La pensione di Montalbano

Ho trovato un palese apocrifo, un abbozzo di racconto che ha per protagonista il commissario Montalbano. Autore non è sicuramente Andrea Camilleri: troppo diversa la scrittura, che non è articolata nell’inconfondibile stile del Maestro. Però il personaggio è indubbiamente quello, le cose che fa e che dice sono quelle che ci aspettiamo che faccia e che dica.

Solo che è un Montalbano strano, diverso. Sarà che, come si deduce dal testo, è ormai in pensione; e questo è indizio fortemente anticamilleriano, perché il grande scrittore aveva preannunciato che il suo personaggio sarebbe sparito dalla scena senza morire e senza andare in pensione (come in effetti avviene nel libro-testamento Riccardino).

Ma allora, chi ha osato impadronirsi del personaggio e farlo vivere abusivamente? Forse qualcuno che ha letto queste righe di Maria Corti, insigne filologa e semiologa milanese, che invita a riflettere sulla potente vitalità di certi personaggi, che sopravvivono alla scomparsa dei loro autori: “Noi moriamo, diventiamo polvere e non ci siamo più; loro, i fantasmi di quel teatro dell’immaginario che è la letteratura, escono dalla vita del testo senza morire, anzi continuano a popolare la vita degli uomini; non appartengono a nessuno e appartengono a tutti”.

Nel trascrivere da un dattiloscritto non dilavato e graffiato le prime pagine di questo strano testo, preciso che esso è preceduto da un trafiletto di giornale, assolutamente autentico, che descrive una burrasca terribile abbattutasi sulla costa ligure di levante il 30 ottobre 2018. Vi si legge così: “Scene di distruzione hanno accolto gli abitanti di Boccadasse al loro risveglio: la mareggiata che nella notte ha seminato distruzione per tutta la Liguria ha colpito duramente anche la costa genovese. Uno dei punti della città maggiormente danneggiati è Boccadasse dove gli stabili più vicini al livello del mare sono stati allagati, spesso le porte e le finestre sono state spazzate via dalla forza delle onde, che hanno sbriciolato cemento e asfalto, scagliando le grosse rocce dei moli come sassolini sulla riva”.

Ecco dunque il testo del racconto, che non ha titolo (se ne trovate uno voi, dateglielo pure; forse potrebbe intitolarsi provvisoriamente “La pensione di Montalbano”).

Chiunque sia il maldestro falsario, merita almeno che si dia un’occhiata (o un’occhiataccia) alla sua delirante fantasia; se non altro per apprezzare di più l’originale.

Nottata di vento devastante, fra le urla rabbiose di un mare infuriato.

Montalbano la conosceva bene, la voce delle tempeste; sulla riva del mare ci abitava da tanti anni. E ben conosceva il frastuono surreale delle notti di burrasca, i cigolii delle imposte che sbattono, le illusorie pause prima della successiva raffica, che giunge poi più violenta ed improvvisa. La voce della tempesta è ovunque la stessa: voce brutale della natura che ricorda agli esseri umani, che si credono i padroni del pianeta, che a comandare è solo lei, perentoria nella sua forza smisurata.

Però quella notte di fine ottobre a Boccadasse la natura si era messa d’impegno per frantumare ogni record: porte e finestre delle case spazzate via dalle onde gigantesche, cemento e asfalto sbriciolati, le rocce dei moli sollevate come sassolini, come ghiaia.

Non riuscendo a prendere sonno, Montalbano si alzò, liberandosi di scatto del lenzuolo che gli si era attorcigliato intorno; e si meravigliò che Livia riuscisse a dormire in tutto quel gigantesco bailamme (“Deve essere proprio stanca”).

Provò ad aprire le imposte per dare un’occhiata, ma sentì una forza superiore che glielo impediva da fuori: era il vento che gli si opponeva violentemente, offeso dal misero tentativo di interferire con la sua volontà distruttiva.

Non potendo fare altro, il commissario si sedette vicino alla finestra; non si accese la sigaretta perché gli era stato intimato di non farlo più (“ormai deve pensare alla salute”) e restò così, immobile nel corpo ma mobile, sin troppo, con la mente. Era la sua dannazione, quella di non poter fare a meno, sempre, di riflettere, di pensare, di ripensare, di contorcere i suoi ragionamenti rendendoli simili ai rami di quell’ulivo saraceno che gli era stato tanto caro.

Era in pensione.

Non ci era andato, ce lo avevano mandato. Ed in effetti – le cose giuste bisogna dire – l’età l’aveva, i contributi necessari li aveva maturati eccome. Ma alla pensione non ci aveva mai pensato, perché sarebbe stata un cambiamento e lui i cambiamenti non li sopportava. Qualche volta il pensiero lo aveva sfiorato (“e che farei poi?”), ma quasi rabbrividendo lo aveva esorcizzato, dirottandosi su qualche considerazione meno amletica, su certezze più salde, sulla rassicurante serenità della ripetizione perenne di abitudini e ritmi di vita.

Però un giorno aveva avuto la sorpresa.

Era in commissariato, nella sua stanza, con Fazio. Stavano concludendo l’interrogatorio decisivo con un indiziato di omicidio; Montalbano, come spesso gli era capitato, stava attuando il suo “saltafosso”: bluffava come un giocatore incallito di poker, stava portando il sospettato nel vicolo cieco da cui non sarebbe più uscito. Gatto patentato, era; mentre sorci grigiastri erano le sue controparti, delinquenti di ampio medio e piccolo raggio, ma tutti accomunati dalla condizione sorcigna, condannati dunque ad avere pochi spazi vitali al di fuori della tana in cui si erano vanamente nascosti.

Proprio mentre il commissario stava per tirare fuori il suo poker vincente, la porta della stanza tremò, si udì un boato, un quadro cadde dalla cornice (natura morta mediocre, tipico sfondo melanconico alle grigie stanze dei commissariati). Montalbano impiegò qualche secondo in più del dovuto a capire che non era in corso un attacco dell’Isis con missili terra-terra. Era Catarella, ovviamente. Sventolava un foglio di carta in mano, aveva un grosso lacrimone negli occhi, piagnucolava inconsolabile.

«Catarella, ma che minchia…» ruggì il commissario, che era abituato a quelle incursioni violente; ma rimase poi istantaneamente sorpreso di non sentire la solita richiesta di perdono da parte dell’agente pentito («La porta mi scappò»). Lo vide avvilito, in lacrime, disperato. E siccome non c’è nulla di più contagioso delle lacrime delle persone care, si sorprese di avere anche lui una lacrima pronta a scendere, ma ancora incerta sul da farsi e dubbiosa della liceità delle sue intenzioni.

«Che è successo?» chiese, con voce preoccupata, perplessa e furibonda al tempo stesso (mix da preoccupare seriamente qualunque attore delle scuole di teatro che lo avesse dovuto interpretare).

«Una lettera del mistero arrivò», disse Catarella lacrimoso.

«Quale mistero? Di che mistero parli?».

Non capiva, ma vedeva quel foglio di carta sventolato, simile ad una bandiera bianca di resa, resa a tutto, incondizionata, assoluta. Strappò il foglio all’agente e lesse l’intestazione. Veniva dal Ministero degli Interni (che in effetti di misteri ne aveva e non pochi…).

Visti i tempi, si preoccupò che il titolare del dicastero, in una delle sue rare giornate di permanenza al Viminale (pressanti impegni lo chiamavano spesso altrove, impegnato nella più abituale professione di cacciatore di consensi elettorali), gli rivolgesse qualche solenne cazziatone; e temeva che la sfuriata fosse ancora una volta legata alla sua ormai consolidata fama di scheggia impazzita, di sinistrorso deplorevole e deplorato.

Non era così.

Era il decreto che gli comunicava il pensionamento per raggiunti limiti d’età e per massimo contributivo raggiunto. Non quota 100, non Fornero: aveva raggiunto il massimo possibile per un funzionario statale e, non essendo né un politico, né un docente universitario, né un appartenente ad altre categorie immarcescibili, doveva andare via dal successivo prossimo venturo 1° gennaio.

La lettera l’aveva aperta quel ficcanaso di Augello, spaventato dalla provenienza minacciosa; ed era rimasto di sale. Poi aveva chiamato Catarella e gli aveva ordinato di portare di corsa la missiva al commissario, anzi al futuro ex commissario.

Catarella aveva un suo modo di capire le cose, con i suoi tempi e le sue difficoltà; ma questa cosa la capì al volo e fu subito pianto disperato, commozione, disperazione.

«E io come faccio ora, dottore?» Non riusciva ad immaginare, il poveraccio, quel commissariato senza il suo “dottore”, che aveva sempre saputo capirlo, incoraggiarlo, interpretarlo.

Montalbano cadde sulla sedia inebetito, mentre l’indagato stava gradualmente passando dallo sbigottimento per lo sviluppo inaspettato dell’interrogatorio all’incredula sorcigna speranza di poterla fare franca.

Fazio capì di dover intervenire, proclamò «Cinque minuti di pausa» e fece portare l’uomo in un’altra stanza. Tornò poi dal suo capo, si sedette accanto a lui. Gli tolse dalle mani la lettera, che lui teneva fra le mani guardando nel nulla. Lesse in un attimo, capì.

«E ora che farà, dottore?».

Perché, diciamolo chiaro, un Montalbano pensionato non esisteva fra le cose ammissibili nell’universo creato. Ci sono persone “in-pensionabili”, apparentemente, che si credono e sono credute eterne, che sono addirittura identificate con il luogo in cui stanno, che sembrano partecipi ormai di una sorta di ritmo immutabile della natura. E il commissario era fra queste, immarcescibile nonostante avesse passato da vari anni la sessantina, ostinatamente e falsamente sempre uguale al se stesso di un tempo, ma senza più le forze, le illusioni, le speranze anche, che aveva avuto.

Quel giorno il suo proverbiale appetito si era concesso un’inaspettata vacanza; nel suo ristorante, Enzo aveva atteso invano il più fedele dei suoi clienti, quello che gli dava più soddisfazione; e alcune triglie di scoglio appena pescate avevano festeggiato quell’inaspettata dilazione alla loro seconda morte.

Lui, il commissario, totalmente digiuno e con lo stomaco che gorgogliava furibondo per l’inconsueta punizione, se ne era andato a fare la sua solita passeggiata vicino al mare, lungo il molo, fino a quello scoglio piatto dove era solito snocciolare i suoi pensieri.

C’era, immancabile, il suo amico granchio, che guardava con evidente meraviglia la sua espressione inconsueta; ma alla domanda che gli fu rivolta («Come mi vedi da pensionato?») non ebbe una risposta pronta (anche perché il Ministero dell’interno dei granchi non notifica mai un pensionamento), sicché preferì svignarsela e rintanarsi vilmente fra gli scogli.

Quella sera però Montalbano, dopo tante ore di silenzio, aveva parlato per ore, al telefono, con Livia; e lei da Boccadasse, lontana e vicina come sempre, lo aveva ascoltato pazientemente.

Solo a lei era riservata questa Messa cantata solenne, solo lei – da sempre – aveva l’abbonamento ai silenzi e agli sfoghi di Salvo. Lei ne conosceva e ne condivideva la solitudine, la disperazione di certi momenti, le fissazioni, i rituali (quante volte aveva tentato di disinnescarglieli!), anche le fasi euforiche, le gioie, le speranze. Lei era come la lancia di Achille: sapeva ferire per poi risanare.

Quando lui ebbe finito di parlare, quando finalmente ci fu un attimo di silenzio, un silenzio da cui poteva venire fuori ogni cosa, lei disse solo poche parole: «E ora che scusa inventerai per non venire da me?».

Dolcemente ironica, non fredda, non insensibile, non crudele; realistica, come sempre; perché conosceva, lei meglio di lui, le ferree leggi dell’esistenza umana, l’alternarsi delle fasi, le svolte ineluttabili, i continui patti con il destino, gli aggiustamenti di rotta. E comunque sapeva sempre come afferrarlo sull’orlo dell’abisso, sapeva come dargli una scossa, anche a costo di ricorrere a una delle loro proverbiali, ineludibili e salutari “azzuffatine”, come le chiamava lui.

E infatti alla fine della telefonata lui finalmente, dopo ore e ore di tensione, aveva sorriso per un istante. Quella notte, poi, aveva dormito per ore, serenamente.

Sapeva che l’indomani mattina non sarebbe stato svegliato da una telefonata di Catarella; sapeva che il sole sarebbe spuntato ancora, che il mare era lì ad attendere la sua nuotata, che Enzo – per fortuna – in pensione non ci andava mai, che Adelina avrebbe ancora preparato per lui la sua meravigliosa pasta ‘ncasciata o le arancine, che le persone che stimava e amava erano ancora tutte lì e che lui, per loro, sarebbe stato sempre lo stesso.

Sapeva, soprattutto, che non c’era nessuno, né a Vigàta né a Roma, che potesse indurlo ad “autocancellarsi” dalla vita, ad estinguersi, a ridursi al suono di una sillaba, almeno finché camminava su questa terra, finché aveva il dono dell’intelligenza e della memoria, finché il suo cuore provava sentimenti, finché tante persone si ricordavano di lui e lo stimavano.

Ripeté tranquillamente: «Montalbano Salvo, nato a Catania il 6 settembre 1950; funzionario della Polizia di Stato, a riposo». Non suonava poi così male; e del resto era logico, normale per tutti. Ci avrebbe fatto l’abitudine.

A tutto questo Montalbano ripensava ora, a distanza di quasi un anno, nella casa di Livia a Boccadasse, in quella notte di tempesta. Fu Livia a riscuoterlo, alzandosi improvvisamente e quasi sbattendo su di lui che era seduto davanti alla finestra.

«Ma c’è il finimondo!» disse, provando anche lei a dare un’occhiata fuori e finendo ricacciata dall’egualitaria opposizione degli elementi naturali.

Allora lo guardò, lo vide immerso e sommerso nei suoi pensieri, peggio del mare travolto dallo tsunami. E gli accarezzò i capelli bianchi dicendogli dolcemente: «A che pensi?».

Lui si girò verso di lei; e riuscì a sorriderle.

Il mare in tempesta iniziava a calmarsi. Aveva già fatto troppi danni.

MARIO PINTACUDA

(da V. Lo Scrudato, M. Pintacuda, B. Puleio, Camilleriade – I luoghi, il commissario, i romanzi storici, Diogene Multimedia, Bologna 2023, pp. 457-466)

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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