Qui, sul “pallido punto blu” chiamato pianeta Terra, oggi è domenica 31 maggio dell’anno 2026 del secolo XXI. Oltre 8 miliardi di esseri umani si apprestano a vivere o stanno vivendo questa giornata facendo i conti con i loro problemi quotidiani.
In questo momento l’uomo più potente del mondo dorme il sonno dell’ingiusto (nel suo Paese a quest’ora è notte fonda), magari dovendo fare i conti con qualche risveglio senile provocato dall’irriverente prostata più potente del mondo. Un altro degli uomini più potenti del mondo starà invece poltrendo ancora a letto (i biografi dicono che, specie nei giorni festivi, ama dormire fino alla tarda mattinata), per poi avere la mente più pronta a organizzare nuove operazioni più o meno speciali. Invece sarà già in piena attività il terzo (o primo?) uomo più potente del mondo, concentrandosi sullo studio di documenti ufficiali e rapporti di sicurezza o trovando spazio per le sue amate letture (dei tre, è l’unico ad aver letto qualche libro).
Di questi potentissimi uomini fra quarant’anni non resteranno che ossa e polvere; in questi quarant’anni chissà quante cose succederanno con loro, dopo di loro e nonostante loro.
Nel frattempo, in questo preciso momento, a oltre 20 miliardi di chilometri dalla Terra, da questa azzurra “aiuola che ci fa tanto feroci”, due sonde spaziali create dall’uomo viaggiano nel silenzio assoluto degli spazi siderali, verso l’infinito e oltre. Si tratta della Voyager 1 e della Voyager 2, lanciate nello spazio quasi cinquant’anni fa, nell’estate del 1977.

Nate in un’epoca in cui i computer funzionavano ancora a nastri magnetici, queste due sonde degli anni ‘70 continuano a viaggiare nello spazio interstellare, inviandoci ancora ultimi sprazzi di dati scientifici.

La loro storia ha dell’incredibile. Negli anni ‘60, l’esplorazione dello spazio profondo sembrava un vicolo cieco: raggiungere i giganti gassosi come Urano o Nettuno con i razzi tradizionali era considerato impossibile perché serviva troppo carburante e troppo tempo.

La svolta arrivò grazie a un mix di matematica e fortuna. Anzitutto, il matematico americano Michael Minovitch teorizzò la tecnica della fionda gravitazionale, nata dall’idea che una sonda potesse “rubare” l’energia orbitale di un pianeta per accelerare “gratuitamente”, senza consumare propellente.

Poco dopo, l’ingegnere aerospaziale statunitense Gary Flandro scoprì che alla fine degli anni ‘70 i pianeti esterni del sistema solare si sarebbero allineati in una configurazione rarissima, che si ripete solo ogni 176 anni: si presentava dunque un’opportunità irripetibile per raggiungere Giove, Saturno, Urano e Nettuno in un solo colpo.

Furono così realizzate dalla NASA le due sonde Voyager, caratterizzate da una tecnologia straordinaria per l’epoca. Per l’alimentazione, data la crescente distanza dal Sole, non si potevano usare pannelli solari; le sonde furono allora dotate di tre generatori termoelettrici a radioisotopi (RTG), alimentati da 4 kg di Plutonio-238, che convertono il calore del decadimento radioattivo in elettricità. A bordo si trovavano 5 computer (3 principali e 2 di backup); per registrare i dati scientifici si usavano ancora registratori a nastro magnetico. Un’antenna parabolica di 3,7 metri di diametro serviva a comunicare con la Terra.

Lanciate nell’estate del 1977, le due Voyager hanno letteralmente riscritto i libri di astronomia.
Arrivate vicino a Giove nel 1979, hanno mostrato la complessità della Grande Macchia Rossa del pianeta gigante e hanno rivelato che i suoi satelliti non sono rocce morte (su Io hanno scoperto oltre 400 vulcani attivi, su Europa indizi di un oceano sotterraneo).
Avvicinandosi a Saturno nel 1980-81, hanno svelato la complessa struttura interna degli anelli, formati da frammenti di ghiaccio e polvere, e hanno studiato la fitta atmosfera del satellite Titano.
Voyager 2, poi, è stata (ed è tuttora) l’unica sonda ad essere giunta nei pressi di Urano e Nettuno, fotografando i venti record di quest’ultimo (2.500 km/h) e l’attività criovulcanica della luna Tritone.

Prima di uscire dal sistema solare e di spegnere per sempre le telecamere, nel 1990 la Voyager 1, su suggerimento dell’astronomo Carl Sagan, si è “girata indietro” per scattare una foto iconica: la foto mostra, in mezzo a miliardi di stelle e pianeti, un “pallido punto blu” (il “Pale Blue Dot”).
Quel ridicolo e minuscolo granello di polvere azzurra, grande appena 0,12 pixel e casualmente incorniciato da un raggio di sole riflesso nell’obiettivo, è la Terra, su cui vivono oltre 8 miliardi di esseri umani.

In un suo libro del 1994, Sagan commentò quell’immagine con parole entrate nella storia dell’esplorazione spaziale; scrisse infatti che da quella distanza la Terra poteva non sembrare di particolare interesse, ma che per noi era qualcosa di profondamente diverso: “Guardate bene quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita”.
Per Sagan, quella fotografia rappresentava un potentissimo esercizio di umiltà: evidenziava infatti la follia delle presunzioni umane, dei conflitti e delle sopraffazioni e sfociava in un appello etico universale: l’immagine del pallido punto blu sottolinea la nostra responsabilità di trattarci l’un l’altro con più gentilezza, preservando e amando l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.

Oggi, a quasi mezzo secolo dal loro lancio, le sonde sono ufficialmente entrate nella loro faseinterstellare. Hanno superato l’eliopausa – il confine in cui il vento del Sole lascia il posto ai raggi cosmici delle altre stelle – e (incredibile!) continuano a funzionare.

Voyager 1 attualmente si trova a circa 25,4 miliardi di chilometri da noi; il suo segnale impiega oltre 23 ore e mezza per raggiungerci. Entro la fine dell’anno, la sonda si troverà a un giorno-luce di distanza dalla Terra. Per risparmiare energia, su di essa restano attivi solo il magnetometro e il sensore per le onde di plasma.

Quanto alla sonda gemella, Voyager 2, è molto più “vicina”, trovandosi a “soli” 21,3 miliardi di chilometri di distanza. Poiché la sua traiettoria punta verso sud rispetto al piano solare, oggi solo la gigantesca antenna Deep Space Network di Canberra, in Australia, riesce a “parlarle”. Di recente, per far fronte al calo termico delle batterie al plutonio, la NASA ha spento alcuni strumenti, permettendo però ad altri quattro di continuare a raccogliere dati ancora per qualche anno.
Il tempo stringe: le batterie nucleari delle sonde perdono potenza ogni anno; gli ingegneri stimano che intorno al 2030 non ci sarà più energia sufficiente per tenere accesi gli strumenti o per orientare le antenne verso la Terra. A quel punto, il cordone ombelicale si spezzerà per sempre.
Le Voyager, tuttavia, non smetteranno di viaggiare: diventeranno relitti silenziosi nel vuoto oceanico dello spazio. Tra circa 40.000 anni, la Voyager 2 passerà a “soli” due anni luce dalla stella Ross 248.

Eppure, questi due “cadaveri” porteranno con sé un tesoro inestimabile.
Infatti, a bordo di ognuna di esse, viaggia il famoso Golden Record, il disco d’oro progettato sempre sotto la regia di Carl Sagan. Il disco contiene 115 immagini codificate in frequenze acustiche (da diagrammi del DNA a scene di vita quotidiana), saluti in 55 lingue (italiano compreso), suoni naturali (pioggia, vento, battito cardiaco), 90 minuti di musica, da Bach a Chuck Berry.

La scelta di Sagan fu radicale: nel disco è omesso ogni riferimento a guerre, carestie e atrocità. L’umanità ha voluto presentare all’universo il suo volto migliore, lasciando una specie di testamento che mostra quello che siamo stati capaci di creare quando abbiamo scelto la bellezza e la scienza. È un messaggio per noi stessi: un promemoria di quello che potremmo essere se osassimo guardare al di là dei miseri confini dei nostri pixel.
Dovremmo ricordarcene, in questa mattina di fine maggio; e soprattutto dovrebbero ricordarsene quei tre leader mondiali che abbiamo citato all’inizio. Sarebbe triste che eventuali extraterrestri, decodificando il nostro “disco d’oro”, si facessero illusioni irreali sulla nostra vera condizione umana.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 31 maggio 2026 ore 8,30