Nel mio archivio c’è un settore “storico” dedicato alla collezione di quotidiani, riviste e periodici, a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Tutto questo materiale, conservato prima da mio padre e poi da me, mi consente spesso di “rivivere” con immediatezza straordinaria momenti della storia degli ultimi cento anni.
Ho qui fra le mani la rivista “Reportages ‘65”, che era data in dono agli abbonati alla “Domenica del Corriere” (settimanale nato nel 1899 come supplemento illustrato del “Corriere della Sera”).

Il numero del 1965 contiene articoli firmati da autori importanti, come Indro Montanelli, Alberto Moravia, Eugenio Montale, Piero Ottone, Giovanni Mosca, Mario Cervi, ecc. Particolarmente interessante come testimonianza storica e sociologica è un articolo firmato da Enrico Emanuelli (1909-1967) e intitolato “La bondite, malattia dell’anno” (pagg. 47-49).

Emanuelli era un noto giornalista, scrittore e saggista: aveva lavorato per “La Stampa” dal 1949 al 1962 ed era passato poi definitivamente al “Corriere della Sera”, diventando redattore della pagina letteraria e collaborando strettamente con Eugenio Montale. Molto famosi furono i suoi viaggi in giro per il mondo, diventati celebri libri-inchiesta, come “Il pianeta Russia” (1952) e “La Cina è vicina” (1957), caratterizzati da un’analisi che andava oltre la semplice cronaca per indagare i valori e i significati profondi dei popoli visitati.
Nel suo articolo, Emanuelli analizza lo straordinario successo dei film tratti dai romanzi dello scrittore britannico Ian Fleming, che avevano per protagonista l’agente segreto 007, James Bond. Nel 1965 ne erano già usciti tre: “Agente 007 – Licenza di uccidere” (“Dr. No”, 1962), “Agente 007 – Dalla Russia con amore (“From Russia with Love”, 1963) e “Agente 007 – Missione Goldfinger (“Goldfinger”, 1964).
Per Emanuelli la “bondite” è come una patologia che colpisce trasversalmente la società, per cui «se è infettiva bisogna subito trovare antibiotici per la guarigione». A suo parere il successo dell’agente 007 si coglie anche nella “commercializzazione” che lo accompagna: «in Francia già ci sono negozi che vendono impermeabili, giacche, camicie, cravatte, ecc. alla James Bond. Nasce una nuova moda maschile, nient’altro che una uniforme per gente di poco carattere».
L’articolista si dissocia dal consenso che molti intellettuali tributavano alla serie cinematografica; sostiene infatti che essi, incapaci di creare nuove favole, cercano rifugio nel mondo fantastico di 007, elevando a simbolo un personaggio che dovrebbe invece essere considerato solo in chiave ironica o satirica: “[Gli intellettuali] hanno anche detto che [James Bond] segna il ritorno alla fantasia, all’azione, all’ardimento, all’avventura. Hanno persino lasciato capire che rappresenta una sterzata di fronte alla alienazione, alla incomunicabilità, al populismo in mala fede, alla commediola borghese, ecc. Non credo nemmeno ad una di tutte queste frottole».
Emanuelli cita il parere di Terence Young, regista dei primi due film della serie, che aveva definito Bond «un terribile tipo, un sadico che uccide freddamente i suoi avversari quando sono disarmati, un bruto che si comporta da mascalzone con le donne». Non solo: per Young, «Bond agisce come un fascista: avrebbe fatto meraviglie se intruppato con le SS. Col permesso di uccidere egli può dare via libera alla sua fantasia criminale senza temere di incorrere in un castigo».
Per questo motivo, Emanuelli contesta fortemente il successo di 007: «Alcuni intellettuali, anche tra quelli che si dicono di sinistra, non hanno saputo vedere i veleni che questo personaggio porta con sé. Non c’è dubbio: è fascista, è razzista, è violento con la noncuranza dell’insensibile. Per conto mio un personaggio di questo tipo (meglio, il fenomeno che rappresenta con successo) deve subito essere consegnato al sociologo perché ne cavi un rapporto sulla disorganizzazione mentale e sulle componenti psico-patologiche della nostra epoca. L’azione si risolve in un continuo dipanarsi di violenza sul ritmo del balletto, con omicidi che lasciano indifferenti appunto perché danzanti come farfalle. L’ardimento del protagonista sin dal primo momento è fasullo perché già sappiamo che non “può” morire (altrimenti la serie dei film non potrebbe continuare). Le sue avventure sono costruite su una retorica (quella che circonda il mestiere di spia) e soltanto agli ingenui rimane inavvertita». Per l’autore, l’agente 007 è figlio di uno “snobismo alla rovescia, che non porta verso il raro e il sofisticato, ma verso il banale e il molto popolare».
Non manca una frecciata velenosa contro i politici: essi «si affannano per dare nuove leggi, con la finalità di promuovere il progresso e di rispondere meglio ai desideri dei loro governati. Sono degli illusi o, forse, hanno deluso creando un vuoto che James Bond riempie con spudoratezza. Ad ogni modo vadano a vedere i suoi film e trasaliranno nell’accorgersi che cosa desidererebbero avere o fare e come vorrebbero vivere molti loro amministrati».
Ma da che cosa derivava lo straordinario successo di Bond? Per Emanuelli esso era generato dal sapiente mix di ingredienti come sadismo, erotismo ed esotismo, nobilitati da un’esecuzione tecnica perfetta che traeva in inganno lo spettatore. L’autore vede nell’entusiasmo acritico del pubblico il segnale preoccupante di un’epoca pronta a “nuove avventure” pericolose, inclusa la guerra: «Cercate di ricordare “Missione Goldfinger”, perno della “bondite”: delinquenza su scala mondiale, uso eccitante di armi (oh, la portinaia svizzera che spara col mitra), gente di “colore” destinata sempre a parti odiose, ammazzamenti giocondi, ritrovati tecnici moderni (e anche avveniristici) rivolti costantemente al male. Se la nostra epoca vi si rispecchia, qualcuno potrebbe anche dire che essa è pronta alla più inutile avventura inventata dagli uomini: la guerra».
Altro elemento preoccupante era il desiderio di emulazione indotto dalla “bondite”: «Un settimanale italiano, dopo d’aver pubblicato un “servizio” sugli agenti segreti, ha ricevuto migliaia di lettere. Uomini e donne chiedevano che cosa bisognava fare per essere assunti come spie. Di certo costoro non sanno niente dei tanto famosi quanto misteriosi organismi che ogni Stato possiede per operare lo spionaggio in casa d’altri e in casa propria. Costoro non sanno niente neppure di Nietzsche e del superuomo, ma hanno visto l’eroe James Bond con l’auto provvista di mezzi difensivi e attaccanti, con la radio trasmittente grande come una scatola di cerini, con la giacca bianca, il portafoglio pieno di danaro e destinato a vivere in grandi alberghi tra donne votate allo spogliarello».
In conclusione, Emanuelli teme che gli spettatori non colgano l’ironia o la satira insita in film come “Missione Goldfinger”, finendo per prendere Bond come un modello di vita reale: «La vocazione è scoperta, l’ideale è pronto, adesso sognano. Nessuno che dica a loro d’andare a vedere “Missione Goldfinger” e di riderci sopra perché, dopo tutto, è un ottimo film satirico, che prende in giro molte cose e molti personaggi. Anzi, lo fa così bene, che riesce a prendere in giro milioni di spettatori».
Come si vede, l’analisi di Emanuelli attesta un esempio di resistenza dell’“intellighenzia” europea di fronte all’avvento della cultura di massa: il suo timore principale è la “disorganizzazione mentale” di una società che smette di ridere della parodia e intende “rivivere” Bond come un modello reale.
Lo scrittore, inoltre, vede nel successo di 007 un fallimento della politica, che ha creato un “vuoto” riempito dalla spudoratezza dell’agente segreto. L’entusiasmo acritico del pubblico – testimoniato dalle migliaia di persone che scrivono ai giornali chiedendo come diventare spie – appare come un segnale inquietante, perché presenta una società pronta a confondere la violenza con l’eroismo, mostrandosi psicologicamente preparata alla più inutile delle avventure, cioè la guerra. Da qui il giudizio complessivo, anticipato all’inizio del pezzo: «In poche parole la mia campana è questa: James Bond è un personaggio che diverte se considerato in chiave ironica; se invece lo si prende come sintomo d’una situazione dovrebbe preoccupare, forse disgustare».
Il futuro prospettato da Emanuelli è dunque popolato da individui che cercano un’identità in una “uniforme” commerciale fatta di abiti alla James Bond, rivelando una cronica mancanza di carattere; si tratta di soggetti che sognano di diventare spie senza conoscerne la realtà, attratti solo dal lusso, dal denaro e dalla licenza di uccidere; essi inseguono un ideale di “superuomo” distorto, basato non sulla filosofia ma su gadget tecnologici e spudoratezza. A parere dell’autore, se la società non recupererà il filtro dell’intelligenza civile e dell’ironia, rischierà di trasformarsi in una massa apatica e violenta, pronta a farsi “prendere in giro” e manovrare da miti pericolosi.
Sembra opportuno segnalare che, al di là dell’articolo di Emanuelli, il 1965 fu un anno cruciale per la critica italiana su James Bond: l’élite intellettuale infatti cercava di decodificare il successo travolgente di 007, oscillando tra il disprezzo per un prodotto “commerciale” e l’analisi semiotica raffinata.
Proprio in quell’anno uscì “Il caso Bond”, curato da Umberto Eco e Oreste del Buono: era una raccolta di saggi in cui diversi intellettuali analizzavano Bond sotto vari aspetti (sociologico, psicologico, letterario); fra essi era un interessante saggio di Umberto Eco intitolato “Le strutture narrative in Ian Fleming”, in cui lo scrittore smontava i romanzi come macchine perfette basate su schemi fissi e ripetitivi (quasi come una partita a scacchi), spiegando perché funzionassero così bene sul pubblico di massa. Come Emanuelli, Eco (come pure Oreste Del Buono) vedeva in Bond un “superuomo di massa”, un eroe rassicurante che vince sempre, contrapposto all’uomo comune mediocre.
In controtendenza era invece Dino Buzzati, che vedeva in Bond la capacità di riportare il “fiabesco” e il “fantastico” nella grigia vita moderna; per lui, l’agente 007 era una sorta di erede dei cavalieri erranti, capace di vivere avventure straordinarie in un mondo dominato dalla tecnica. In diversi articoli pubblicati sul “Corriere”, Buzzati difese la capacità d’intrattenimento del cinema d’azione, pur riconoscendone l’assurdità.
Parallelamente, illustri critici cinematografica dell’epoca analizzarono attentamente i primi film di Bond: mentre Filippo Sacchi tendeva a valorizzarne l’eleganza tecnica e il ritmo, Gian Luigi Rondi sottolineava come il successo di Sean Connery avesse creato un nuovo canone di “mascolinità cinematografica”, un mix di crudeltà e ironia che stava cambiando i gusti del pubblico.
Questi dati confermano quanto l’intuizione di Emanuelli fosse corretta: nel 1965 James Bond non era più solo un film, ma un oggetto di studio “clinico” per capire dove stesse andando la società dei consumi.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 3 marzo 2026