“Bottiglia in mare” di Yorgos Seferis

Esiste un’inquietudine ancestrale che ci coglie quando realizziamo che il nostro procedere non è un’evoluzione, ma un cerchio. È la sensazione di essere naufraghi su una spiaggia familiare, circondati da detriti che hanno la forma dei nostri fallimenti, mentre l’orizzonte sembra sbarrato da una stasi plumbea. Il mare, “profondo e inspiegabile”, non è più una via di fuga, ma uno specchio dell’amarezza.

Yorgos Seferis (Γιώργος Σεφέρης, 1900-1971), Premio Nobel per la Letteratura nel 1963 e instancabile tessitore di memorie mediterranee, ha saputo vivisezionare ottimamente questa condizione umana. Diplomatico di professione e ramingo per destino, Seferis ha vissuto lo sradicamento come una ferita ontologica.

Nel 1935, con la pubblicazione di Μυθιστόρημα (Mythistòrima), Seferis opera una rottura radicale con la tradizione lirica greca, abbandonandone la musicalità e gli ornamenti per approdare a una lingua asciutta, essenziale, disadorna. Questa metamorfosi non è casuale: nel 1936 il poeta traduce La terra desolata (The Waste Land) di T.S. Eliot, intitolandola Η έρημη χώρα (I èrimi chòra) e assorbendone la necessità di ridurre il verso al suo nucleo di verità.

Il titolo stesso della raccolta è un ossimoro semantico; in greco moderno il termine indica il “romanzo”, ma Seferis lo aveva scisso nelle sue componenti: «mythos perché ho utilizzato in modo abbastanza visibile una certa mitologia; historìa perché ho cercato di esprimere, con qualche coerenza, una situazione altrettanto indipendentemente da me quanto i personaggi di un romanzo» (trad. M. Vitti).

L’opera è articolata in 24 poesie (tante quanti sono i canti di Iliade e Odissea), per complessivi 1.556 versi; tuttavia è evidente il contrasto fra i canti omerici, che raccontano imprese gloriose, e queste 24 liriche che invece narrano disfatte, sconfitte, ingiustizie, sensazioni cupe e paralizzanti.

In questa ottica, il mito non è più la celebrazione omerica della gloria, ma uno strumento per decifrare il presente: se Omero cantava l’eroe, Seferis introduce la figura di Elpenore, il compagno di Odisseo che rappresenta l’uomo comune, segnato dall’incapacità e dalla stoltezza. Il mito viene spogliato, diventando quello che il poeta definisce un “antichissimo dramma” (πανάρχαιο δράμα, panàrcheo dràma) che si sedimenta sotto i nostri piedi.

Per comprendere la poetica dei “rottami galleggianti” di Seferis, occorre guardare all’abisso del 1922. Il fallimento della “Grande Idea” (Megàli idèa) – il sogno di unire tutte le terre elleniche sotto la bandiera di Costantinopoli – segnò la fine di un’illusione millenaria.

Lo scambio di popolazioni con la Turchia di Atatürk fu un evento devastante: un milione e mezzo di profughi greci dall’Asia Minore si riversò in una madrepatria che contava appena quattro milioni e mezzo di abitanti. Sarebbe come se l’Italia dovesse oggi accogliere improvvisamente venti milioni di rifugiati.

Da questo collasso non nacque solo una crisi economica, ma un enorme sbandamento culturale, un brusco richiamo alla realtà. Da qui derivano le scarne liriche di Mythistòrima: «I viaggi non portati a termine, i rottami galleggianti, l’affondamento nel mare e nella pietra, le statue e i marmi rotti toccati nel vano sforzo di recuperarne il passato, gli amici periti o assenti, la commovente mediocrità dei compagni, personaggi mitici che parlano di sangue e di sciagure, l’impossibilità dell’eroismo: tutto ciò fa parte di quella sedimentazione di esperienze che confluiscono nella composizione dell’“antichissimo dramma”» (M. Vitti).

Elemento fortemente simbolico è il paesaggio greco. Come scrive Bruno Lavagnini: «Le liriche di questa silloge dicono con varietà di toni e di immagini il rimpianto di una riva perduta, il senso doloroso della grecità nelle peripezie della sua vita millenaria, che si riflette nello stesso paesaggio, arido, contorto, bruciato».

Questa monotona essenzialità diviene simbolo della pena costante dei Greci. Una concezione che emerge nitidamente già nell’incipit della lirica X: “La nostra terra è chiusa, tutta monti, / notte e giorno per tetto cieli bassi. / Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti: / poche cisterne vuote, sonanti, venerate. / Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto, / al nostro amore, pari ai nostri corpi” (trad. F. Pontani).

L’uso simbolico del paesaggio greco è evidente nella XII lirica della raccolta, “Bottiglia in mare” (Μποτίλια στὸ πέλαγο). Eccola nella traduzione di Mario Vitti:

Tre rocce pochi pini bruciati e una chiesetta deserta e più sopra

lo stesso paesaggio copiato si ripete;

tre rocce a forma di porta, rugginose

pochi pini bruciati, neri e gialli               

e una casetta quadra sepolta nella calce;          

e più su ancora molte volte

lo stesso paesaggio si ripete a balze

fino all’orizzonte fino al cielo in tramonto.

Qui approdammo col nostro naviglio per riparare i remi spezzati  

bere acqua e dormire.                                       

Il mare che ci ha amareggiati è profondo e inspiegabile

e dispiega una calma sconfinata.

Qui tra i ciottoli trovammo una moneta

e la giocammo ai dadi.

La vinse il più giovane e andò perduto.        

Ci rimbarcammo coi remi spezzati.

La poesia presenta gli elementi caratteristici del paesaggio greco che si replicano a perdita d’occhio, proiettati in uno spazio e in un tempo illimitati.

Nello scenario naturale si innesta la presenza umana: il poeta, novello Ulisse, ricorda l’approdo in quella spiaggia con alcuni compagni dopo un viaggio tormentato attraverso un mare caratterizzato da una (ingannevole?) calma piatta.

Lo “sbarco” e il “viaggio” sono evidenti metafore di una triste condizione esistenziale: il mare “ci ha amareggiati” (v. 11) e la sua “calma sconfinata” somiglia pericolosamente alla morte.

Fra i ciottoli, i marinai trovano una moneta e se la giocano ai dadi; la vince il “più giovane” (v. 15), colui che dovrebbe incarnare il futuro. Eppure, proprio nel momento della vittoria, egli “va perduto”. Il dettaglio evidenzia l’illusorietà di ogni consolazione: in una realtà dominata dal naufragio, la fortuna è una trappola. Chi vince si lega a un sistema di speranze che non ha più cittadinanza in questo “antichissimo dramma”.

Quando i superstiti riprendono il mare, c’è un’amarezza in più nei loro cuori; essi ripartono ancora “coi remi spezzati” (v. 16). La sosta non ha risolto i problemi. Eppure, il gruppo si rimbarca. Non è l’eroismo dell’Odissea, ma una “eroica accettazione della resa”, un abbandono cosciente al proprio destino. Si riparte perché il mare, per quanto amaro, è l’unico spazio possibile per chi ha compreso che la sosta è un’illusione.

La poesia di Seferis agisce come il perfetto correlativo oggettivo per il nostro disorientamento contemporaneo. In un’epoca che ci bombarda con l’obbligo dell’efficienza, il poeta ci consegna la dignità del “remo spezzato” e la cruda consapevolezza che la nostra condizione è quella di naviganti in un mare che ci ha già amareggiati.

Tuttavia, proprio in questa “essenzialità espressiva” ereditata da Eliot, troviamo la forza per non soccombere: Seferis ci insegna che l’umanità non si misura dall’integrità dei propri strumenti, ma dalla costanza del viaggio.

L’interrogativo, semmai, è proprio questo: in un mondo che sembra ripetersi identico a se stesso, come le balze di una costa bruciata dal sole, abbiamo ancora il coraggio di rimetterci in mare, sapendo che la nostra unica bussola è la consapevolezza della nostra stessa fragilità?

MARIO PINTACUDA

Palermo, 19 giugno 2026

Appendice: Il testo originale

Τρεῖς βράχοι λίγα καμένα πεῦκα κι ἕνα ρημοκλήσι

καὶ παραπάνω

τὸ ἴδιο τοπίο ἀντιγραμμένο ξαναρχίζει

τρεῖς βράχοι σὲ σχῆμα πύλης, σκουριασμένοι

λίγα καμένα πεῦκα, μαῦρα καὶ κίτρινα

κι ἕνα τετράγωνο σπιτάκι θαμμένο στὸν ἀσβέστη

καὶ παραπάνω ἀκόμη πολλὲς φορὲς

τὸ ἴδιο τοπίο ξαναρχίζει κλιμακωτὰ

ὡς τὸν ορίζοντα ὡς τὸν οὐρανὸ ποὺ βασιλεύει.

Ἐδῶ ἀράξαμε τὸ καράβι νὰ ματίσουμε τὰ σπασμένα κουπιά,

νὰ πιοῦμε νερὸ καὶ νὰ κοιμηθοῦμε.

Ἡ θάλασσα ποὺ μᾶς πίκρανε εἶναι βαθιὰ κι ἀνεξερεύνητη

καὶ ξεδιπλώνει μίαν ἀπέραντη γαλήνη.

Ἐδῶ μέσα στὰ βότσαλα βρήκαμε ἕνα νόμισμα

καὶ τὸ παίξαμε στὰ ζάρια.

Τὸ κέρδισε ὁ μικρότερος καὶ χάθηκε.

Ξαναμπαρκάραμε μὲ τὰ σπασμένα μας κουπιά.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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