“Tri voti ti chiamavi” di Pietro Maggiore

Per ricordare, nel giorno del suo onomastico, il mio indimenticabile cugino Pietro Maggiore, insigne poeta dialettale bagherese, cito qui una sua poesia intitolata “Tri voti ti chiamavi” (“Ti ho chiamata tre volte”), composta il 23 ottobre 1985 nella triste occasione della morte di sua madre, Maria Mineo.

La poesia è una delle poche pubblicate dall’autore e si trova nella sua raccolta “Azzurru” (1986).

Maria Mineo era nata a Bagheria, ma sua madre era di Altavilla Milicia. Sposò Pietro Maggiore (senior) il 21 aprile 1927; ebbero tre figli (Pietro jr., il poeta, fu il secondogenito). Visse nella famiglia e per la famiglia, circondando di affetto profondo i suoi cari. Era molto devota: frequentava assiduamente la chiesa delle Anime Sante, cui fece spesso generose donazioni.

La mattina del 23 ottobre 1985 Pietro andò, come sempre, a bussare alla sua porta, ma la madre non gli rispose; quando il figlio entrò angosciato nella casa, trovò la madre senza vita, ai piedi del letto, “comu a Maria e’ peri di la Cruci” (“come Maria ai piedi della croce”).

Volle poi rivivere questo doloroso momento dedicando a Donna Maria questa bellissima lirica, di cui riporto anzitutto il testo, seguito dalla traduzione italiana dello stesso autore.

TRI VOTI TI CHIAMAVI

Tri voti ti chiamavi, matri mia;

ma tu durmevi ‘n chinu e nun sintevi.

Mi ‘ntisiru li mura e li me’ soru;

e u chiantu l’assupparu li linzola.

Tri voti ti chiamavi… E t’attruvavi

comu a Maria e’ peri di la Cruci.

Mamà, nun t’arruspigghia la me’ vuci;

ora è me’ patrì a fallu duci duci.

Tri voti ti chiamavi ‘dda matina;

ma tu, tu stavi ‘n Celu cu MARIA.

U sacciu ca pigghiasti u megghiu ternu!

Spénnilu tuttu pi lì nozzi eterni.

Tri voti ti chiamavi…

E comu tu vulevi, matri mia,

t’u fìci lu miraculu a Madonna:

«curta e asciutta», o’ lustru, nno’ to’ lettu

cu aceddi chi cantavanu pi tia.

E cu prieri e canti all’Armisanti

ti ‘ncinziaru amici e li passanti;

‘nsina lu celu ti binidiciu

e u suli li so’ vrazza ti grapiu.

Tri voti ti chiamavi e comu viri

t’a fici Pitrineddu a puisia;

e ora, matri mia, prea pi mia.

Pitrineddu – 23 ottobre 1981

Traduzione: «Tre volte t’ho chiamato, madre mia; / ma tu dormivi in pieno e non sentivi. / Mi udirono i muri e le sorelle; / e il pianto l’asciugarono i lenzuoli. / Tre volte t’ho chiamato… E t’ho trovata / come Maria ai piedi della Croce. / Mamà, più non ti sveglia la mia voce; / ora è mio padre a farlo dolce dolce. / Tre volte t’ho chiamato quel mattino; / ma tu, tu stavi in Cielo con Maria. / Lo so che finalmente hai vinto il terno! / Spendilo tutto per le nozze eterne. / Tre volte t’ho chiamato… / E come tu volevi, madre mia, / l’ha fatto il gran miracolo Maria: / «all’improvviso», all’alba, nel tuo letto / e uccelli che cantavano per te. / E con preghiere e canti alle tue esequie / ti riverì l’amico ed il passante; / persino il ciel ti volle benedire / e il sole coi suoi raggi ti baciò. / Tre volte t’ho chiamato e come vedi / Pietrino te l’ha fatta la poesia; / ed ora, madre mia, prega per me».

Pietro Maggiore con la madre, Maria Mineo, nel giorno del suo matrimonio con mia cugina Giovanna Pintacuda (9 luglio 1970)

In questa lirica è molto potente quell’inesorabile e violento “ma” che arriva al secondo verso (“Tri voti ti chiamavi, matri mia; / ma tu durmevi ‘n chinu e nun sintevi”). Alla voce del figlio che, come sempre, “chiama” la madre, ogni volta più forte e con crescente angoscia, si oppone un tragico “ma”, la congiunzione avversativa che separa le nostre aspettative dalla realtà, la routine della vita dalla tragica novità della morte.

L’immagine della mamma ai piedi del letto ricorda Maria ai piedi della croce; e la voce del figlio addolorato non può risvegliarla più: la odono solo “li mura e li me’ soru”, mentre il pianto viene asciugato con il lenzuolo del letto. Il poeta può consolarsi solo pensando che ora sia suo padre, morto diversi anni prima, a risvegliare la consorte in una nuova vita.

Il riferimento successivo al terno al lotto non è casuale: a Donna Maria piaceva tentare la fortuna al lotto, ma Pietro – più scettico – la invitava sempre a non illudersi; ora però la madre ha preso “u megghiu ternu” e lo potrà spendere per le “nozze eterne” che la attendono.

Nel triste momento del distacco, poi, c’è per la defunta e per i figli una consolazione: Donna Maria aveva sempre sperato di avere una morte tranquilla senza sofferenze: e la sua fine fu proprio “curta e asciutta” come sempre l’aveva sognata: nel suo letto e con il sottofondo degli uccelli che cantavano per lei.

Dopo un breve cenno al funerale, in cui tutti, persino i passanti, “incensarono” la signora Maria (“ti ‘ncinziaru amici e li passanti”), sotto un cielo benedicente e un sole prodigo di raggi calorosi, arriva il finale struggente, che sembra un atto di ammenda e contrizione da parte del figlio.

Tante volte donna Maria aveva chiesto a Pietro (da lei chiamato sempre affettuosamente “Pitrineddu”) di dedicarle una poesia; e lui aveva rinviato sempre. Ora, però, era il momento di saldare il debito antico: “Tri voti ti chiamavi e comu viri / t’a fici Pitrineddu a puisia”. Ora dunque, finalmente, il figlio inadempiente ha meritato le preghiere della sua mamma (“e ora, matri mia, prea pi mia”).

Così era Pietro, così era la sua poesia: semplice, efficace, immediata, coinvolgente, capace di trasformare in forte lirismo e in sentimento vivo tutti i momenti della vita quotidiana, compresi quelli più tristi.

1° P.S.: Quando Pietro morì improvvisamente, mi improvvisai (io, nato a Genova, siciliano d’adozione, ormai vagamente apolide) poeta dialettale. E scrissi una poesia per lui, appropriandomi anche indegnamente di alcuni suoi versi; i versi conclusivi erano tratti proprio da “Tri voti ti chiamavi”; cito questa parte senza tradurla (mi perdonino i non siciliani, che spero ne intuiscano lo stesso il significato). Se da qualche parte dell’universo Pietro ha potuto sentire questi versi, spero che gli siano piaciuti:

« […] E penzu quantu beni hai fattu a mia, / ‘a to’ famigghia, a tutta Baarìa, / cu la to’ vita, cu la to’ puisia, / e sempri senza scrusciu e battaria. / E u chiantu ca m’aggruppa u cannarozzu / acchiana e scinni e mi cummogghia l’occhi; / ma tegnu in manu lu to’ libro, “Azzurru”, / e leggiu: “Nun si chianciunu li morti”. / Allora tu arrivisci accantu a mia, / a to’ mugghieri, ai figghi, a Baarìa. / E parri, riri, canti e stulitii / e vivinu cu tia li to’ puisii. / Sona u telefonu: “È mortu Pitrineddu!”. / Ma quannu mai: è vivu, Petrineddu./ U viri, ti la  fici la puisia. / E ora, Petru miu, prea pi mia».

Di Mario Pintacuda

Nato a Genova il 2 marzo 1954. Ha frequentato il Liceo classico "Andrea D'Oria" e si è laureato in Lettere classiche con 110/110 e lode all'Università di Genova. Ha insegnato nei Licei dal 1979 al 2019. Ha pubblicato numerosi testi scolastici, adottati in tutto il territorio nazionale; svolge attività critica e saggistica. E' sposato con Silvana Ponte e ha un figlio, Andrea, nato a Palermo nel 2005.

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