Una delle più belle poesie del poeta greco Odysseas Elytis (1911-1996), premio Nobel per la letteratura nel 1979) si intitola “Autopsia” (Αυτοψία, pronuncia attuale “aftopsìa”) e fu pubblicata nella raccolta “Sei rimorsi più uno per il cielo” (Έξι και μία τύψεις για τον ουρανό, 1960).
Il testo (che ha la forma di una serie di periodi in prosa lirica, imitando una relazione medica) rispecchia la tendenza al surrealismo tipica di Elytis, presentando l’autopsia di un giovane basata non su un esame fisico del cadavere bensì sulle tracce psicologiche ed esistenziali che in esso si riscontrano.
La “storia” del defunto emerge dagli indizi che persistono nei suoi resti, trasformandosi in una ricerca interiore volta a dimostrare l’invulnerabilità morale dell’innocenza contro il predominio del Male; ne deriva un sorprendente messaggio di rinascita e speranza, per cui la morte individuale diventa il seme per futuri frutti collettivi. Elytis trasforma l’atto tragico di una necroscopia in una rivelazione sbalorditiva: la morte di un innocente non è la fine della bellezza, ma è anzi la prova scientifica della sua indistruttibilità.
La poesia pone un problema immenso, cioè il mistero di ciò che ci portiamo dentro: se oggi la nostra anima venisse sottoposta a un’analisi clinica, quali elementi emergerebbero? Se venissimo “sezionati” non per scopi medici, ma attraverso la chirurgia della poesia, che cosa troverebbero gli “anatomisti dello spirito” nelle nostre vene? E, in particolare, che cosa resta di noi quando il “Male” ci colpisce?

L’inizio è geniale, perché la prima parola è una congiunzione conclusiva, “dunque” (in greco λοιπόν, pron. “lipòn”): l’inizio coincide con la fine dell’indagine, diviene referto conclusivo, relazione sulla procedura seguita.

Il primo reperto analizzato durante questa “dissezione spirituale” riguarda l’area centrale della vita, cioè “il cuore”: «Si è dunque constatato che la radice dell’ulivo gli s’era impressa sui precordi» (Λοιπόν, εβρέθηκε ο χρυσός της λιόριζας να ‘χει σταλάξει στα φύλλα της καρδίας του; utilizzo qui la bella traduzione di Mario Vitti). Il poeta rivela subito che l’essenza dell’individuo non è composta da tessuti biologici anonimi, ma da elementi primordiali legati alla terra greca; infatti tra le “foglie del suo cuore” (tale è l’espressione idiomatica del testo originale, στα φύλλα της καρδίας του) viene rinvenuto l’oro della “liòriza”, termine composto il cui primo elemento “lio-” (λιο-) può derivare dalla parola “sole” (ἥλιος) ma anche dalla parola “ulivo” (ἐλαία); vengono dunque fuse le immagini della luce solare e dell’ulivo, suggerendo che l’identità umana sia una stratificazione di paesaggio e luce.

L’indagine si spinge però oltre la biologia vegetale: infatti nelle viscere del defunto viene rinvenuto un “rossore strano”, un calore che ha arso gli organi interni («E per aver più e più volte vegliato accanto il candeliere, in attesa dell’aurora, un rossore strano gli aveva arso le viscere»); il “rossore” non attesta un’infiammazione clinica, ma è il segno fisico del lavoro intellettuale e spirituale, attestando le innumerevoli notti trascorse dal giovane vegliando alla pallida luce delle candele, in attesa dell’aurora.

Proseguendo l’esame autoptico, Elytis propone una vera e propria anatomia ontologica: sotto l’epidermide infatti si trova “la linea turchina dell’orizzonte”, intensamente colorata, mentre nel sangue circolano “copiose tracce di azzurro” («Appena sotto l’epidermide, la linea turchina dell’orizzonte intensamente colorata aveva; e copiose tracce di azzurro nel sangue»). La geografia dell’Egeo non è una mappa esterna, ma è l’essenza stessa del sistema circolatorio.

L’elemento più paradossale emerge quando vengono esaminati i segni dell’aggressione letale subìta dalla giovane vittima: il “Male” si è manifestato in forma di aggressione violenta, con una “coltellata” che ha tentato di violare la sacralità del reale. Tuttavia, l’autopsia documenta l’«atteggiamento terribile dell’innocente» (στάση την τρομαχτική του αθώου): infatti, quando il coltello ha tentato l’affondo, le “voci degli uccelli”, tracce sonore di una natura interiorizzata nella solitudine, si sono sprigionate simultaneamente, creando una densità spirituale che ha creato una sorta di scudo, impedendo alla lama di penetrare nelle profondità dell’essere: «Le voci degli uccelli, imparate a memoria in ore di suprema solitudine, sprigionandosi tutte insieme hanno impedito al coltello di penetrare in profondità». L’innocenza non è una condizione di debolezza, ma provoca una fiera resistenza al Male; la cultura e l’amore per la natura creano una densità spirituale che resiste alla brutalità.

Vero è però che la tragedia si è compiuta e il Male è riuscito a portare a termine la sua perfida missione; e non è neppure stato necessario che il coltello raggiungesse il cuore della vittima, poiché «l’intenzione è stata sufficiente»: il Male uccide non per la forza del colpo, ma per la sua semplice esistenza, mentre la purezza della vittima non può sopravvivere allo scontro con l’odio e la slealtà («Più che altro l’intenzione è stata sufficiente a operare il Male, / che egli ha affrontato, è chiaro, nell’atteggiamento terribile dell’innocente. Aperti, fieri gli occhi, con tutto il bosco che s’agita ancora sulla retina immacolata»). Il giovane ha affrontato il Male senza essere pronto a reagire e senza sapere come affrontarlo; si ritrova così da morto nella posizione dell’innocente assoluto che non ha nemmeno lottato per salvarsi, poiché non aveva in sé istinti violenti, nemmeno quelli dell’autodifesa.

Elytis descrive il contrasto tra l’“atteggiamento terribile dell’innocente” (il corpo che subisce lo shock della violenza) e gli occhi che restano “aperti, fieri”; la retina è definita “immacolata” (ακηλίδωτον), poiché lo sguardo non è mai stato contaminato dall’inganno, dalla slealtà o dalla corruzione morale. Su questa membrana incorrotta si verifica il miracolo: l’immagine del bosco continua a “muoversi” nell’occhio del morto; la bellezza del mondo è così viva che continua a vibrare anche quando lo spettatore ha smesso di respirare, testimoniando al tempo stesso la sconfitta dell’aggressore: «Aperti, fieri gli occhi, con tutto il bosco che s’agita ancora sulla retina immacolata». Mentre il mondo esterno è dominato dalla slealtà dei carnefici, l’occhio dell’innocente custodisce la verità della natura, che continua a pulsare anche quando il respiro si ferma.
La simbiosi tra uomo e cosmo coinvolge ogni organo: nel cervello del defunto non resta nulla della logica comune, se non «un’eco di cielo distrutta», segno di una mente che ha vibrato all’unisono con l’infinito («Nel cervello nulla, tranne un’eco di cielo distrutta»). Questa assenza di residui razionali o cerebrali dimostra che l’identità del poeta è interamente sensoriale e solare; la sua mente non è un archivio di concetti, ma una risonanza della vastità celeste.

Nella conca dell’orecchio, poi, viene rinvenuta della sabbia sottile, simile a quella delle conchiglie: è la prova fisica di una vita trascorsa in solitudine lungo il mare, in ascolto del vento e dei travagli d’amore («E soltanto nella conca dell’orecchio sinistro, un po’ di sottile minutissima sabbia, come nelle conchiglie; / il che prova ch’egli molte volte aveva portato i passi lungo il mare, tutto solo, nel travaglio d’amore e nel fragore del vento»). L’uomo di Elytis non abita il mondo, ma “è” il mondo.
L’indagine anatomica si conclude sul pube, dove viene trovata della “polvere di fuoco”; non si tratta di cenere funerea, ma di un’evidente traccia dell’impulso vitale ed erotico che ha guidato il giovane: «Quanto a questa polvere di fuoco sopra il pube è indizio ch’egli anticipava di molte ore ogni qual volta s’incontrava a donna». Le “pepite di fuoco sopra il pube” (αυτά τα ψήγματα φωτιάς πάνω στην ήβη) non sono segni di concupiscenza, ma indizi di una “vittoria anticipata” sulla morte; quindi l’affermazione secondo cui il giovane «anticipava di molte ore ogni qual volta s’incontrava a donna» non va intesa solo come vigore fisico, ma come una conquista del futuro attraverso l’atto erotico. Questa vitalità residua, questo strano calore che ha arso le viscere nelle veglie creative, motiva l’azione umana e la sottrae alla caducità del tempo, proiettandola verso una fertilità immanente.

L’autopsia dunque non termina con una sepoltura, ma si trasforma in una profezia agricola: il corpo sezionato del giovane puro si trasfigura in un rito di fertilità collettiva, un sacrificio che garantisce la rigenerazione del genere umano, per cui la morte dell’innocente garantisce la continuità del genere e della terra.
La chiusura della poesia è ottimistica: «Avremo frutti precoci quest’anno»: si ha qui il grido trionfale della vita che persiste oltre la camera mortuaria; attraverso la sua dissezione ontologica, il poeta dimostra che l’uomo, se vive in armonia con la natura, possiede un’identità che nessuna violenza può schiacciare. Sebbene il corpo soccomba all’intenzione del Male, i suoi componenti restano nel mondo come eredità indistruttibile; il corpo del defunto diventa concime per il futuro e la morte è solo una fase di un ciclo di rigenerazione che porterà “nuovi frutti”.

Se poi nel giovane si volesse riconoscere (come ha ipotizzato qualche critico) il poeta stesso o, meglio ancora il suo Paese, cioè la Grecia, questa vittoria della vita sulla morte acquisterebbe un valore ancora più importante, dimostrando come l’anima greca, pur colpita individualmente, possiede una sostanza eterna che le consente di proseguire il suo corso” collettivo anche dopo i ricorrenti scontri con il “Male”.
In questa prospettiva, come spesso accade in Elytis, il Mar Egeo non va visto come un semplice sfondo geografico o turistico, ma diventa un valore costitutivo dell’identità greca e scorre letteralmente nelle vene del protagonista sotto forma di “tracce di azzurro”: il respiro e la circolazione dell’individuo sono sincronizzati con il suo mare, la vastità del mondo esterno è racchiusa nel microcosmo del corpo.
L’analisi autoptica si risolve allora in un’esperienza profondamente catartica e dimostra che l’essenza dell’individualità ellenica è fatta di elementi (azzurro, sole, sabbia) che non possono morire; non a caso l’autopsia del defunto inizia dal suo cuore, sulle cui foglie si trovano tracce di gocce d’oro della “liòriza”, termine che (ripetiamo) indica sia la radice dell’ulivo che la radice del sole, riferendosi con entrambi i significati a elementi dominanti nella natura greca. Come scrive Konstandinos Mandis, «il giovane aveva conosciuto il languore dell’amore, il dolore della solitudine, ma aveva anche accettato i doni della natura greca, con cui essenzialmente si identifica, permettendo al lettore di riconoscere nel volto del giovane l’intero popolo greco e lo spazio greco. Il colpo che il giovane riceve viene ricevuto dall’anima greca nel suo insieme, ma, come lui, riesce anche a proseguire il suo corso» (cfr. https://latistor.blogspot.com/2024/06/blog-post_29.html).
In questa ottica, l’innocenza non è una condizione di ingenuità, ma una “posizione terribile” e invincibile; è la misura della moralità che il poeta offre al mondo; essa disarma il male non attraverso la forza, ma attraverso la propria incorruttibilità ontologica.
Attraverso il corpo dell’innocente ucciso, Elytis insegna che la morte è solo l’ultimo velo che, una volta rimosso, rivela lo splendore definitivo della sacralità mediterranea.
Il messaggio di Elytis è di un’attualità straordinaria, soprattutto in un momento storico in cui le vittime innocenti sembrano sopraffatte dalla bestiale crudeltà del Male dilagante; la speranza del poeta, pur partendo dall’evento tragico di una morte violenta, si basa sulla convinzione che l’essenza dell’individuo sia indistruttibile e parte integrante di un ciclo naturale eterno.
In questa prospettiva, l’innocenza non è una debolezza, ma una forza morale capace di resistere al Male: anche se il corpo soccombe, l’integrità spirituale (rappresentata dalle “voci degli uccelli” che fanno da scudo) impedisce alla violenza di violare il nucleo profondo dell’essere; e alla fine il corpo sezionato dell’innocente si trasfigura in concime per la terra, diventando un seme che garantisce la rigenerazione collettiva del genere umano.
La speranza nasce dal miracolo della “retina immacolata”: lo sguardo del giusto, non contaminato dal male, continua a proiettare l’immagine del mondo (il bosco che si agita) anche dopo il decesso. La bellezza sopravvive al respiro.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 12 marzo 2026
P.S.: Allego qui di seguito la traduzione italiana di Mario Vitti e il testo originale di Elytis.

TRADUZIONE DI MARIO VITTI
Si è dunque constatato che la radice dell’ulivo gli s’era impressa sui precordi.
E per aver più e più volte vegliato accanto il candeliere, in attesa dell’aurora, un rossore strano gli aveva arso le viscere.
Appena sotto l’epidermide, la linea turchina dell’orizzonte intensamente colorata aveva; e copiose tracce di azzurro nel sangue.
Le voci degli uccelli, imparate a memoria in ore di suprema solitudine, sprigionandosi tutte insieme hanno impedito al coltello di penetrare in profondità.
Più che altro l’intenzione è stata sufficiente a operare il Male,
che egli ha affrontato, è chiaro, nell’atteggiamento terribile dell’innocente. Aperti, fieri gli occhi, con tutto il bosco che s’agita ancora sulla retina immacolata.
Nel cervello nulla, tranne un’eco di cielo distrutta.
E soltanto nella conca dell’orecchio sinistro, un po’ di sottile minutissima sabbia, come nelle conchiglie;
il che prova ch’egli molte volte aveva portato i passi lungo il mare, tutto solo, nel travaglio d’amore e nel fragore del vento.
Quanto a questa polvere di fuoco sopra il pube è indizio ch’egli anticipava di molte ore ogni qual volta s’incontrava a donna.
Avremo frutti precoci quest’anno.
TESTO ORIGINALE
Λοιπόν, εβρέθηκε ο χρυσός της λιόριζας να ‘χει σταλάξει στα φύλλα
της καρδίας του.
Κι από τις τόσες φορές οπού ξαγρύπνησε, σιμά στο κηροπήγιο, καρ-
τερώντας τα χαράματα, μια πυράδα παράξενη του ‘χε αρπάξει τα
σωθικά.
Λίγο πιο κάτω από το δέρμα, η κυανωπή γραμμή του ορίζοντα έντονα
χρωματισμένη. Και άφθονα ίχνη γλαυκού μέσα στο αίμα.
Οι φωνές των πουλιών, που ‘χε σ’ ώρες μεγάλης μοναξιάς αποστηθί-
σει, φαίνεται να ξεχύθηκαν όλες μαζί, τόσο που δεν εστάθη βο-
λετό να προχωρήσει σε μεγάλο βάθος το μαχαίρι.
Μάλλον η πρόθεση άρκεσε για το Κακό
Που τ’ αντίκρισε -είναι φανερό- στη στάση την τρομαχτική του
αθώου. Ανοιχτά, περήφανα τα μάτια του, κι όλο το δάσος να σα-
λεύει ακόμη πάνω στον ακηλίδωτον αμφιβληστροειδή.
Στον εγκέφαλο τίποτε, πάρεξ μια ηχώ ουρανού καταστραμμένη.
Και μονάχα στην κόγχη από τ’ αριστερό του αυτί, λίγη, λεπτή, ψι-
λούτσικη άμμο, καθώς μέσα στα όστρακα. Οπού σημαίνει ότι
πολλές φορές είχε βαδίσει πλάι στη θάλασσα, κατάμονος, με το
μαράζι του έρωτα και τη βοή του άνεμου.
Όσο γι’ αυτά τα ψήγματα φωτιάς πάνω στην ήβη, δείχνουν ότι στ’ α-
λήθεια πήγαινε ώρες πολλές μπροστά, κάθε φορά οπού έσμιγε
γυναίκα.
Θα ‘χουμε πρώιμους καρπούς εφέτος.