“Luglio, col bene che ti voglio…”

Nel 1968 la manifestazione canora “Un disco per l’estate” fu vinta dal cantante fiorentino Riccardo Del Turco (cognato di Sergio Endrigo e oggi ottantaseienne) con la canzone “Luglio”, musicata dallo stesso Del Turco su testo di Giancarlo Bigazzi.

Il mio vecchio vinile
La classifica finale di “Un disco per l’estate” – 15 giugno 1968

Il brano, caratterizzato da una semplice linea melodica, fu un grande successo: restò al primo posto della Hit Parade, nel mese omonimo, per due settimane. Nel 45 giri il lato B (definizione che all’epoca aveva un significato ben diverso da ora…) conteneva la canzone “Il temporale” (che voleva così forse contrapporsi ideologicamente al lato A).

Il testo racconta la preoccupazione di un innamorato in ansiosa attesa della sua amata, che gli ha promesso di correre da lui “in riva al mare” ma sta inopinatamente tardando: «Luglio, col bene che ti voglio / vedrai non finirà / ja ja ja ja / Luglio m’ha fatto una promessa: / l’amore porterà / ja ja ja ja».

Su questo “ja ja ja ja” non occorre pensare ad improbabili influssi della lingua tedesca, perché in realtà nacque in studio come un semplice riempitivo per fare ritmo; la cosa curiosa è che piacque così tanto da essere mantenuto anche nelle versioni in inglese e in francese, a dimostrazione di come, nella musica leggera, l’intuizione ritmica superi spesso il senso semantico, diventando un marchio di fabbrica universale.

Ma continuiamo a seguire il testo della canzone. Dopo l’esultante inizio, l’uomo ha un flash-back memoriale: «Anche tu, in riva al mare / tempo fa, amore, amore / mi dicevi “Luglio ci porterà fortuna”; / poi non ti ho vista più».

Come si vede, la frase “storica” di lei (“Luglio ci porterà fortuna”) è diventata una sorta di epitafio, dato che la donna si è volatilizzata, provocando la disperazione del boyfriend: «Vieni, da me c’è tanto sole, / ma ho tanto freddo al cuore / se tu non sei con me».

L’uomo però insiste: «Luglio si veste di novembre / se non arrivi tu / ja ja ja ja / Luglio: sarebbe un grosso sbaglio, / non rivedersi più / ja ja ja ja». Il tapino le sta proprio provando tutte: la metafora del vestito, la rima intimidatoria “luglio/sbaglio”, l’anafora insistita del misterioso “ja ja ja ja”.

Il messaggio si fa più insistente, esplicito e privo di fronzoli: «Ma perché in riva al mare / non ci sei, amore, amore? / Ma perché non torni? / È luglio da tre giorni / e ancora non sei qui!». L’invocazione si chiude con un’appassionata “peroratio”: «Vieni, da me c’è tanto sole, / ma ho tanto freddo al cuore / se tu non sei con me».

La situazione sembra bloccata; ma la notte, si sa, porta consiglio e la mattina dopo il risveglio del tormentato cantore appare più lieto: «Luglio, stamane al mio risveglio / non ci speravo più / ja ja ja ja! / Luglio, credevo ad un abbaglio / e invece ci sei tu / ja ja ja ja. / Ci sei tu, in riva al mare / solo tu, amore, amore! / E mi corri incontro, / ti scusi del ritardo, / ma non mi importa più».

Insomma, lei è arrivata! Era stato solo un banale ritardo. Dovuto a che cosa? Ogni ipotesi è lecita: 1) traffico allucinante in autostrada; 2 sciopero di treni o aerei (non improbabile già in era pre-salviniana); 3) tormento esistenziale della donna, forse tentata nel frattempo da qualche nuova passione. Comunque sia, il lieto fine è rimarcato con soddisfazione dall’esultante innamorato: «Luglio ha ritrovato il sole: / non ho più freddo al cuore / perché tu sei con me».

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la canzone “Luglio” non nacque da un’osservazione casuale sotto l’ombrellone. L’idea portante affondava invece le radici nella letteratura orientale, come ebbe modo di raccontare lo stesso Del Turco in un’intervista: «L’idea del testo venne a me: avevo letto una poesia di un autore cinese, un’allegoria sulla mietitura. Cominciai a meditare su questa idea di luglio che ritorna tutti gli anni, e pensai che era una cosa carina per una canzone». Questa allegoria rurale, trasportata dalla terra al mare, si trasformava in una sorta di concezione (come si direbbe oggi) della “ritornanza”: il mese di luglio diventava una sorta di personaggio mitologico, una divinità che “promette l’amore” e che, come il raccolto, non può mancare all’appuntamento annuale. Ne derivava un paradosso affascinante: un successo percepito come l’emblema della modernità urbana e vacanziera poggiava su una metafora contadina basata a sua volta sulla ciclicità del tempo.

Nella stessa intervista Del Turco ricordava il “pedigree” tecnico del brano, che era tale da fare invidia ai critici più severi: l’arrangiamento fu curato da un giovane Luis Bacalov (futuro premio Oscar) e tra i musicisti in studio figuravano i fratelli Guido e Maurizio De Angelis (che avrebbero fatto la storia come Oliver Onions) insieme a Rodolfo ‘Foffo’ Bianchi, che poi fu produttore di Renato Zero e Baglioni. Quanto al successo straordinario del fortunato motivetto, Del Turco lo attribuiva a questi elementi: «un po’ la semplicità, che la rendeva canticchiabile, un po’ il coretto, che era un mio pallino… E poi non aveva l’aggressività delle canzoni di adesso, che vengono imposte alla gente in modo martellante».

Dal punto di vista commerciale, “Luglio” è un prodigio di persistenza. Secondo i dati SIAE, il brano siede stabilmente nell’Olimpo delle canzoni estive più suonate di sempre, insieme a monumenti come “Sapore di sale” di Gino Paoli e “Azzurro” di Celentano; e con legittima soddisfazione Del Turco poté affermare che «“Luglio” ha un vantaggio che ha anche “Last Christmas” degli Wham: è destinata a tornare ogni anno – sempre che non cambino nomi ai mesi» (per questa intervista, cfr. https://www.rockol.it/news-715119/riccardo-del-turco-la-storia-della-canzone-luglio).

Ovviamente, però, non mancarono le critiche alla “leggerezza” del brano. Del resto poteva mai mancare, soprattutto in quel fatidico 1968, la tentazione di deplorare ogni scivolone nella “banalità” o la “necessità” di ironizzare (almeno in pubblico) su testi “leggeri” e lontani da ogni implicazione sociopolitica?

Finale di “Un disco per l’estate” – Salone del Casino de la Vallée di Saint Vincent – 15 giugno 1968 [foto tratta da una copia in mia possesso del “Radiocorriere Tv” n. 26 del 23-29 giugno 1968, p. 35]

Eppure le classifiche dei dischi di allora evidenziavano che i brani più graditi alla gente erano sempre le melodiche canzoni d’amore. Basti citare la Hit Parade di venerdì 5 luglio 1968: 1) “Luglio” (Riccardo Del Turco); 2) “La bambola” (Patty Pravo); 3) “Ho scritto t’amo sulla sabbia” (Franco IV e Franco I); 4) “Delilah” (Tom Jones); 5) “Non illuderti mai” (Orietta Berti); 6) “Angeli negri” (Fausto Leali); 7) “Azzurro” (Adriano Celentano); 8) “L’amore è blu” (Paul Mauriat).

Non a caso Del Turco in un’altra intervista dichiarò: «Ho cercato di andare più vicino alla gente, che in fondo, qualsiasi cosa si dica, è l’unico vero giudice. Una canzone che ottiene l’approvazione del pubblico va sempre rispettata. […] Allora i critici sparavano a zero, e “Luglio” era un bersaglio facile – io non capivo perché non desse fastidio che i Beatles facessero “Obladì-obladà”».

“Luglio” ebbe anche delle versioni in lingua straniera: in Francia e in Canada raggiunse pure il primo posto nell’esecuzione di Joe Dassin, con il titolo “Le petit pain au chocolat”; qui la vicenda si trasforma in una curiosa storia d’amore al contrario, giacché qui è la ragazza che, malgrado la sua bellezza, non viene notata dal fornaio ove va a comprare il rotolo di cioccolato, salvo a capire poi che il ragazzo è fortemente miope! Ma c’è un lieto fine: la ragazza compra gli occhiali al fidanzato, i due si sposano e fanno tanti figli, tutti miopi, che corrono felici nel negozio mangiando dolci al cioccolato. È l’ironia suprema della musica pop: una melodia ispirata a un’allegoria cinese sulla mietitura diventa, a Parigi, l’inno nazionale della pasticceria e delle diottrie mancanti.

Ci fu pure una versione inglese, intitolata “Something’s happening”, interpretata dal gruppo Herman’s Hermits.

Si può quindi concludere che la validità di una canzone risiede proprio nella sua capacità di farsi canticchiare da tantissime persone, estate dopo estate, nella forma di un ritornello che non passa mai di moda.

P.S.: La canzone, per chi non la conoscesse o non la ricordasse, si trova su YouTube (ad es. al link https://www.youtube.com/watch?v=9CrshXOv4ck).

MARIO PINTACUDA

Palermo, 4 luglio 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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