. L’arte di “quartiarsi” è fondamentale in Sicilia, ove agguati, insidie, tradimenti e coltellate alle spalle sono all’ordine del giorno nei rapporti familiari, nelle relazioni interpersonali (in cui la diffidenza regna sovrana) e nella pubblica amministrazione.

Anche qui è possibile una citazione camilleriana: ne “Il ladro di merendine” Montalbano giunge nel palazzo in cui è stato commesso un delitto ed entra prudentemente nell’appartamento di una giovane signora che gli ha fatto segno di tacere: “Cautamente la giovane si scostò dalla porta e il commissario trasì, quartiandosi e taliandosi attorno, in un piccolo studio pieno di libri” (p. 24).

4) Scampare – “Possiamo uscire, sta scampando”. Anche questa battuta potrebbe risultare incomprensibile in molte zone d’Italia: che legame c’è fra uno che sta scampando (a che cosa poi, alla morte?) e qualcuno che deve uscire di casa? In realtà il verbo “scampare” indica la fine della pioggia: come spiega Mortillaro nel suo aulico italiano, “scampari” significa “restare di piovere, spiovere”; esiste anche un proverbio (“bonu chiuvìu e scampau”, cioè “ha piovuto forte e ha smesso”) per indicare un diverbio che ha avuto fine.

Il verbo trova un’importante testimonianza letteraria nella novella “Cavalleria rusticana” di Giovanni Verga, nelle parole di Turiddu a Lola: “E giusto […]; ora che sposate compare Alfio, che ci ha quattro muli in stalla, non bisogna farla chiacchierare la gente. […] Passò quel tempo che Berta filava, e voi non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile, e mi regalaste quel fazzoletto, prima d’andarmene, che Dio sa quante lagrime ci ho pianto dentro nell’andar via lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese. Ora addio, gnà Lola, facemu cuntu ca chioppi e scampau, e la nostra amicizia finiu”. Turiddu, amareggiato per le imminenti nozze di Lola, la invita a mettere una pietra sopra la loro “amicizia”: “facciamo finta che ha piovuto e ha smesso”.

E Camilleri? Figuriamoci se non usa questo termine! In “Maruzza Musumeci” (2007) Gnazio, che deve incontrare Maruzza in vista di un possibile matrimonio combinato da una sensale (la gnà Pina), è preoccupato perché il cielo “doppopranzo addivintò nìvuro di nuvole carriche d’acqua” (p. 47); poi arrivò la pioggia, ma “ad assuppaviddanu”, cioè quella pioggia leggera e continua che fa tanto bene alla campagna e non dissuade i contadini dal lavoro (finché però i loro abiti diventano zuppi d’acqua…). La precipitazione dura diverse ore, finché… “verso la mezzanotti scampò, ma il celu ristò nìvuru; tri orate appresso si vittiro comparire le prime stiddre. Sulo allura Gnazio arriniscì a farisi un dù orate di sonno” (p. 48).

Stasera qui a Palermo il cielo è plumbeo e “allazzarato”, mentre si è in attesa di una pioggia (possibilmente non devastante) che metta fine all’inferno di caldo che opprime la città. Non resta allora che sperare che piova e che “scampi” presto senza che ci siano danni; non si deve poi “gettare il picchio” prevedendo catastrofi: basterà, in caso di precipitazioni, “quartiarsi” evitando i ben noti punti in cui sistematicamente, da oltre mezzo secolo, Palermo si allaga quando piove (Mondello, i sottopassaggi, via Imera, la circonvallazione, ecc.). Per festeggiare poi lo “scampato” pericolo, domenica si potrà comprare l’immancabile “guantiera” di dolci o gelatini.

29 agosto 2025

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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