“L’editto della diaspora”

Ieri pomeriggio, 10 giugno 2022, nell’ambito della manifestazione culturale “Una marina di libri” che si tiene in questi giorni a Palermo a Villa Filippina, insieme con il caro amico e collega Bernardo Puleio ho avuto modo di relazionare sul nuovo libro “L’editto della diaspora – Sette giorni per la libertà”.

Da sinistra: Bernardo Puleio, Vito Lo Scrudato, Roberta Lo Scrudato e Mario Pintacuda. Villa Filippina, Palermo, 10.06.2022

Il volume, edito da Navarra, è stato composto a quattro mani da Vito Lo Scrudato e Roberta Lo Scrudato (omonimi ma non parenti).

Vito Lo Scrudato, attuale Dirigente Scolastico del Liceo classico statale “Umberto I” di Palermo, vanta un curriculum culturale di altissimo profilo: ha insegnato presso la Gutenberg Universität di Magonza, coltiva molteplici interessi saggistici (in particolare nell’ambito della letteratura italiana e siciliana, della letteratura francese e della germanistica) e ha fatto proprio il meridionalismo degli intellettuali siciliani del XIX e del XX secolo, rielaborando la lezione di Pirandello, Sciascia e Camilleri; ha anche indagato in modo molto attento e originale su molta letteratura siciliana minore. Un posto privilegiato nella sua attività di scrittura e di analisi è stato sempre riservato a Palermo e a Cammarata, il paese montano della provincia di Agrigento di cui è originario.

Vito Lo Scrudato

L’altra autrice, Roberta Lo Scrudato, originaria di San Giovanni Gemini, è una giovane studentessa in Giurisprudenza, che ha già ricevuto dei premi per la sua scrittura e ha già al suo attivo due volumi.

Roberta Lo Scrudato

Come precisano gli autori stessi nella “spiegazione” posta a fine volume, “Questo libro è nato dalla collaborazione tra due autori molto diversi. Un uomo e una donna, di generazioni lontane, con vissuti e formazione molto personali. Il punto di incontro è stato il tentativo di raccontare un evento storico accertato innestandovi una storia d’amore plausibile, verosimile, sulla base di quelle scommesse che la letteratura – lo diceva Leonardo Sciascia – è autorizzata a fare con altissime probabilità di avere raccontato il vero, più della stessa storiografia” (p. 187).

Si tratta, per l’appunto, di un romanzo che può essere visto attraverso diverse chiavi di lettura: la prima e più evidente è quella del romanzo storico, basato su documenti e fatti reali.

In particolare, si fa riferimento all’editto per l’espulsione degli ebrei dalla Spagna e dalla Sicilia emanato nel 1492 dai “cattolicissimi” re di Spagna Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona. Si applicava così il principio dell’ubi unus dominus ibi una religio.

Proprio il riferimento alla presenza ebraica in Sicilia e a un primo esempio “ante litteram” di “pulizia etnica” costituisce uno dei punti di maggiore interesse del libro.

La presenza ebraica in Sicilia era molto ampia: si pensa che alla fine del XV secolo fosse composta da circa 25.000 persone. Nel 1454 si contavano 44 comunità. Le più popolose erano a Palermo, Siracusa e Agrigento, che avevano circa 5000 ebrei ciascuna.

Ciascuna comunità ebrea della Sicilia (o “giudecca”) fin dal tardo medioevo godeva di una propria autonomia politica, amministrativa, giudiziaria e patrimoniale; aveva un organo deliberativo (il consiglio regionale), che a sua volta eleggeva i proti (organo esecutivo) e il comitato delle imposte (che ripartiva tra le famiglie l’onere dei donativi da versare all’erario).

Sotto il profilo giuridico, gli Ebrei siciliani erano servi della “Camera regia”, cioè proprietà e peculio del regio erario; non dipendevano né dalla nobiltà feudale, né dalle magistrature cittadine, né dalla Chiesa. Infatti nell’Editto di Espulsione siciliano, citato nel libro per bocca del Vicerè De Acuña, la loro condizione giuridica è messa in evidenza: «Tutti i corpi dei Judei, che vivono e risiedono nel nostro regno, sono nostra proprietà, e di essi per real potenza e suprema e imperativa potestà possiamo decidere e disporre a volontà nostra» (p. 130)

Già gli anni tra il 1474 e il 1491 erano stati contrassegnati, in Sicilia, da una forte tensione tra ebrei e cristiani. A soffiare sul fuoco furono soprattutto le martellanti predicazioni dei frati francescani e domenicani, che infiammavano gli animi contro il “perfido ebreo”. Episodi di violenza si verificarono in tutta la Sicilia: nell’agosto-settembre 1474 a Modica furono uccisi oltre 360 ebrei; a Noto si contarono almeno diciotto morti. La violenza esplose anche in altri centri della Sicilia: Monte San Giuliano, Sciacca, Caltagirone, Castrogiovanni, Taormina, Ragusa, Castroreale, Mineo.

In quasi tutta l’isola si devastavano le giudecche, si lanciavano pietre, si incendiavano le case degli Ebrei. La “sassaiola santa”, come la chiamavano i cristiani, si intensificava alla fine della settimana santa, quando gli ebrei erano costretti a chiudersi in casa.

Si arrivò così all’editto del 1492, che nel libro viene citato attraverso le parole dello spietato conte Abatellis: «I judei sono accusati dai Padri inquisitori della eresia e apostasia; siamo informati che sono stati trovati molti e diversi cristiani, i quali sono passati o ritornati ai riti giudaici e che di detta eresia ed apostasia sono stati causa i judei e le judee dei nostri regni» (p. 57).

Ma alle parole dell’editto e alle accuse del conte si contrappone il vicario foraneo don Nicola Lo Scrudato, che si mostra quanto mai fermo nella difesa degli ebrei e nel rifiuto di ogni prepotenza: «Mi permetta signor Conte di considerare la nostra situazione, qui a Camerata; non per oppormi al volere dei Re o ai vostri comandi, ma ciò che vale per la Spagna e per il Regno di El Andalus, riconquistato ai mori per le armi cattolicissime di Ferdinando e di Isabella, di sicuro non vale qui presso di noi. Qui ognuno sa cosa fare, Judei e cristiani…» (ibid.).

Qui la documentazione storica è particolarmente precisa ed efficace; infatti, se gli Ebrei nell’editto venivano accusati di sollecitare i cristiani ad abbandonare la loro fede e di praticare il prestito ad usura, i Siciliani contestarono queste accuse; in realtà avevano capito che con l’Editto re Ferdinando cercava in realtà l’occasione per revocare tutti i privilegi di cui godeva l’Isola.

Gli Ebrei furono obbligati a lasciare la Sicilia entro il 12 gennaio 1493; i loro beni non vennero confiscati, ma prima di partire essi furono costretti a venderli; inoltre si fece loro obbligo di regolare la loro posizione con l’erario regio e municipale e di sanare le questioni finanziarie con i cristiani.

La vendita dei beni degli ebrei fu un vero affare per i cristiani: le loro proprietà vennero acquistate  a prezzi stracciati; inoltre, in numerosi centri della Sicilia, tanti pubblici ufficiali, dietro pagamento di una consistente somma, “agevolarono” gli ebrei nel fare sparire i loro beni, tramite passaggi di proprietà ad amici cristiani.

Agli ebrei che si convertirono (non tantissimi), venne promesso che sarebbero stati trattati come i cristiani; ma questa promessa fu poi totalmente disattesa e diede vita alla tragedia dei “marrani” (“conversos” o “cristianos nuevos”). Come scrive John Julius Norwich, «non sappiamo esattamente quanti ebrei si convertirono al cristianesimo e quanti preferirono emigrare pur di non rinnegare la propria fede; sappiamo tuttavia che coloro che scelsero di convertirsi persero gran parte di ciò che possedevano e, anche così, non furono mai al sicuro dall’Inquisizione. Quali che siano le cifre, non c’è dubbio che la Sicilia (come, del resto, la Germania nazista in epoca più recente) perse un numero enorme di cittadini competenti, validi e intelligenti. E che la sua economia ne pagò le conseguenze» (Breve storia della Sicilia, Sellerio, 2018, p. 242). La gran maggioranza degli ebrei però rimase fedele al suo credo religioso per non rinunciare alla propria identità. Nel libro a convertirsi, alla fine, è proprio la protagonista; ma non senza un sincero tormento interiore.

Basti qui aggiungere che la diaspora fu solo meridionale e mediterranea: gli ebrei si diressero infatti a Napoli, Firenze, in Calabria, nel nord Africa o in Turchia. Dai paesini interni dell’Isola, affrontando un lungo viaggio, si raccolsero nei porti di Messina e Palermo e da lì si imbarcarono.

Come ho già avuto modo di dire, del romanzo storico il nostro libro ha la documentazione rigorosa, la precisione nella citazione delle fonti, l’attenzione specifica alla realtà “cameratese”.

A Cammarata il conte Abatellis decise di sequestrare tutta la comunità ebraica e rinchiuderla nella moschita per sei giorni; intendeva così ottenere che la morte dei reclusi gli facesse risparmiare le spese di viaggio fino al porto di Messina, che per editto regio ricadevano sui nobili posti a capo delle collettività (le cosiddette “universitates”).

Molto drammatica e accurata è la descrizione dell’attuazione violenta dell’editto reale a Cammarata: «Quella notte un manto di neve coprì i tetti e le strade di Camerata. La neve avvolse di candore le pietre antiche del paese e le strade ripide ricamate con accurate gradinate levigate dall’uso, volendo stendere la neve un candido lenzuolo a coprire gli eventi degli uomini, le loro violenze, il loro dolore, la loro avidità, il loro odio. Ma in quell’antica notte del 1492 la neve finì invece per sporcarsi e deformarsi sotto gli stivali degli uomini del Capitano Sancho Catalano che, come furie, irruppero nelle strade e nei vicoli minuti, confidenziali del quartiere dei Judei cameratesi. Cominciarono dall’alto, dal quartiere Putieddi, dove erano ubicate in una variegata sequenza le botteghe artigiane e di piccolo commercio degli israeliti, chiuse e vuote, essendo tutti i Judei prigionieri nella loro Moschitta. Gli uomini, agli ordini del capitano entrarono nelle botteghe e nelle case, aprirono con forza le porte, le svelsero con violenza, con i calci e con i ferri, procurando rumori rovinosi certamente uditi dagli uomini e dalle donne, ostaggi nel loro edificio di preghiera. Rumori dolorosamente avvertiti da quella povera gente, violata nel proprio luogo di vita, di affetti, di lavoro e commercio» (pp. 29-30).

Non manca la drammatica descrizione delle violenze subite dagli ebrei, sequestrati, costretti a spogliarsi dei loro abiti, a essere umiliati.

Ne deriva la stesura di una supplica al Vicerè, che viene dettata dal rabbino al precettore della sinagoga Ibn De Mansi. Il frammento di supplica è trascritto dall’opera dello storico cammaratese don Domenico De Gregorio nel suo “Cammarata, Notizie sul territorio e la sua storia”, Agrigento, 1986 (p. 40).

La supplica viene poi portata a Palermo, non senza peripezie, dal giovane Joan Giambruno, accompagnato dal fedele amico Nicolò Lo Muzzo, figlio del fattore e “aiutante” dell’eroe principale. Anche la liberazione degli ebrei e l’organizzazione della loro diaspora sono dati storici.

Finora abbiamo sottolineato il contesto storico. Tuttavia, come spiegano gli autori stessi nella “spiegazione” a fine volume: «Il dato storico è la cacciata degli ebrei di Sicilia e dalla cittadina di Cammarata nel 1492/3, mentre la scommessa letteraria è una storia d’amore, in verità non del tutto ‘plausibile e verosimile’. Roberta Lo Scrudato si è assunta il compito di far rivivere i sentimenti e gli avvenimenti che hanno interessato maggiormente il personaggio di Ester, Judea cameratese ‘dai capelli rossi e dalla pelle bianchissima’, mentre Vito Lo Scrudato ha fornito l’impianto e la documentazione storica e la narrazione privilegiata del personaggio maschile, quel giovane cameratese che per amore si cimenta con una prova di vita sicuramente più grande di lui» (p. 187).

La scrittura è dunque organizzata attraverso due punti di vista alternati, quelli dei due giovani innamorati; ma a tratti viene anche utilizzato un narratore esterno, frutto probabile della mediazione fra i due autori e anche di una loro precisa tecnica compositiva. Nella “spiegazione” infatti essi aggiungono: «Poi, nel corso della scrittura, delle riletture e delle riscritture, i due autori hanno cercato dei punti di mediazione e di condivisione, riportando la stesura ad un registro se non unico, almeno condiviso e in forte avvicinamento. Certo, rimangono le differenze, che si possono percepire come limite, ma anche, se si vuole, come risorsa aggiuntiva» (ibid.).

Ora, se Joan Giambruno (figlio di un notaio storicamente esistito) è personaggio “ricreato”, totalmente inventato è il personaggio di Ester De Mansi (che ripropone nel nome l’eroina giudea che aveva salvato il suo popolo sposando il re Assuero).

Di Joan, Ester sottolinea il fascino un po’ macho da “uomo dei suoi sogni”: «Prese le mie mani fredde, le chiuse in un pugno, mi avvicinò a sé e mi baciò. Adoravo il suo profumo. Adoravo le sue labbra. Ogni volta, mi sentivo donna. Cancellava tutte le paure e le preoccupazioni che molto spesso affollavano la mia testa» (p. 15).

Qui e in diversi passi analoghi, come gli autori stessi osservano nella “spiegazione”, «i termini con cui viene narrato l’amore sembra, talvolta, assomigliare più ad una love story dei nostri giorni che ad una vicenda di fine ‘400. In quel tempo, sia nelle comunità cristiane sia nelle comunità ebraiche ci si sposava per precisi accordi presi tra famiglie e comunque quasi mai sulla base di sentimenti e pulsioni amorose. Ma fino ad un certo punto invero: l’amore come forte sentimento inarrestabile, che ha spinto all’unione, è esistito fin da quando esiste l’essere umano e il modo per poter realizzare questi incontri incontenibili sono sempre stati trovati. […]. Roberta Lo Scrudato talvolta, assume i toni sognanti degli innamorati adolescenti dell’oggi, e questo nella comune intenzione degli autori è un elemento di seduzione e di avvicinamento verso il lettore che in questo modo può meglio capire e interpretare le pulsioni interiori dei nostri personaggi» (pp. 187-188).

In particolare è molto attenta l’analisi del personaggio di Ester, «di nascosto follemente presa d’amore», ma al tempo stesso consapevole di infrangere una tradizione: «Sentivo di aver ordito un grave tradimento verso mio padre ignaro; l’aver aperto il cuore all’amore di quel giovane cameratese cattolico, non andava d’accordo con i miei doveri di ragazza quasi da marito. Era chiaro a me come a mio padre che la comunità judea e la volontà di Dio mi avrebbero destinato un uomo, in un’unione benedetta anche nel più passionale degli innamoramenti. Perché mai mi ero messa nella testa e nel cuore un giovane non circonciso in evidente violazione con quanto era consueto tra la mia gente? La brit milà, la circoncisione, lega ogni maschio a Dio» (p. 17).

E tuttavia questa giovane palpitante innamorata si trasforma poi in un’efficiente esecutrice del piano per ottenere l’aiuto del vicerè; si incarica infatti di trasmettere la supplica insieme con i “rimonim” (puntali apposti sui manici di legno del Rotolo della Torah).

Dopo che ha consegnato la supplica a Joan, Ester viene guardata da tutti con occhi diversi: «la notizia della mia avventura nei sotterranei, per salvare la comunità, si era sparsa e aveva acceso una flebile speranza nel cuore della mia gente. Il pensiero che qualcuno lontano da lì provava a liberarci era nettare per le nostre anime abbandonate. Avremmo aspettato anche cent’anni se ci fosse stato bisogno.  Tutti mi guardavano con occhi diversi, spendevano parole d’amore e mi incoraggiavano a non demordere mai, proprio perché il mio popolo si univa in preghiera per me. Per una volta mi sentii amata, protetta e rispettata, anche se mi trovavo in mezzo all’inferno» (p. 65).

Nella prigionia Ester matura e raggiunge una nuova consapevolezza: «Avevo osato l’inosabile, eppure avevo reso possibile l’impossibile. Avevo piantato un sacrificio tra la neve e insieme all’amore di Joan e del frate eremita, erano sbocciate tante cose belle: la solidarietà, la bontà d’animo e la grande speranza. Dalla nascita di Ariel avevo capito che nasciamo in un giorno, moriamo in un giorno, possiamo cambiare la nostra vita in un giorno, si può cadere in amore in un giorno. Tutto può accadere in un giorno, sta a noi muoverci affinché ciò accada» (p. 153).

Alle due precedenti chiavi di lettura (romanzo storico e storia d’amore) credo se ne debba aggiungere almeno un’altra. Infatti la missione di Joan Giambruno e Niccolò Lo Muzzo è narrata in pagine che hanno l’ariosità di certi romanzi di Luigi Natoli e che si snodano in una Sicilia agreste e arcaica nel percorso fra Cammarata e Palermo.

Qui il tema del viaggio e dell’avventura si unisce al tema della “formazione” (Bildunsgroman) del giovane Joan, che – fedele al topos narrativo per cui è in genere il personaggio maschile, come Renzo nei “Promessi Sposi”, a spostarsi e ad avere nuove esperienze – arriva alla meta anche grazie a diversi “aiutanti”.

Nel corso del viaggio c’è anche un’avventura in un pagliaro, dove viene sventato un agguato di inseguitori, con l’aiuto anche di un giovane sposino. Si percorre poi il cammino che separa Cammarata da Palermo, un percorso ben noto al Preside Lo Scrudato, che nella sua eterna giovinezza lo ha ripercorso poche settimane fa insieme a un gruppo di docenti e alunni del Liceo Umberto. E le varie tappe descritte (le timpe di San Cirviddu – le contrade Filici, Rossino, Piane, Buonanotte – la piana di Filàga –  il castello di Màrgana, ove i giovani sono ospitati dal Priore dei Cavalieri teutonici, Johannes von Moenchenberg, che si offre poi di accompagnarli a Palermo – Rocca Busambra – Corleone  con la sosta presso i Fraticelli dei Francescani Minori Osservanti – la nascente Piana dei Greci) sono un cammino di avvicinamento a una meta che è anche emblema di un percorso di maturazione del giovane protagonista.

Inviterei a leggere con particolare attenzione il resoconto dei due sogni fatti da Joan durante il viaggio: nel primo, fatto a Màrgana, sogna di essere catturato e decapitato; nel secondo, fatto invece a Palermo “in una stanzetta della Precettoria della Magione dei Cavalieri teutonici”, il giovane si trova «avviluppato dentro un’avventura esemplare, come un poema cavalleresco». Sogna infatti di affrontare «una battaglia tra Palermo e Monreale, dove si scontravano, e se le davano senza sparagno, le fila di cavalieri dei difensori di Palermo guidati nientemeno che dall’imperatore di Costantinopoli Filimene e le schiere invincibili dei Cavalieri della Tavola Rotonda condotti da Re Artù in persona» (p. 104). Nel sogno Ester lo aiuta nella vestizione delle armi e lui sogna di uccidere Abatellis.

Tutti i corsivi del capitolo sono tratti dal romanzo arturiano, composto in couplets di ottosillabi in lingua francese e di ambientazione prevalentemente siciliana, ‘Floriant e Florete’ (di recente pubblicato da Mariateresa Prota, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2019). 

Il gioco fra sogno e realtà è un’abile proiezione con cui gli autori sembrano voler sottolineare la specificità della loro operazione, che è la riproposizione di una realtà che ha però agganci profondi con la fantasia e con un imponente retroterra letterario.

Sempre in chiave “natoliana” vorrei segnalare almeno la descrizione del mare di Palermo: «Il primo elemento di inarrestabile attrazione per i due giovani montanari fu il mare, vi approdarono pieni di stupore, a pochi passi dallo stesso palazzo sede del governo siciliano. Una volta fuori dalle mura della Kalsa li colse una luminosità inusitata, di fronte si trovarono lo spazio interminabile del mare a cui faceva da specchio un cielo nitido e di un celeste ininterrotto; un vento lieve di tramontana puliva l’aria e il cielo, la neve e le trazzere bagnate e fangose attraversate nei giorni passati sembravano un ricordo lontano. In quel momento passavano alcune carrozze e radi cavalieri, alcuni venditori di pesce occupavano il bordo interno della strada sul mare, mentre piccole imbarcazioni attraversavano lo spazio antistante il porto della Cala, all’interno del quale riposavano quiete alcune grosse imbarcazioni attorno a cui si affaccendavano uomini carichi di grossi sacchi» (p. 132).

Lascio alla vostra lettura il convulso e drammatico finale, senza anticiparne (oggi purtroppo si dice “spoilerarne”) gli eventi. Vorrei però sottolineare che i due autori forniscono alcune notizie conclusive rassicurandoci sul futuro dei loro e nostri eroi; e al loro senso del realismo non sfugge la necessità di inserire alcune opportune osservazioni sulla nuova condizione di Ester: «In casa Giambruno, e dopo aver dovuto dichiarare la volontà a diventare cattolica, alla giovane donna sembrò di aver rinunciato ad una parte consistente di sé stessa. Era come se la parte profonda del suo essere fosse stata ignorata se non addirittura soppressa, uccisa. Dovette lentamente dismettere la sua lingua, familiare e della sua religione; conosceva la lingua dei cameratesi perché i contatti tra loro erano quotidiani e fitti, come gli affari che si conducevano nel quartiere dei Judei ma, anche in questo caso, quella rinuncia rappresentò una mutilazione!  […] Ester da parte sua conservò il ricordo della sua vita passata dentro la piccola comunità judea cameratese, come un bene personalissimo che nessuno poteva prenderle o rovinarle. Quel ricordo, la nostalgia di quella vita trascorsa tra le vanelle del quartiere judeo, nella sua casa, col padre che le fu guida decisiva e affetto fondamentale, finì col non essere doloroso, ma al contrario costituì patrimonio di ricordi e di emozioni a cui ricorse per trovare armonia nei momenti tristi e per accrescere la gioia nei momenti in cui la vita le fu lieta» (p. 186).

Il libro è dedicato dagli autori “alla gente di Cammarata e San Giovanni Gemini, i paesi dai mille balconi protesi a Oriente”. In conclusione mi pare quindi sottolineare almeno due spunti che costituiscono un omaggio affettuoso a Cammarata.

Cammarata (AG)

Anzitutto, il paese viene presentato in un mirabile squarcio lirico nel bellissimo incipit: «Camerata è un antichissimo paese posto al centro della Sicilia, sul pendio orientale di una tozza montagna, che con la sua mole la protegge dai venti occidentali e, come una divinità benefica, chissà, anche da altri pericoli e mali arcani. La montagna di Camerata, però, tutte le sere, ruba al paese, che porta il suo stesso nome, il tramonto. Pensate: tutti i giorni a Camerata il sole tramonta in anticipo, del tutto improvvisamente; le giornate rimangono delle incompiute e i cameratesi rimangono col fiato sospeso.  In compenso, tuttavia, come spesso avviene, ogni svantaggio trova un simmetrico indennizzo, il sole a Camerata sorge da Mongibello prima che altrove e illumina e riscalda, in anticipo rispetto ad ogni altro paese, i suoi mille balconi protesi a oriente, posti in alto sul fianco ripido della montagna, uno sull’altro in vertiginoso dirupo, come impazienti di riprendersi la luce ed il calore, spariti insensatamente nella sera precoce, prima del tempo. È per questo che i cameratesi sono laboriosi già di buon mattino, e nel carattere hanno un’insopprimibile curiosità rivolta alle novità, allo stesso modo dei loro mille balconi rivolti al sole lesto dell’aurora» (p. 7).

Inoltre è significativo il riferimento a una statua che si trovava sulla scalinata che dalla piazza si inerpicava fino al Castello (cfr. p. 51); riproduceva una donna nuda che allattava un serpente e con un piede allontanava un bambino affamato; sulla base era apposta l’iscrizione «alios nutrit suos devŏrat», cioè “nutre gli altri, divora i suoi”. Il vicario Lo Scrudato ha modo di definire questa statua come «un’accusa e un’offesa ai cameratesi», che apparirebbero pronti ad aiutare i forestieri e sarebbero meno generosi verso i concittadini. L’iscrizione viene attribuita al precedente signore di Camerata, il barone Raimondo Guglielmo Montecateno, che volle così vendicarsi «quando i cameratesi gli si ribellarono e resistettero con durezza agli assedi e alle lusinghe» (p. 52). La statua oggi non esiste più; ma la stessa scritta, curiosamente, è riferita al Genio di Palermo, anch’egli accompagnato dal serpente, che è uno degli emblemi della capitale siciliana: «Panormus conca aurea suos devŏrat alienos nutrit» «Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri» (Iscrizione sul bordo della conca del Genio di Palazzo Pretorio).

In definitiva, spero che risulti chiaramente dalla pluralità di spunti presentati che “L’editto della diaspora” costituisce un volume da leggere e da gustare; ogni lettore infatti vi potrà trovare aspetti coinvolgenti e interessanti, rilevando anche la qualità (oggi rara) della scrittura da parte di entrambi gli autori, forse – come si è detto – “molto diversi”, ma in grado di coordinarsi ottimamente nella realizzazione di un tutto organico e sicuramente efficace.

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

1 commento

  1. Bellissima recensione.
    Dai brani riportati, raccordati con sapiente maestria, già si evince la diversità e complementarietà della scrittura.
    Analisi puntuale nella sua esaustiva completezza.
    Un invito accattivante alla lettura.

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