Vasas Budapest – Inter 0-2, 8 dicembre 1966: ricordo di Sandro Mazzola

Di Sandro Mazzola, il grandissimo campione scomparso questa notte all’età di 83 anni, si potrebbero ricordare innumerevoli episodi che ne dimostrano la straordinaria dimensione sportiva e umana.

Io, non interista e genoano da sempre, ero però (come tantissimi Italiani di allora) un convinto ammiratore della grande Inter di Helenio Herrera, di cui ancora ricordo a memoria la formazione: Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez, Corso.

Questa fu appunto la squadra scesa in campo in una partita storica di Coppa dei Campioni (l’antenata dell’attuale caotica Champions League), che in omaggio a Mazzola voglio ricordare oggi e che si svolse a Budapest l’8 dicembre 1966, quasi sessant’anni fa.

Io avevo allora 12 anni e vidi con mio padre dalle 18 questa partita in Tv (ovviamente in bianco e nero).

Dal “Radiocorriere TV” n. 49 del 1966

Da allora, non potei mai dimenticare la straordinaria prestazione di Mazzola, che fu autore dei due goal con cui l’Inter eliminò il Vasas Budapest vincendo in casa degli ungheresi e passando così ai quarti di finale della Coppa dei Campioni (così si chiamava allora).

Conservo la pagina del “Corriere della Sera” dell’indomani, venerdì 9 dicembre 1966, che titola a nove colonne così: “L’INTER VINCE: PROTAGONISTA MAZZOLA”. Questo era il sottotitolo: «Esaltante prova collettiva dei campioni d’Italia – L’attacco del Vasas, considerato una irresistibile macchina da gol, è stato fermato dalla “muraglia” difensiva dei nerazzurri: una retroguardia formidabile per l’automatismo dei movimenti, degli scambi e per il tempismo dei contrasti – Bravissimi Picchi, Facchetti e Burgnich – Sarti chiamato a tre interventi di alta classe – I magiari, costretti ad attaccare dopo la sconfitta di San Siro, si sono esposti al contropiede». Su Mazzola, allora ventiquattrenne un altro titolo diceva: “Ha fatto ricordare Meazza”.

L’articolo sulla partita, bellissimo a livello anche stilistico (come si usava allora), fu scritto da Gino Palumbo. Il giornalista metteva anzitutto in luce come il “catenaccio” difensivo dell’Inter fosse non una rinuncia al gioco o un tentativo di “non prenderle”, bensì una vera tattica micidiale per gli avversari: «Infatti quando il Vasas s’è lanciato all’attacco all’inizio della partita, l’Inter è stata prontissima a rispondere con manovre offensive meno serrate, ma più insidiose. Dopo un quarto d’ora di gioco, il Vasas non aveva ancora effettuato un tiro in porta: l’unico tiro che verso la porta era stato indirizzato l’aveva deviato Picchi di testa, e l’Inter aveva già sfiorato il primo gol, chiamando ad un difficile lavoro il portiere magiaro. Ciò ha avuto una importanza psicologica notevolissima, in quanto ha fatto capire subito agli ungheresi che la partita non sarebbe stata giocata ad una porta sola; ed anche loro avrebbero potuto correre numerosi rischi».

Si capì subito, dunque, che l’Inter (che all’andata aveva vinto 2-1) non avrebbe perso quella partita: «Il filtro a centrocampo lo curava Corso, splendido Corso, sempre pronto a contrastare un avversario, anche a rincorrerlo, e nello stesso tempo sempre felice nello sfruttare tutti i palloni rimandati dalla retroguardia per trasformarli in limpidi inviti per il contropiede. Intorno a Corso, l’andirivieni instancabile di Domenghini, il dinamismo di Bedin, l’esperto senso della posizione di Suarez. E, alle spalle di questo filtro, ecco la “grande muraglia”, una difesa formidabile, nella quale l’automatismo dei movimenti e degli scambi, il tempismo nei contrasti, ha toccato stasera i vertici della perfezione. Non uno sbandamento, non una incertezza, non una pausa».

In questo modo fu vanificato «il grande attacco del Vasas, considerato come una irresistibile macchina da gol». A questo punto, però, il protagonista diventò Sandrino Mazzola: «Poi ha pensato Mazzola a trasformare un’affermazione in un trionfo. I suoi due gol rappresentano altrettanti capolavori: non c’è in essi solo il puntiglio di un ragazzo che ha voluto caparbiamente la sua affermazione; c’è l’esplosione sbalorditiva di un giocatore di classe, al quale ormai più nessun traguardo si nega nell’ambito del calcio mondiale».

Il primo goal di Mazzola, al 40’ del primo tempo, fu qualcosa di magico, di strepitoso, di epico; dopo sessant’anni lo ricordo ancora, ma per raccontarlo mi affido di nuovo alla magica penna di Gino Palumbo: «Il pallone lo portò avanti Bedin e lo passò al compagno che insieme a Jair s’era accollato il compito di rappresentare l’intera prima linea nerazzurra con veloci e fastidiose sgroppate in contropiede, alle quali di tanto in tanto partecipavano anche Domenghini e Bedin. Quando Mazzola ricevette la palla, i difensori ungheresi tentarono di metterlo in fuori gioco, come essi spesso usano, compiendo tutti un passo avanti. Ma il guardalinee, attentissimo, fece segno di continuare: quando il pallone era partito, Mazzola si trovava in posizione regolarissima. I nerazzurri avanzarono in tre: Mazzola con la palla, Bedin e Domenghini ai suoi fianchi, quasi a fargli da valletti d’onore. Il portiere uscì contro Mazzola che lo scartò, portandosi però troppo sulla destra. Qualcuno osservò che Mazzola, a questo punto, avrebbe dovuto passare la palla a Bedin; se lo avesse fatto l’azione sarebbe stata interrotta per fuori gioco. L’occasione parve comunque sfumata: ormai molti difensori ungheresi erano velocemente rientrati, il portiere stava tornando verso la porta, sulla linea bianca si era appostato Meszoly. Ma Mazzola non si dava per vinto: dalla destra, alla stregua di uno sciatore impegnato, in un velocissimo, diabolico slalom, passò fra due, tre, quattro uomini e tornò verso l’area di rigore. Dalle tribune, nel silenzio provocato dai timori degli ungheresi, si sentiva gridare in italiano, da voci roche ed eccitate: «Tira, tira, tira». Il ragazzo continuò ad incunearsi tra un difensore e l’altro, tutti come paralizzati dalla sua spavalda sicurezza e quando si ritrovò in posizione di tiro, fulminò in rete: fu uno dei gol più lunghi nella sua esecuzione, uno dei più sofferti, uno dei più entusiasmanti. Soggiogati anch’essi dalla bellezza di quel gol, gli ungheresi commentarono: “È un gol come solo Albert sa fare”; e gli italiani, invece, ricordavano Meazza. Ma forse un gol così bello s’è visto raramente su un campo di calcio».

A questo punto il gioco era già fatto: gli ungheresi avrebbero dovuto segnare due gol all’Inter per rinviare la soluzione alla “bella” (allora si disputava in caso di parità dopo due incontri una terza partita); ma, come scrive Palumbo, «solo chi non conosce l’Inter poteva ancora sperare». Nondimeno, nella ripresa, il Vasas iniziò una furiosa e disperata offensiva. L’arbitro, per rabbonire il pubblico ungherese, concesse una pericolosissima punizione in due tempi in area nerazzurra, che però fu neutralizzata da una prodezza del fenomenale portiere Sarti.

Poi, al 20’, fu ancora Mazzola a seppellire le ultime illusioni degli avversari: «Il suggerimento fu di Corso, verso Jair. Il negretto [all’epoca non esisteva il “politicamente corretto”, NDA] andò via velocissimo e, visto Mazzola scattato sulla destra, lo servì con un lancio perfetto. Mazzola agganciò la palla al volo, sgusciò ancora una volta con sconcertante sicurezza fra due avversari, finse il tiro, ingannò il portiere e poi lo superò con un “pallonetto”. Chissà se la televisione avrà mostrato la scena: il pallone che beffardamente rotola verso la rete e il portiere che, strisciando sul terreno, protende disperatamente una mano nella speranza di afferrarlo. Il silenzio glaciale con cui quel gol – un altro capolavoro di classe e di intelligenza – fu accolto dalla folla magiara, confermò che ormai la partita era finita. Se ne convinse anche il Vasas: se Jair non avesse mancato una facile occasione, il punteggio sarebbe stato ancor più pingue».

La conclusione dell’articolo di Gino Palumbo era quanto mai esaltante e ottimistica: «Molti spettatori cominciarono ad abbandonare lo stadio. Il Vasas era ormai eliminato dalla Coppa dei Campioni: ancora una volta chi si era illuso di aver piegato l’Inter prima ancora d’affrontarla, era stato clamorosamente smentito dai fatti. Questa volta non hanno avuto peso soltanto il carattere, la grinta, l’orgoglio, la forza di reazione, caratteristiche abituali della compagine nerazzurra; stavolta c’è stata anche la manovra, ci sono state le prodezze dei giocatori, c’è stato il trionfo della squadra. La riconquista della Coppa dei Campioni è da stasera traguardo più vicino. E l’Inter ha dimostrato d’esserne degna».  

Un ritaglio dal “Corriere della Sera” del 9.12.66; a penna aggiunsi le altre due squadre che si qualificarono alcuni giorni dopo ai “quarti”

Non andò così: ai quarti l’Inter sconfisse due volte il Real Madrid (1-0 a San Siro e un altro favoloso 2-0 al Bernabeu), ma in semifinale fece molta fatica ad eliminare il Cska Sofia e, dopo due pareggi, fu necessario uno spareggio (disputato a Bologna) per mandare l’Inter in finale (1-0 ai bulgari con gol di Cappellini). La finale, Inter-Celtic Glasgow, si giocò il 25 maggio 1967 a Lisbona: dopo un rigore realizzato da Mazzola al 7’, l’Inter fu assediata dagli scozzesi e si chiuse nel suo “catenaccio difensivo”, lasciando però stavolta l’iniziativa agli avversari, che pareggiarono al 63’ e passarono in vantaggio all’84’, sconfiggendo i nerazzurri.

Peccato, perché quella magica Coppa dei Campioni resta nella memoria di tutti i ragazzi di allora, interisti e non (a quei tempi si poteva anche tifare per una squadra che non fosse la propria ed astenersi così dai vomitevoli rituali con cui oggi si rema contro le squadre del proprio Paese nelle manifestazioni internazionali).

Per chiudere, riporto il contenuto di alcuni commenti, sempre tratti dal “Corriere” di allora: il commissario tecnico dell’Inter, Moratti, definì Mazzola “attaccante di eccezionale freddezza”; Gipo Viani (ex allenatore del Milan) paragonò il giocatore a Schiaffino; Giacomo Bulgarelli, capitano del Bologna, affermò che “un Mazzola così non si era mai visto”.

Io, quella sera dell’8 dicembre 1966, nella mia casa di Corso Sardegna a Genova, ragazzino di 12 anni, al termine della telecronaca di Nando Martellini non riuscivo nemmeno a sedermi a tavola per la cena: ero euforico, entusiasta per il magico momento sportivo appena vissuto.

L’indomani, quando mio padre acquistò come sempre il “Corriere della Sera”, lessi avidamente l’articolo di Gino Palumbo rivivendo le emozioni della sera prima; e conservai quel giornale che, ingiallito e sbiadito, è ancora qui nelle mie mani. Oggi quel bel ricordo è adombrato dalla malinconia per la triste notizia della scomparsa di Sandro Mazzola.

In conclusione, doverosamente, aggiungo un altro ricordo.

Io Mazzola lo vidi, “pirsonalmente di pirsona”, a meno di un metro di distanza da me a Villa Igiea, il 28 dicembre 1972, durante il matrimonio di mio cugino Totuccio Pintacuda con Annamaria Monastero. L’Inter infatti era venuta a Palermo per affrontare i rosanero (la partita fu sabato 30 dicembre e fu vinta dai nerazzurri per 2-0) e soggiornava a Villa Igiea; mia madre, che era accanto a me in un salone dell’hotel, avvistò i giocatori e ci avvicinammo fulmineamente, ma altrettanto rapidamente loro svicolarono via: ci fu solo il tempo per un salutino con la mano, cui Mazzola rispose con un sorrisetto arguto.

Vorrei rinnovarglielo ora, questo saluto, questo “ciao” con la mano. Sperando che porti sempre con sé, anche dove è andato oggi, quel sorriso sereno e cordiale.

MARIO PINTACUDA

Palermo, 19 settembre 2026

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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