Ricordo del Maestro Salvatore Pintacuda

Mercoledì 19 aprile 1995, alle 8 di mattina, ero in classe al Liceo Meli e stavo iniziando a fare lezione. Tenevo il telefonino (che a quei tempi era enorme e somigliava a un telecomando di oggi) spento. Venne un bidello e mi chiamò urgentemente in segreteria. E lì per telefono appresi da mia cugina che mio padre era morto nel sonno pochi minuti prima. Io ovviamente avevo telefonato prima di andare a scuola; e mia madre mi aveva detto che lui dormiva tranquillo, che aveva passato una notte serena. La sera prima ero stato a trovarlo, a Bagheria; era sfibrato dalla malattia ma sembrava stesse meglio; e io me ne ero tornato nella mia casa di Palermo perché c’era mia suocera (da anni seriamente malata) da accudire con mia moglie e perché l’indomani – ovviamente – avevo lezione… Un triste destino mi ha fatto apprendere la morte di entrambi i miei genitori a scuola (anche la notizia della morte di mia madre mi giunse durante un consiglio di classe…).
In meno di un’ora arrivai a Bagheria. Trovai mio padre già “vestito”, con in viso un’espressione di serenità assoluta. All’acuto dolore del momento, si aggiungeva in me il rammarico che si fosse spenta una mente come la sua. Era questo il dolore più grande, perché ogni vita che si spegne è una perdita grave, ma certe persone lasciano dietro di sé una traccia indelebile nella memoria di tutti.

Salvatore Pintacuda era nato a Bagheria il 1° gennaio 1916; era l’ultimo di cinque figli. Suo padre era un impiegato comunale: svolgeva le mansioni di infermiere. Fin da bambino, Totò (così l’hanno sempre chiamato) fu avviato agli studi musicali: non aveva ancora nove anni quando cominciò a solfeggiare e a suonare il clarinetto nella banda di Bagheria, assieme a musicanti molto più grandi di lui. In quei tempi la banda contava oltre 60 elementi ed era il vanto del paese; quando andava a suonare nei paesi vicini, anche il piccolo Totò partiva, con il clarinetto e con la sua elegante divisa (acquistati, ovviamente, coi sacrifici della sua famiglia, giacché non esisteva alcuna sovvenzione comunale per l’acquisto di divise e strumenti).


Fin dall’età di undici anni aveva iniziato a frequentare il Conservatorio di Palermo, facendo il pendolare in treno. Dopo la fatica scolastica, tre volte alla settimana (sabato, domenica e lunedì), suonava al cinema; era l’epoca del cinema muto e nelle sale si organizzava un accompagnamento sonoro da parte di un pianista. Totò imparò quindi, ben presto, a suonare anche il pianoforte.
Nel 1929, a nemmeno 14 anni di età, perse improvvisamente suo padre. La famiglia strinse i denti; il fratello maggiore Nino prese le redini della situazione e volle che Totò continuasse gli studi. Nel 1930, dunque mio padre ottenne la licenza di solfeggio e poi quella di Storia della Musica. A 17 anni conseguì il diploma di clarinetto col massimo dei voti; in seguito ottenne il diploma di strumentazione per banda e la licenza di periodo inferiore di pianoforte principale. Si iscrisse al corso di composizione del M° Mario Pilati e nel 1939 si diplomò in Musica e Canto. Andò poi a completare il corso di composizione al Conservatorio di Milano, ove ultimò gli studi col M° Renzo Bossi, diplomandosi nel 1941.
Partecipò alla seconda guerra mondiale, in zona d’operazioni (in Corsica e in Sardegna): restò sotto le armi per oltre tre anni (ricordava sorridendo di essere arrivato al glorioso grado di… caporalmaggiore). Anche durante la guerra continuò la sua attività musicale, dirigendo la banda del suo reparto; inoltre imparò (da solo) a suonare la fisarmonica, che si aggiunse al lungo elenco degli strumenti che già sapeva suonare.
Dopo la guerra, dal 1946 al 1950 fu critico musicale del “Giornale di Sicilia” e critico musicale alla RAI regionale. In quegli anni teneva spesso conferenze nell’ambito dell’attività dell’Associazione Siciliana “Amici della Musica”. Dal 1948 al 1950 insegnò Storia della Musica al Conservatorio “Bellini” di Palermo.
Vinse poi, nel 1950, risultando primo a livello nazionale, il concorso per la cattedra di Storia della Musica e direttore della Biblioteca del Liceo Musicale “Paganini” di Genova. Si trasferì dunque nel capoluogo ligure, ove rimase per ventisei anni; ma a Bagheria veniva sempre in estate e talora nelle vacanze natalizie. E a Bagheria il 3 settembre 1952 si sposò, nella Chiesa del Sepolcro, con Giuseppina “Pupetta” Rizzo, insegnante di Matematica. Al trattenimento nuziale, a Villa Salerno, parteciparono in onore degli sposi ben due orchestre. I coniugi si stabilirono a Genova; e qui, due anni dopo, nacqui io.


Dal 1950 al 1976 mio padre fu titolare della cattedra di Storia della Musica e direttore della biblioteca al Conservatorio “Paganini” di Genova.

Negli anni compresi dal 1964 al 1966 fu anche, ad interim, direttore del Conservatorio. In tutti gli anni trascorsi nella città ligure svolse un’intensa attività di ricerca, riordinando e catalogando i manoscritti e le stampe antiche della Biblioteca del Conservatorio, che per moltissimi anni erano rimasti accatastati disordinatamente per insufficienza di spazio, di scaffali, di cartelle, di personale e, soprattutto, di buona volontà. Diventò uno dei più insigni studiosi di Paganini. Sono rimasto sorpreso, riordinando le sue carte, dalla quantità impressionante di lettere di musicologi che gli scrivevano da tutto il mondo, persino dall’Australia o dal Giappone, per chiedergli un microfilm, uno spartito, una fonte, un’antica notizia su Paganini; e lui rispondeva a tutti e da tutti riceveva gratitudine e ammirazione.
Tenne innumerevoli conferenze: in particolare furono importanti quelle sulla storia musicale genovese. Non so come facesse a preparare così tante conversazioni su tutti gli argomenti musicali (a volte 5-6 conferenze al mese). Il retroterra culturale che stava dietro a tutto questo era immenso: basti dire che, sentendo le note iniziali di una qualunque sinfonia, immediatamente diceva l’autore, la data, il numero della sinfonia, la tonalità. Scriveva gli spartiti musicali a un ritmo incredibile: crome, semicrome, semiminime si accavallavano velocemente sul pentagramma disegnando arabeschi che mi lasciavano incantato ed esterrefatto.
Divenne sempre più noto e stimato a Genova per la sua preziosa opera di riscoperta di un insigne passato musicale ignoto agli stessi liguri. Collaborò, con innumerevoli articoli e saggi, a quotidiani, riviste ed enciclopedie. Pubblicò diversi libri: già nel 1948 era uscito “Origini del melodramma”, uno studio sulla nascita dell’opera lirica italiana; grande e duraturo successo riscosse anche “Acustica musicale”, edito nel 1950 dalla Curci di Milano ed adottato per decenni nei conservatori italiani.

Nel 1955 dedicò una biografia al suo Maestro Renzo Bossi.
Dopo anni di incessanti studi e di faticose ricerche (era un ricercatore straordinario, di una curiosità insaziabile), pubblicò nel 1966 un’opera monumentale, “Genova – Biblioteca dell’Istituto Musicale Niccolò Paganini” (Catalogo del fondo antico), Istituto Editoriale Italiano, Milano. Quest’opera riportò alla luce testimonianze del tutto dimenticate del grande passato musicale genovese.


Resta inedita una sua opera sul melodramma a Genova, che conservo dattiloscritta e che mi sembra una vera miniera di notizie dimenticate o ignorate (temo che resteranno tali).
Negli anni genovesi partecipò spesso a convegni nazionali e internazionali; il suo nome compare in alcuni importanti dizionari musicali e in alcune Storie della Musica. Compose anche musica da camera e vocale; fu Accademico effettivo dell’Accademia Musicale Internazionale di Genova.
Nel 1976 decise di tornare con la famiglia nel suo paese natale. Tornò allora a insegnare al Conservatorio di Palermo. Non fu però la stessa cosa: “nemo propheta in patria”. Del resto a Genova pensava ancora: del 1980 è un’altra sua pubblicazione, “Il Conservatorio di Musica Niccolò Paganini di Genova” (storia dell’Istituto in cui aveva insegnato per tanti anni).
Andò in pensione nel 1985 e visse gli ultimi anni a Bagheria, sempre impegnato nello studio e nella ricerca: fino al 1990 collaborò con l’Associazione Amici della Musica di Bagheria, realizzando diversi cicli di conferenze introduttive ai concerti.
Nel febbraio del 1995 tenne la sua ultima conversazione pubblica, commemorando – in occasione della Messa di trigesimo – il suo fraterno amico, M° Antonio Trombone, recentemente scomparso. Era già provato dalla grave malattia, ma riuscì ancora, con le sue parole, a colpire il cuore delle persone che ascoltavano, presentando tanti commoventi ricordi di uno splendido passato.
Morì il 19 aprile 1995, a 79 anni, lasciando a tutti, familiari, amici, conoscenti, allievi, il ricordo e l’esempio della sua vita.

La lunga commemorazione che ho fatto non sarebbe completa senza qualche fugace accenno “personale”. Era un uomo semplice, schivo, modestissimo, grande gentiluomo all’antica, discreto, pronto ad aiutare gli altri, stimatissimo e mai dimenticato dagli allievi. Ironico di un’ironia garbata, spiritosissimo, giocherellone (da un foglio di giornale ricavava barche, pistole, berretti, persino un “friscalettu” coi buchini, che incantavano la mente dei bambini); era infatti un adoratore dei bambini, ma il destino gli ha negato di conoscere suo nipote Andrea, nato dieci anni dopo la sua morte.
Aveva un talento straordinario nel risolvere gli enigmi; comprava la “Settimana enigmistica” e risolveva in pochi minuti quei difficilissimi rebus stereoscopici che io non sono riuscito mai a capire: due sere prima di morire continuava a cimentarsi con le parole crociate senza schema.
Era appassionato di fotografia e cinematografia: grazie a lui ho foto e filmini (8 mm e poi super 8) che mi immortalano fin dalla nascita.
Era un lettore accanito: aveva comprato tutta la leggendaria collezione dei piccoli tascabili grigi della BUR, possedeva le opere dei principali romanzieri italiani e stranieri. Nei miei studi sono stato enormemente avvantaggiato (in un’epoca dove la cultura si costruiva leggendo e non navigando su Internet) dalla vasta libreria di cui disponevo grazie a lui, ma anche da un’immensa emeroteca (collezionava giornali e riviste, che ho divorato fin da ragazzo e che conservo ancora devotamente, aggiornandola sempre).
Era in grado di comporre di getto versi estemporanei (endecasillabi, ottonari, settenari, ecc.), quasi sempre in appropriatissime ed estrose rime, per le occasioni più disparate o per diletto.
Lo chiamavano tutti rispettosamente “Maestro”, come si usa nel campo artistico; e io, che sono stato solo un “professore”, gli ho sempre invidiato quell’appellativo che lo poneva – meritatamente – su un piano ideale più alto.
Mi fermo qui, perché tantissimi altri ricordi si accavallano nella mia mente, mi sono già dilungato troppo e c’è anche un certo “magone” nel ricordare.
Ma forse dovrei imitare lui, che spesso sulla morte ci scherzava su. Diceva ad esempio che, quando uno muore, gli dovrebbero concedere almeno, all’arrivo nell’altro mondo, di fare una telefonata, per chiamare i propri cari e rassicurarli: “Sono arrivato, qui si sta bene, tutto a posto, state tranquilli”. Purtroppo non gli è stato possibile farmi avere notizie; forse i costi della chiamata, con qualunque gestore telefonico, sarebbero stati esorbitanti…
Credo però che egli sia sempre vivo, in una dimensione migliore di questa e comunque nel ricordo delle persone che lo hanno conosciuto, stimato ed amato. Forse questa commemorazione gli sarebbe apparsa eccessiva e inopportuna, ma spero che gli avrebbe segretamente fatto piacere e che avrebbe perdonato, almeno lui, questa prolissità del figlio.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

2 commenti

  1. Bellissimo e intenso ricordo del maestro Pintacuda, uomo di studio e di ricerca che ha trasmesso l’amore per la cultura al figlio.

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