Alla larga da Manzoni!

In base alle nuove indicazioni nazionali per i programmi nei licei, lo studio dei “Promessi Sposi” è destinato a slittare dal primo biennio al quarto anno. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito non considera più il romanzo un “classico contemporaneo” adatto ai primi anni, proponendone la collocazione nel contesto storico dell’Ottocento.

Si ritiene invece più opportuno, nel biennio, proporre la lettura di autori che siano in grado di raccontare il mondo di oggi, come Moravia, Morante, Calvino, Benni, Starnone, Dostoevskij, Brontë, Tolkien, Philip Dick, Agatha Christie o Stephen King. Meglio, dunque, optare per “autori che di norma piacciono agli studenti”, come Niccolò Ammaniti o George Orwell, o virare su generi come i gialli, la fantascienza, l’horror, le “strane storie” come quelle di Roald Dahl, senza escludere saggi, testi teatrali, sceneggiature di film o serie tv.

Insomma, una bella razione di “autori che di norma piacciono agli studenti” appare il toccasana per una formazione culturale efficace; poco importa che questa formazione diventi così quasi “autoctona”, annullando la funzione essenziale della scuola, che è quella di “insegnare ad imparare”, di aprire nuove porte, di allargare orizzonti, senza limitarsi al piccolo segmento temporale attuale e creando curiosità e voglia di scoprire mondi diversi.

Non mancano, ovviamente, le motivazioni puntualmente addotte per la nuova decisione: coloro che propongono lo slittamento dei “Promessi Sposi” al quarto anno mirerebbero ad ottimizzarne la lettura; infatti, a loro parere, molti passaggi del libro richiedono una maturità storica e culturale che uno studente del biennio non avrebbe ancora pienamente sviluppato (inutile, a quanto pare, è sperare che esistano ancora dei docenti in grado di fargliela sviluppare partendo dalla lettura di quelle pagine). Inoltre, leggere un’opera così “densa” quando non si è pronti può generare un’avversione duratura nei confronti del classico, trasformandolo in un compito meccanico anziché in una scoperta.

In realtà, però, c’è forse dell’altro. Anche se non lo si dice apertamente, con questo rinvio del romanzo manzoniano al quarto anno (ovviamente in frettolosa forma di lettura antologica di poche pagine ritenute più significative), si mira ad evitare a ragazzine e ragazzini di quindici anni il “trauma” innegabile che certe pagine di questo testo potrebbero provocare tuttora.

Facciamo un esempio.

Renzo è venuto a Lecco a consultare l’avvocato Azzecca-garbugli nella speranza (vana) di avere giustizia contro i soprusi di don Rodrigo. Non poca è quindi la sua sorpresa quando il leguleio (che ha scambiato la vittima per il colpevole) gli dice candidamente che “a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente”.

Le “gride”, come è noto, erano editti, bandi o provvedimenti legislativi emanati dai governatori spagnoli del Ducato di Milano nel ‘600; venivano chiamate così perché “gridate” ad alta voce dai banditori nelle piazze, dato che la popolazione era in gran parte analfabeta (più o meno, mutatis mutandis, come ora).

Attraverso il maldestro tentativo di Renzo di cercare giustizia, l’autore impartisce una lezione magistrale sulla corruzione del potere e sulla fragilità degli umili: l’Azzecca-garbugli (uomo di legge) non usa la legge per proteggere l’innocente, ma per blindare l’arroganza dei potenti, incarnando l’idea che il diritto sia solo un groviglio di parole (da qui il suo soprannome) che si può manipolare a piacimento.

Quanto a Renzo, il suo errore è credere nella giustizia, supporre che esistano leggi fatte apposta per punire i prepotenti. Imparerà a sue spese che le leggi esistono, sì, ma servono a chi sa come “imbrogliarle” per farla franca.

La terribile frase dell’avvocato (“A saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente”) fa capire che, in una società corrotta, essere innocenti è la vera colpa e che la legge, senza una solida base morale e senza l’imparzialità di chi la applica, diventa solo un’arma nelle mani dei prepotenti per schiacciare chi non ha voce.

Che autore pericoloso! Come può tollerare messaggi negativi del genere la mente pura di un adolescente? Meglio che torni ad altre letture che “di norma” gli piacciono; meglio che creda che, almeno nel nostro Paese (o “nazione” che sia) la legge sia sempre in grado di riconoscere, colpire ed umiliare i veri colpevoli.

Un’ultima precisazione doverosa: il ministro Valditara oggi ha espresso perplessità riguardo alla proposta della Commissione ministeriale di posticipare lo studio de *I Promessi Sposi* al quarto anno di liceo; infatti, «secondo il ministro, il capolavoro manzoniano rappresenta un’importante tappa formativa per gli studenti di 14-15 anni, e uno slittamento potrebbe privarli di un’esperienza educativa cruciale. La proposta nasce dalla percezione che il romanzo sia troppo complesso per i più giovani, ma Valditara invita a non sottovalutare la capacità degli studenti di affrontare testi impegnativi» (cfr. www.informazionescuola.it). Sarebbe bello, allora, che ministro e commissione si mettessero d’accordo…

P.S.: Non è per niente escluso che alle nuove decisioni abbiano contribuito tutti quei docenti che per intere generazioni hanno trasformato lo studio dei “Promessi Sposi” in una sequela noiosa, pedante e intollerabile di riassunti, parafrasi, commenti e quizzetti, magari collegati ad una “santificazione” tanto teorica quanto inefficace del grande “classico”.

MARIO PINTACUDA

Palermo, 24 aprile 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

1 commento

  1. Condivido osservazioni e perplessità.
    Vero è che la bellezza e l’importanza del romanzo l’abbiamo appresa da adulti, dalle tante riletture del capolavoro, demerito- colpa dei nostri insegnanti ma anche dell’immaturità dell’adolescenza, senza dubbio.
    Sinceramente sono propensa a trattare nei primi due anni classici moderni, tipo Morante, Calvino, il neorealismo, Bassani e gli altri citati, escluso il genere horror e compagnia bella.
    Escluderei Starnone per la violenza del linguaggio pur nella consapevolezza che i nostri ragazzi non si scandalizzerebbero affatto, ma per una questione educativa.
    Neanche Tolkien: di miti nella nostra cultura occidentale ne abbiamo a iosa.
    Manzoni?
    Lettura sistematica, necessaria tra il terzo e quarto anno con approfondimenti e incursioni nella società odierna.
    E comunque mi fa piacere che Valditara riconosca l’importanza estrema di portare il Manzoni alla conoscenza dei giovani, da qualunque anno si parti.

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