Esattamente 52 anni fa, il 5 luglio 1974, moriva a Bagheria l’unico cane che io abbia mai avuto in vita mia. In realtà era una femmina, un bastardino di mastino napoletano che mio padre, insigne musicologo, aveva battezzato “Wally” (pronuncia francese “Vallì” con l’accento sulla “i”) dal titolo dell’omonima opera lirica di Alfredo Catalani (1892).
Quando, alla fine degli anni Sessanta, fu costruita la palazzina nella circonvallazione di Bagheria che sarebbe diventata in seguito la nostra abitazione, gli zii che andarono ad abitarvi per primi sentirono la mancanza di un cane da guardia; c’era infatti un giardino tutto intorno all’edificio e a quei tempi la strada era molto solitaria.
Basti dire che la nostra, quella di mio cugino Pietro Maggiore e quella del dott. Martorana furono le prime tre palazzine di questa strada, chiamata poi “Via Papa Giovanni XXIII” per un’imperiosa decisione di Pietro, che un giorno scrisse a mano e piantò un segnale stradale con questo nome, precedendo, scavalcando e ispirando il Comune di Bagheria.

Il cane da guardia fu fornito da Pietro allorché il suo terribile mastino Taba generò quattro cuccioli, i primi tre dei quali furono icasticamente chiamati Ricky, Ula e Dean; la quarta cucciola fu regalata agli zii e arrivò piccolissima nel nostro giardino nell’estate del 1968.
Io avevo allora 14 anni, non avevo mai avuto un cane (né mai più ne ho avuti in seguito); e quando venimmo in Sicilia da Genova per le vacanze estive fui perplesso, incuriosito e poi affascinato dalla simpaticissima cucciola, che scorrazzava felice per il giardino giocando con i gatti che a loro volta costituivano il piccolo zoo di casa.
In quei due mesi di ferie ebbi modo di divertirmi molto con Wally, che si era affezionata tantissimo a noi, altrettanto affettuosamente ricambiata; mio padre aveva preso l’abitudine di accarezzarla nella pancia facendola mettere con le zampette all’aria: e questa azione faceva andare la cagnetta in brodo di giuggiole.
Finite le vacanze, tornammo a Genova; e per diversi mesi ci giungevano per lettera dagli zii le notizie puntuali sulla crescita di Wally ed eravamo sempre più ansiosi di rivederla.
A Natale, finalmente, tornammo in Sicilia: arrivammo a Palermo la notte fra domenica 22 e lunedì 23 dicembre 1968, con il Treno del Sole che portò sei ore e mezza di ritardo; i parenti, che erano venuti a prenderci e che ci avevano atteso per tutto quel tempo (all’epoca era impossibile dare e ricevere notizie sui treni in viaggio), ci condussero a Bagheria, dove arrivammo alle tre di notte.
Subito, appena scesi dalla macchina, ci venne addosso un enorme cane che dapprima ci fece paura, abbaiando di un’abbaiata che solo la conoscenza della lingua canina poteva far interpretare come gioiosa: era Wally, diventata un imponente mastino adulto. Rendendosi conto di averci spaventati, l’intelligentissima nostra amica si mise a pancia all’aria agitando le zampe, implorando da mio padre le carezze di una volta.
E noi, stanchi da trenta ore di viaggio, digiuni e assonnati, scoppiammo tutti a ridere vedendo papà che accarezzava la pancia di Wally come faceva in estate.



Wally visse poco più di sei anni. Quando venivamo in Sicilia, ci faceva sempre delle enormi feste. Era un animale intelligentissimo, sensibile, giocherellone; ma “sul lavoro” era implacabile e, quando qualche sconosciuto si avvicinava troppo al giardino della villetta con intenzioni poco chiare, ringhiava rabbiosamente riuscendo a intimidirlo.
Morì il 5 luglio 1974, assassinata dal comune di Bagheria, che dissennatamente lanciò del medicinale contro i topi per le strade: Wally lo mangiò e morì. Oggi ci sarebbero stati gli estremi per una denuncia, ma allora i tempi erano diversi.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 5 luglio 2026
Durante le mie passeggiate, sento più spesso dire “megghiu i cani ca i cristiani”. Questo sentire cela una certa sfiducia nei confronti del genere umano che dovrebbe farci riflettere tutti.