La famosa favola di Esopo che ha per protagonisti il lupo e l’agnello, ripresa poi dal poeta latino Fedro, viene oggi ricordata da Michele Serra in un articolo pubblicato su “Repubblica”, dal titolo “Il primato dell’io senza misura”.
Per capire meglio il riferimento, riporto anzitutto la traduzione del testo di Fedro:
«Allo stesso rivo erano giunti il lupo e l’agnello spinti dalla sete; in alto stava il lupo e molto più in basso l’agnello (“superior stabat lupus / longeque inferior agnus”). Ed ecco che il predone (“latro”), stimolato dalla sua gola maledetta, tirò fuori un pretesto per litigare. “Perché”, disse, “mi hai intorbidato l’acqua proprio mentre bevevo?”. E il batuffolo di lana (“laniger”), pieno di paura, risponde: “Scusa, lupo, come posso fare quello che recrimini? È da te che scende giù l’acqua fino alle mie labbra”. Respinto dalla forza della verità (“repulsus ille veritatis viribus”), il lupo esclama: “Sei mesi fa hai sparlato di me”. L’agnello ribatte: “Io? Io non ero ancora nato”. “Perdio”, lui dice, “è stato tuo padre a sparlare di me”. E così lo abbranca e lo sbrana, uccidendolo ingiustamente (“Atque ita correptum lacerat iniusta nece”). Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con false accuse» (trad. G. Solimano).
Per secoli i lettori di ogni epoca hanno solidarizzato con il povero agnello, deplorando l’arroganza e la crudeltà gratuita del lupo.
Per secoli è stata condannata, pressoché da tutti, la tendenza della belva a trovare pretesti, a negare l’evidenza della verità, a imporre con la forza bruta le proprie ragioni.
Per secoli, generazioni e generazioni di esseri umani avrebbero sottoscritto la morale finale, che condanna senza appello coloro che “opprimono gli innocenti con false accuse”.
Oggi, in questo anno venti-ventisei di questo ineffabile secolo XXI, non è più così: oggi infatti una ex minoranza violenta, arrogante e disumana, che sta diventando gradualmente maggioranza, sta sovvertendo le regole della morale (o di quel poco che ne resta), della convivenza civile e del reciproco rispetto fra persone.
Ecco dunque che Michele Serra fa esplicito riferimento al peggiore dei “lupi” del nostro tempo, cioè l’attuale presidente degli Stati Uniti. Serra inizia facendo il punto della situazione dopo il vertice Nato tenutosi ad Ankara: «La raffica di insolenze e giudizi sommari che Trump ha distribuito al vertice Nato ai suoi (teorici) alleati europei aggiunge ben poco al formidabile cumulo di umiliazioni inferte, regole calpestate, convenzioni ignorate. Si direbbe che la misura è colma se avesse un qualche senso parlare di misura di fronte a un uomo che ha pubblicamente dichiarato “quali sono i miei limiti lo stabilisco io”. Se le parole contano, questa breve frase vale, da sola, a capire di che cosa stiamo parlando: la democrazia, che è il regno del limite condiviso, ha partorito, democraticamente, il suo esatto contrario».
Serra a questo punto si pone un quesito: «La vera domanda, a questo punto, quella che pesa come un macigno, è come sia possibile che una persona di questo stampo, uno che nessuno inviterebbe a cena per paura che insulti gli altri ospiti e faccia deportare la cuoca, sia alla Casa Bianca».
L’articolista allora cerca delle motivazioni “razionali” che spieghino questa “assurdità”: «Va bene, la working class che si sente tradita dai dem e minacciata dalla globalizzazione; va bene, gli eccessi opprimenti del politically correct; bene, il riscaldamento climatico è solo una bufala messa in giro dai menagramo e dai comunisti, così possiamo continuare a tenere il condizionatore a 19 gradi e cuocere sul barbecue una vacca al giorno pro-capite, God Bless America». Ma queste considerazioni non bastano a spiegare il fenomeno in atto; la verità vera, invece, è di gran lunga peggiore: «Ci si deve arrendere all’idea che sparare con la pistola a chi credeva fosse un incontro di fioretto è, per molte persone, una soluzione praticabile, e forse sperabile. Lo spavento e la confusione che il mondo ci scarica addosso rendono legittima qualunque via d’uscita, non importa se sleale o scorretta o violenta. Nella vasta umanità che ama Trump, non solamente in America, e lo rivoterà o voterà per i suoi emuli, sopraffare gli altri, se dagli altri ti senti minacciato, poco importa se in modo concreto o fantasmatico, è legittima difesa. Tra essere il lupo o l’agnello meglio essere il lupo, e meglio ancora esserlo nella maniera di Esopo: ‘superior stabat lupus’, il lupo stava più in alto, lungo il corso del torrente, ma accusò l’agnello, più a valle, di intorbidargli l’acqua. E con quel pretesto se lo mangiò. Sui social, in molti applaudirebbero».
La conclusione di Serra, come si vede, è desolante: oggi il lupo crudele ha alle sue spalle una “vasta umanità” che lo ama, che è pronta a rivotarlo e che in nessun modo è disposta a impietosirsi per gli “agnelli” di turno. Per gli agnelli sarà inutile fare appello alla verità, all’evidenza, alla logica, alla coerenza: qualunque cosa diranno, faranno o penseranno, avranno torto. E sui social, Bibbia eretica del nostro tempo, potranno pure essere sbeffeggiati, derisi e spernacchiati.
A questo “primato dell’io senza misura”, così drammaticamente denunciato da Serra, esiste ancora un modo di opporsi? C’è ancora spazio per una riscossa degli agnelli? O i “lanigeri” dovranno rassegnarsi per sempre a chinare la testa di fronte ai “ladroni”?
Le prospettive non appaiono rosee. Il quadro che Serra vede nella realtà americana non differisce molto da quella di altri Paesi, Italia compresa. Nel nostro Paese senza più regole, senza più valori e senza più memoria, la sconfitta degli “agnelli” appare assoluta e irreversibile.
Che fare, allora?
Anzitutto, potremmo consigliare alla nostra leader di leggere (fra l’altro è in una lingua a lei ben nota) questa poesia in cui Trilussa “riscriveva” così la favola di Fedro: «- Che ne pensi de me? – / chiese un Lupo a l’Agnello. / Naturarmente, quello / se n’uscì con un “bee”… / – Spièghete mejo, sbrìghete… / – Ah – dice – no davero! / Me sento troppo debole/ pe’ diventà sincero».
Il dramma contemporaneo, però, è che l’agnello di oggi non risponde nemmeno più con un “bee” di sottomissione o di paura: spesso preferisce travestirsi da lupo pur di partecipare al banchetto della sopraffazione.
Viceversa, si dovrebbe smettere di cercare la diplomazia con chi calpesta le regole. Restare lucidi, denunciare il pretesto e difendere la verità – anche quando i social applaudono il carnefice – è l’unico modo rimasto per salvare la dignità. La riscossa degli agnelli comincia dal rifiuto di belare nel coro dei lupi.
MARIO PINTACUDA
Palermo, 9 luglio 2026